È stato un festival generalmente debole con qualche guizzo. Qui vi raccontiamo le due settimane francesi e i film che hanno salvato la 70esima edizione

Quest’anno il festival di Cannes ha dedicato comprensibile attenzione alle misure antiterrorismo. Elicotteri ronzavano costantemente sopra gli alberghi trasformati nella Las Vegas del cinema, polizia in tenuta antisommossa pattugliava gli accessi alla croisette, ogni ingresso al Palais e alle sale era presieduto da ispettori e metal detector: c’era la guardia italiana che ti faceva passare l’acqua strizzando l’occhietto, la tardona che apriva ogni astuccio e oggetto personale bloccando immancabilmente la fila, il ragazzino che si imbarazzava a perquisire le donne e quindi le faceva passare tutte avanti. In ogni caso, il personale era esiguo e impreparato: ad ogni proiezione si creavano ingorghi e ritardi, ma sempre con la beffarda sensazione che trafugare un tubetto imbottito di tritolo sarebbe stato più facile che vedere un film decente.

Perché quest’anno il festival di Cannes è stato debole, a detta di molti il peggiore da anni. Un programma che a scatola chiusa sembrava molto rassicurante ma che a evento concluso (e a confronto con quello dell’anno scorso) insegna che spesso le soddisfazioni più importanti si trovano nell’imprevisto e negli emergenti, due categorie che non sempre il festival francese predilige. Cercando di non pensare a palme e premi, per chiudere la nostra panoramica dal festival abbiamo però scelto alcuni film da non dimenticare in questa 70° edizione del festival.

La giuria della 70° edizione del Festival di Cannes era presieduta da Pedro Almodóvar e composta da Maren Ade, Fan Bingbing, Park Chan-wook, Jessica Chastain, Angès Jaoui, Will Smith, Paolo Sorrentino e Gabriel Yared. Prima dell’assegnazione dei premi nascevano spontanei toto-palmares in base alle idiosincrasie della giuria. Tipo Almodòvar che andava matto per le kitscherie omosessuali di Ozon, Sorrentino che perdonava i difetti di Lanthimos per il suo nonsense estetizzante e Will Smith che si commuoveva per i bambini di Wonderstruck. Ma poiché i premi sono spesso arbitrari (l’anno scorso Toni Erdmann non vinse nulla, ad esempio), ci limitiamo a segnalare i film vincitori qui nominati con un asterisco, specificando la categoria in calce all’articolo.

Ruben Östlund

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2 + 3 film molto belli

Confinati (per modo di dire) in Quinzaine, due autori molto diversi come Claire Denis e Philippe Garrel hanno presentato film a loro modo molto simili. In L’amant d’un jour* di Garrel un professore di filosofia si trova a dividere casa con l’amante ventenne e la propria figlia (Esther Garrel), che è sua coetanea e ha appena rotto con il fidanzato. Nel film della Denis, Un beau soleil intérior*, Juliette Binoche è un’artista divorziata e con una figlia piccola, ancora attraente e di successo. Non le mancano occasioni di incontrare uomini, ma ogni sua storia si conclude in tragedia (anche comica, sottolineata in finale dal personaggio di Gerard Depardieu). Anche se film minori di due registi fondamentali, entrambi svelano come veniamo tutti, senza pietà e differenze, manipolati dalle relazioni sentimentali e dalla nostra o altrui idea d’amore. E con finezza incredibile inscenano la saggezza unica delle donne che analizzano il discorso amoroso.

Cambiando completamente registro, in concorso è spiccato 120 battements par minute* di Robin Campillo, sul gruppo attivista ACT UP che a cavallo tra anni Ottanta e Novanta si è battuto per il diritto alla cura e alla prevenzione dell’AIDS in Francia. Un ritratto inizialmente collettivo che nel corso del film si restringe intorno alla vicenda di una coppia del gruppo — uno sieropositivo, l’altro negativo. In una commovente parabola “crepuscolare”, 120 battements fa luce sugli aspetti medici, politici ed emotivi della malattia. Un film tanto politico quanto informativo, che non ha solo pregi artistici e didattici, ma anche quello di aver rispolverato grandiose hit eurodance come Tell my why dei Bronski Beat. Altra esperienza meravigliosa del concorso è stata Good Time dei fratelli Safdie, che nel 2008 avevano esordito poco più che ventenni alla Quinzaine. Prima che registi, i Safdie sono cinefili nerd, fan devoti del cinema narrativo e di quello tipicamente newyorchese (quindi Abel Ferrara, Scorsese, e il padrino dell’indie americano Cassavetes). Una specie di Fuori Orario illuminato a neon, Good Time rielabora il tema della rapina finita male e dello scambio di identità con protagonista Robert Pattinson (abilissimo oltre ogni previsione). A chiudere il cerchio fantastico sono anche i costumi iperrealistici del genio dello street style Mister Mort e la colonna sonora originale di Oneohtrix Point Never, con Iggy Pop.

Ma il re di Cannes è sempre stato Michael Haneke. Con Happy End porta alle estreme conseguenze il discorso sulla morte cominciato con Amour: in una benestante famiglia di Calais, Isabelle Huppert si fa in quattro per salvare il business edilizio della famiglia, mentre padre anziano e nipotina dodicenne cercano — per ragioni molto diverse e senza riuscirci — di suicidarsi. Un thriller che diventa tale solo negli ultimi istanti, Happy End utilizza la riflessione formale sull’immagine nell’era internet come stratagemma narrativo ma anche, a livello visivo, come strumento critico. Capolavoro.

