La società occidentale ha creato un progresso senza precedenti, eppure non crediamo più nei valori che lo hanno reso possibile. In esclusiva su IL, il nuovo saggio dell’ex direttore dell’Economist sulla più grande idea politica della storia

Da sempre, essere moderni ed essere occidentali sono sinonimi. Essere occidentali significa, per definizione, essere all’avanguardia in quasi ogni campo: scienze, cambiamenti sociali, cultura, benessere, prestigio, potere. Questo stato di cose non è esente da critiche, anche negli stessi Paesi occidentali. Ma, al di là del malcontento ideologico, il predominio dell’Occidente sulla modernità è un dato di fatto ormai così acquisito che quasi non ricordiamo più da cosa ha tratto origine. Anzi, fatichiamo persino a stabilire a chi ci riferiamo esattamente quando parliamo di «occidentali», visto che, nella società contemporanea, la modernità e i benefici che questo comporta non possono più essere considerati una prerogativa esclusiva di una determinata area geografica, ovvero l’Europa occidentale, il Nord America o le nazioni dal passato coloniale. Oggi, infatti, Giappone, Taiwan, Slovenia e Corea del Sud sono all’avanguardia quanto Svezia, Francia e Canada. Paesi, questi, che non hanno in comune né la geografia né la storia, ma un’idea.

Un’idea così potente e densa di significati che ci ha permesso di raggiungere livelli di prosperità, sicurezza, stabilità, pace e progresso scientifico impensabili in epoche precedenti. Un’idea sulla quale è importante soffermarsi, in questo preciso momento storico, perché è oggetto di pesanti minacce, non dall’esterno, ma dall’interno. L’Occidente paga infatti lo scotto di una grave mancanza, quella di aver smesso di garantire ai suoi cittadini quello che si aspettano dai propri governi – la giusta misura di equità, prosperità e sicurezza – inducendoli a portare alla ribalta personalità e forze politiche, primo fra tutti il neopresidente americano Donald Trump, che incarnano valori assolutamente antioccidentali. Valori che, se lasciati liberi di prevalere e proliferare, rischierebbero di distruggere l’Occidente e le sue conquiste.

Una simile disfatta sarebbe una tragedia di proporzioni epocali, se si considera che l’idea di Occidente, rispetto ad altri modi di organizzare la società, ha procurato a quanti hanno scelto di perseguirla più libertà e un maggior numero di opportunità. Non a caso è stata l’idea politica di più grande successo della storia. Se coltivata in maniera corretta, infatti, è in grado di innescare un circolo virtuoso: la piena libertà e la possibilità di condurre vite relativamente prive di restrizioni generano prosperità, stabilità e sicurezza, condizioni che a loro volta contribuiscono ad alimentare la fiducia sociale e le risorse economiche che rendono possibile il progresso.

Per definire questa idea spesso ricorriamo a nozioni come «liberalismo» o «democrazia liberale», ma nessuna delle due sembra soddisfarci pienamente. In primo luogo, si tratta di espressioni troppo tecniche, filosofiche o accademiche per suscitare passioni autentiche. E inoltre rischiano di generare confusione: per molti americani, ad esempio, il termine «liberale» ha una connotazione negativa, essendo usato per definire l’impiego smodato del denaro dei contribuenti per viziare cittadini immeritevoli e manipolare il mercato; mentre per altri, soprattutto per gli europei, con l’aggiunta del prefisso «neo» sta a indicare un sostenitore delle brutali forze del mercato. In secondo luogo, si potrebbe obiettare che l’espressione «democrazia liberale» non sia altro che una tautologia (come potrebbe esistere una «democrazia non liberale», dal momento che questa forma di governo consiste nel potere del démos, ovvero del popolo?), oppure che nell’uso moderno la parola «democrazia» venga quasi svuotata del suo significato, fino ad arrivare a descrivere un mero processo meccanico da usare, o di cui si può abusare, a piacimento.

Le fotografie della storia di copertina, scattate sulla costa settentrionale dell’isola di Oahu (Hawaii) una all’anno tra il 2011 e il 2017, fanno parte della serie “New Waves” di Takashi Homma. Sono parte integrante di “La città narcisista. Milano e altre storie”, la personale a cura di Fantom che la galleria Viasaterna dedica all’artista giapponese fino al 14 luglio. Il progetto espositivo, che prevede anche un focus su Milano realizzato ad hoc, è la prima ricognizione italiana sull’opera di Homma.

New waves, 2017 © Takashi Homma, Courtesy Taronasu/Viasaterna

La radice di quelle parole, tuttavia, rimanda ad altri due termini cruciali, che potremmo definire i nostri ideali. Il primo è «apertura», perché il latino liber, «libero», indica al tempo stesso un auspicato risultato individuale e un requisito imprescindibile della società di cui i singoli fanno parte. Una società libera è aperta a idee innovative, all’affermarsi di nuove élite, circostanze e opportunità, che si tratti dello scambio di merci e servizi o di quello di scienza e cultura. Parliamo quindi di una società non diretta da un’intelligenza centrale ma formata dai desideri collettivi e dalle azioni dei suoi membri. Il che ci porta al secondo ideale: «uguaglianza».

