Cenare a Pyongyang con il Caro Leader seduto a capotavola. Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Krys Lee (Codice edizioni)

Le parole di mia madre mi tormentano. Quell’ultima sera, mi disse, nessuno voleva trovarsi nel palazzo costruito su tunnel chilometrici usati come rifugio antiaereo. Lei e mio padre sfoggiavano lo stesso sorriso degli altri invitati, lo stesso cappotto di pelliccia e lo stesso Rolex con su inciso il nome del Caro Leader, il Grande Generale, l’uomo con decine di titoli onorifici. Sul cuore sfoggiavano lo stesso distintivo della famiglia Kim, una dimostrazione di fedeltà ai capi.

Noi, i figli, non c’eravamo, eppure i nostri genitori, entrando nell’ampio salone allestito per il ricevimento, si salutavano con le solite frasi di circostanza: «Ho saputo che tuo figlio frequenterà il politecnico Kim Chaek. Sarai fiero di lui, immagino», oppure: «Ho visto tua figlia suonare il violoncello. Incantevole».

Eravamo un argomento di conversazione sicuro. Si conoscevano tutti dai tempi della scuola e dei comitati di partito. I figli, come me, erano esentati dai dieci anni di servizio militare obbligatorio e studiavano nelle migliori scuole di Pyongyang, mentre le figlie come la mia sorellina erano destinate a sposare i loro pari.

Nostra madre, in abito di seta, i capelli raccolti in uno chignon, si sedette a un lato del lungo tavolo di mogano; nostro padre, in completo nero, all’altro. Anche se sembravano divertirsi, avevano tutti paura. Non fosse stato per i distintivi e la presenza del Caro Leader, che li osservava dal suo posto a capotavola, sarebbe stata una festa come un’altra.

Questa era la Pyongyang della mia famiglia nel 2009. Non conoscevamo nessuno di quelli che erano stati esiliati nelle tetre cittadine minerarie o che mettevano nello stufato corteccia triturata per riempirsi la pancia. Con i ragazzi che vivevano nelle province, costretti a lavorare nei campi di papaveri da oppio, o con la massa di persone che giravano in lungo e in largo il Paese in cerca di lavoro, per rimediare denaro e quindi cibo, avevamo in comune solo la cittadinanza. Quanto a me, conducevo la vita che mi era concessa dallo status sociale dei miei: leggevo e parlavo un inglese passabile, russo e un po’ di cinese, e immaginavo che avrei frequentato una scuola di specializzazione all’estero. Avevo ventun anni, e davo per scontato che la mia vita sarebbe stata tutto sommato facile.

 

Getty Images

In quel salone, mentre si muovevano con disinvoltura sotto un lampadario pesante quanto un carro armato, i miei genitori sembravano intoccabili. È doloroso rievocare l’immagine di mia madre, famosa attrice: l’ovale innocente del suo viso, gli occhi color nocciola, quello sguardo penetrante e sincero ma allo stesso tempo diffidente. Si diresse verso l’amante di mio padre con quella sua andatura fluida, perfezionata da centinaia di ore di pratica. Dopo aver salutato le persone accanto a cui passava si sedette di fronte a una donna con le ciglia finte, e con un tono che di solito riservava ai bambini si rivolse a lui: «Venerdì sera hai fatto piuttosto tardi, vero tesoro?».

Così facendo stava ricordando a quella donna che c’era una sola moglie, e che era stata proprio la generosità della moglie a permettere al marito l’incontro con l’amante. Il suo orgoglio feroce nascondeva le ferite come un manto.

Mio padre, uomo sicuro di sé, non sembrava particolarmente turbato, e mentre si sedeva accanto a mia madre sorrise. Dirigeva l’ufficio governativo del commercio, una carica importante e misteriosa perfino per la sua famiglia: per lui c’erano sempre questioni più serie delle donne. Tuttavia, mentre l’amante arrossiva e si voltava come un girasole verso l’ignaro marito, sussurrò a mia madre: «Era proprio necessario?».

Lei rispose: «Ha importanza?», poi raddrizzò il mento, sollevando la scollatura per nascondere gli impercettibili ma inevitabili segni che il tempo aveva lasciato sul suo fisico durante gli anni del matrimonio, combinato dal Grande Generale in persona. Mio padre non notava quei dettagli, o forse non lo interessavano. Lei invece ci teneva a non avere il rossetto sbavato e a proteggere la propria dignità. Quell’ultima sera interpretò la parte alla perfezione, finché non ci fu più nessuna parte da interpretare.

Alla moglie del numero undici del partito, seduta accanto a lei, chiese: «Com’è andato l’intervento di tua suocera?», e poi: «Era buono il miele che vi ho mandato?». Circondata dai quaranta invitati e dalle loro limitate libertà, la mia pragmatica madre curava le proprie alleanze. Alcuni minuti dopo, al numero sette del partito seduto di fronte a lei disse: «I piani di sviluppo che hai esposto nel tuo discorso faranno un gran bene al Paese».

Mentre lui arrossiva e pontificava di strategie commerciali, lei sospese le bacchette sulle striscioline di pesce palla e di tonno che guizzavano ancora nel piatto, parte dell’ultimo carico arrivato dal mercato ittico Tsukiji di Tokyo a bordo di un jet privato. Mio padre pregustava il brandy che sarebbe stato servito alla fine: gli faceva venire nostalgia dei viaggi di lavoro in Europa, un continente, mi aveva detto, in cui tutto il mondo è in vendita. Questa era la nostra vita.

Prima che gli inservienti portassero via gli avanzi dalla tavola imbandita e la fontana mobile di Chivas Regal, la mamma sfiorò il piede di papà con il suo, gli occhi fissi sul bicchiere che aveva davanti. Cogliendo il segnale, lui alzò il calice per brindare alla salute del Caro Leader e disse: «Al nostro Grande Generale!». Finalmente tutti osarono guardarlo.

Il Caro Leader bevve alla propria salute. Solo allora gli altri bicchieri si sollevarono in successione. «Al nostro Grande Generale!» dissero tutti, con sorrisi smaglianti e spaventati.

Per gentile concessione dell’editore.

Krys Lee

Come siamo diventati nordcoreani

Codice edizioni 2017
310 pagine, 18 euro
Il romanzo sarà presentato domenica 21 maggio al Salone del libro di Torino. L’incontro con l’autrice e con Claudia Durastanti sarà alle 14.30 presso lo Spazio Babel
Chiudi