Claire Denis

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2 film imperfetti da rivedere

I film che dividono ai festival ci sono sempre, anche nelle annate mosce come questa. Il più controverso è stato The Square* di Ruben Östlund, che per certi versi continua la critica alla virilità inscenata in Forza Maggiore, espandendola. Christian è un curatore affermato in un sofisticato museo d’arte contemporanea; quando gli rubano il cellulare la sua reazione svela un rapporto affatto pacificato con i propri privilegi e la propria borghesia intellettuale. Östlund ha ammesso di aver spedito al festival un montaggio incompleto, che infatti sembra più l’opera di uno schizofrenico che di un controllato regista scandinavo. Ma se imita un’idea un po’ sorpassata di arte, la parodia della performance sensazionalista — dove un uomo-scimmione terrorizza gli invitati a una cena esclusiva al museo — è incisiva e The Square estende al cinema un tipo di critica sociologica (sull’Europa, l’arte e l’Altro) che finora era dominio dell’accademia o, appunto, dell’arte concettuale.

Diversissimo è il nuovo film di Sofia Coppola, The Beguiled*, un remake dell’omonimo film di Don Siegel con Clint Eastwood. Sceneggiato in costume dalle nuance pastello ma tinte di grigio sporco, è la storia di un remoto collegio femminile che accoglie un soldato in fin di vita (Colin Farrell) durante la guerra civile. Il focus qui non è tanto come vengano rotti gli equilibri dalla presenza maschile, ma come il gruppo di donne (protagoniste Kidman-Dunst-Fanning) decida di ristabilire il proprio statuto. Forse è vero che la Coppola è una regista interessata solo agli elementi esteriori del cinema, ma è bravissima a stratificare non solo i costumi, ma anche i simbolismi, le atmosfere, i sottotesti. E poi fa ridere.

La giuria

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4 film a lato

Cioè film che non cambiano la vita ma alleggeriscono la giornata. Senz’altro il nuovo di Noah Baumbach, The Meyerowitz Stories, che riprende Woody Allen dei tempi d’oro e lo riposiziona adesso, con risate meno sonore e leggermente fuori sincrono, ma comunque in un pacchetto ben organizzato, di chi sa cosa sta facendo. Sarà poi banale dirlo, ma qualsiasi cosa con Dustin Hoffmann ha senso di esistere.

Altra piacevole visione è stata El Presidente aka La Cordillera, dell’argentino Santiago Mitre: tutti i presidenti del Sud America si riuniscono in un albergo pregiatissimo in Cile, a 3000 metri d’altezza, per decidere se fondare una confederazioni di stati con agevolazioni economiche e di materie prime. Praticamente l’Europa dell’America Latina. Ricardo Darín è il presidente dell’Argentina e da figura ombra diventerà il fulcro di pressioni internazionali, con gli Stati Uniti che si comportano da mafiosi e un Brasile utopico e magnanimo. Un film politico e di speculative fiction, da vedere non solo perché siamo in era post-Brexit, ma anche perché è davvero dal Sudamerica che arriva il cinema più interessante di questi anni. Infatti un altro “film gioiello” visto al festival è stato La novia del desierto, esordio di due argentine, Cecilia Atàn e Valeria Pivato, che hanno lavorato con una delle attrici migliori in circolazione (la Paulina García di Gloria o mamma di Pablo Escobar in Narcos). Ambientato nel deserto di San Juan, è una storia d’amore tra una nana, cioè una tata-domestica, e un venditore ambulante. Film piccolo ma pressoché perfetto, con una battuta da riciclare subito in balera: «La musica mi piace perché mi ci perdo. Dammi la mano, ché non voglio perdermici da solo».

Come per il deserto argentino, anche per Sean Baker (autore del cult Tangerine, sui transgender di LA) l’ambientazione è cruciale. Girato in un motel fucsia vicino a Disneyland, Orlando, The Florida Project segue un gruppo di bimbetti agitatissimi che vivono letteralmente ai margini della società americana (precisamente allo svincolo autostradale prima del Viale dei Sette Nani, che esiste sul serio). Se Tangerine era stato girato tutto su iPhone, qui Baker usa la pellicola, e la scelta è sensata perché il project — cioè la “casa popolare ”— del film emerge con tutta la sua fisicità americana, ingombrante ma a volte quasi irreale, fatata. The Florida Project è il classico film in cui il soggetto e certe trovate (come il personaggio del portinaio tuttofare Willem Defoe) sono ottime, ma la realizzazione sbrodola e non si fa alcun tipo di scrupolo etico (poiché Baker ha lavorato con attori di strada, manipolandoli evidentemente, senza rispettarli ma neppure raggiungere la spettacolarità ricercata).

 

*L’amant d’un jour e Un beau soleil intérior hanno vinto ex-aequo il premio come miglior film francese alla Quinzaine

*120 battements par minute ha vinto il Grand Prix

*The Square ha vinto la Palma D’Oro

*Sofia Coppola ha vinto il premio alla miglior regia per The Beguiled

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