È uscito “Ingressi di Milano”, un libro Taschen a cura del berlinese Karl Kolbitz: il bello celebrato a metà tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, tra il dimesso e il pratico

Certe volte è necessario l’occhio straniero per riconoscere la meraviglia di ciò che ci circonda a casa. Proverbialmente di fretta, forse distratti dal fare, i milanesi passano ogni giorno di fronte e attraverso uno spazio spesso sottovalutato della loro città. Come Milano, questo spazio rivela un mondo che si manifesta soprattutto se osservato vuoto, senza i suoi abitanti, quell’aspetto dimesso e insieme determinato dei luoghi che sono stati disegnati per funzionare prima che per stupire. Questo è vero soprattutto per l’architettura dal primo dopoguerra in poi. È qui che nascono gli ingressi milanesi, quegli androni che i milanesi sanno descrivere a memoria: marmi e ottoni tirati a lucido, scalini massicci, corrimano e pomelli sinuosi, la portineria al centro come una lucente cabina di controllo, ai margini il respiro meccanico di un ascensore, l’alveare delle cassette delle lettere, una piccola palma in un angolo. Sappiamo però localizzarne i più noti, nominarne gli autori, gli stili e, soprattutto, riconoscerne il ruolo nel nostro tran tran quotidiano?

Arriva adesso un libro di Taschen a esplorare questo elemento architettonico e lo fa grazie all’interesse e dedizione del berlinese Karl Kolbitz. Tra i soggetti preferiti di Wolfgang Tillmans e Mario Testino, Kolbitz ha cominciato a frequentare Milano da giovanissimo per partecipare alle sfilate di moda maschile ma nel corso degli anni ha continuato a tornare nella città, affascinato «dall’abbondanza del design e da come ogni angolo fosse architettonicamente diverso dall’altro». Ingressi di Milano è il prodotto di una ricerca che Kolbitz ha portato avanti nel tempo, catalogando minuziosamente centinaia di ingressi sparsi per la capitale meneghina. Incoraggiato da due amici milanesi — Nicola Russi e Francesco Maria Cerroni, entrambi architetti e urbanisti — ha selezionato i 144 ingressi fotografati per questa pubblicazione da Delfino Sisto Legnani, Matthew Billings e Paola Pansini. I dedicatari nascosti del libro sono i portieri, che hanno aperto i portoni di questi incredibili spazi scelti da Kolbitz per mostrare la grande varietà del design «e non solo quelli grandiosi e impressionanti, ma anche ciò che sembrava inusuale o eclettico». Presentando edifici costruiti tra il 1920 e gli anni Settanta, la serie comprende i design più noti e maestosi—con nomi come Luigi Caccia Dominioni. Piero Portaluppi, Giò Ponti—ma anche quelli di origine meno nobile: «È proprio questa commistione che rende Milano una città ricca di suspense!» sottolinea Kolbitz. Un approccio quasi da flâneur ha contribuito alla natura anche casuale delle scoperte architettoniche: forse influenzato dall’infanzia trascorsa nella Berlino riunificata, Kolbitz ha a cuore l’idea «dell’esplorazione urbana come esperienza democratica» che rivela al pubblico territori altrimenti inaccessibili. La compilazione del libro ha anche giovato dell’Archivio Civico di Milano e del team guidato da Francesco Martelli, che ha aiutato a ricostruire la storia dei soggetti.

Palazzo Sola-Busca, Aldo Andreani, 1924–30 Scale: Marmo Botticino

© Delfino Sisto Legnani

Giuseppe Roberto Martinenghi, 1937 Pavimento: marmo Arabescato Carrara Pareti: calcare Nero Assoluto d’Italia e marmo Calacatta

© Paola Pansini

Sfogliare distrattamente Ingressi di Milano è difficile, soprattutto se si vive a Milano: le fotografie restituiscono una tale varietà cromatica, di forme, materiali e luci da sembrare quasi immagini di ambienti impossibili. Atri che spaziano, ad esempio, dallo stile Novecento con le sue incursioni nell’arte metafisica della Ca’ Brütta al “pre-optical” della Casa Melandri o al razionalismo sobrio di Gigi Ghò. La parte ancora più ipnotica della raccolta è quella dedicata ai marmi, alle pietre e alle ceramiche—dettagli come le acrobazie di Giò Ponti o le piastrelle iridescenti di Fausto Melotti—e identificati dalle esperte Angela Ehiling e Grazia Signori. L’esempio perfetto è uno degli ingressi di una palladiana di Viale Tunisia 44, composta da diverse variazioni di marmi e gessi grigi. Kolbitz fa anche notare il design della porta di ingresso che, se vista dall’interno, «gioca coi punti di fuga e prospettiva omaggiando la tradizione della falsa profondità, notoriamente presente nel lavoro del Bramante nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro».

Convinta che il termine “androne” fosse una varietà lombarda, vengo smentita dalla sua etimologia: deriva da “andron, -onis”, che in latino indicava “passaggio” e che a sua volta proviene dal nome greco per “appartamento degli uomini”. Questi ingressi esibiscono in qualche modo un carattere molto virile, anche laddove si ergono in forme o colori magari superficialmente considerati “morbidi”. C’è però un elemento che controbilancia quest’impressione: le piante d’interni. Il testo di Penny Sparke ci illumina su queste presenze verdi — oggi curate dalla portineria, un tempo compito borghese riservato alla donna — invisibili ma anche essenziali per riempire vuoti e decorare angoli altrimenti spogli. Con tutta la loro carica simbolica, felci, aspidistre e ficus ribadiscono la domesticità dello spazio e magari ricordano anche un esotico passato coloniale.

Ingressi di Milano è anche arricchito da una mappa della città per ritrovare gli ingressi e da alcuni saggi. Daniel Sherer, in particolare, sottolinea gli aspetti metaforici dell’androne: luogo ambiguo, che mette in comunicazione il pubblico con il privato e che perciò non è mai ne “dentro” ne “fuori”, spazio suscettibile di così varie interpretazioni da chiamare giustamente in causa nomi come quello di Foucault o Antonioni. L’ingresso “come dramatis personae”, in ultima analisi, è quello che emerge dal libro curato da Karl Kolbitz, che pone sotto i riflettori non solo la magnificenza—la famosa “signorilità dello stabile”—ma anche il dimesso e la praticità, le due anime di Milano.

(A partire dal 5 aprile fino al 18 luglio una selezione di fotografie tratte dal libro saranno in mostra al pubblico presso TASCHEN Store Milano in Via Meravigli 17).

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