Presupposto essenziale per una società aperta, infatti, è l’uguaglianza tra i liberi individui che la compongono, indispensabile per scongiurare i conflitti che sorgono inevitabilmente quando alcuni finiscono per sentirsi trascurati, svantaggiati o indifesi. Ed è proprio quello che di recente è successo negli Stati Uniti e in molti paesi dell’Europa occidentale. Il senso di uguaglianza è andato perso, è stato messo in secondo piano, o semplicemente eroso.

Questa forma di «uguaglianza» sociale non ha direttamente a che vedere con i guadagni o le ricchezze – sebbene, nel concreto, il divario sempre più ampio tra ricchi e poveri sia innegabile –, quanto piuttosto con i diritti e la parità di trattamento per ogni individuo, con il peso che la voce di ciascuno ha all’interno della società. È quello che nell’antica democrazia greca veniva definito isonomia, parità di diritti politici, che ovviamente comprende l’altrettanto essenziale principio di uguaglianza davanti alla legge. Quello che, per brevità, possiamo chiamare «cittadinanza».

Nell’antica Grecia l’isonomia aveva, e ha ancora ai nostri giorni, particolari applicazioni, ad esempio la parità di diritti nell’intervenire in parlamento, ma le modalità attraverso cui viene esercitata dipendono dai diversi sistemi politici vigenti nei vari Stati. Ciò che accomuna i Paesi che condividono lo Stato di diritto sono proprio il principio dell’uguaglianza di diritti e di espressione per tutti i cittadini, la tutela della libertà di parola e di informazione, e la garanzia di responsabilità politica tramite libere elezioni a suffragio universale.

Il perseguimento dell’interesse condiviso ha ulteriormente incoraggiato le società a investire, attraverso la promulgazione di leggi o l’utilizzo del gettito fiscale, in beni pubblici ritenuti di utilità collettiva: accesso libero all’istruzione, misure di welfare, prestazioni sanitarie
alla portata di tutti, sicurezza garantita da forze armate e polizia. L’isonomia accomuna giapponesi e americani, francesi e svedesi, australiani e inglesi, sebbene la sua applicazione vari da nazione a nazione, da cultura a cultura.

New waves, 2016 © Takashi Homma, Courtesy Taronasu/Viasaterna

Siamo, e saremo sempre, diversi su molti piani, dal reddito alla salute, al talento, alla professione, alla personalità, allo status sociale, ma in linea di principio una società occidentale garantisce, o almeno dovrebbe, l’uguaglianza in termini di diritti civili basilari e di partecipazione politica. Questa parità contribuisce a decentralizzare il potere statale. Assicura la protezione di proprietà, idee e azioni, incoraggiandoci ad assumere dei rischi, a sperimentare, a fare investimenti di tempo e denaro. E inoltre rappresenta una forma di umiltà che contrasta con l’arroganza utopica di forme come il comunismo, il fascismo o ogni altro regime totalitario che si autodefinisca onnisciente e onnipotente. Assicura la fiducia sociale, la legittimità, e permette alla società di assorbire gli urti e di adeguarsi ai cambiamenti e alle trasformazioni introdotti appunto dall’apertura.

Di recente, tuttavia, questa concezione dell’Occidente è entrata in crisi. Nel cuore dell’Occidente, negli Stati Uniti d’America, in Europa e in Giappone (Paese che almeno a partire dagli anni Settanta è da considerarsi in tutto e per tutto «occidentale»), si comincia ad avvertire un senso di declino – iniziato con la crisi economica del 2008 – che ha generato un nuovo sentimento di impotenza, alimentando la percezione dei cittadini di non poter influire sugli affari mondiali. Questa sensazione, e tutti i danni che ne derivano, sta provocando spaccature tra gli Stati e al loro interno, incidendo sulle strutture di collaborazione internazionale che i Paesi occidentali hanno eretto nei decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Istituzioni che hanno contribuito in misura decisiva alla ripresa economica e sociale.

Viviamo in un’epoca di pessimismo, in cui dominano la disintegrazione e la rinascita dei vecchi nazionalismi. Molti di coloro che nel 2016 hanno votato per Donald Trump o a favore della Brexit non possono che condividere questo sentimento. I loro voti hanno rappresentato un grido di protesta contro l’establishment e il sistema, e non necessariamente l’adesione ai valori incarnati dal neopresidente americano o alle novità che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea introdurrà.

La campagna elettorale di Trump, come quelle di altri movimenti antiestablishment su entrambe le sponde dell’Atlantico, ha senz’altro avuto il merito di toccare le problematiche più sentite dai cittadini occidentali. Ma l’individuazione delle questioni essenziali da affrontare non per forza coincide con l’identificazione degli strumenti più adeguati per risanarle. Le tre soluzioni da lui sbandierate, ad esempio, costituiscono una seria minaccia per il futuro dell’Occidente. Egli, infatti, ha sostenuto di volersi ritirare dagli accordi di libero commercio e avviare misure protezionistiche per favorire le aziende americane, un approccio che nessun presidente ha più utilizzato in modo sistematico dagli anni Trenta del Novecento. Ha inoltre dichiarato di non considerare le alleanze militari strette dagli Stati Uniti dopo il 1945 prioritarie per gli interessi del suo Paese, lasciando intendere di non sentirsi vincolato a rispettare l’obbligo di mutuo soccorso previsto dalla più importante alleanza postbellica, ovvero la Nato. Infine, si è impegnato non soltanto a rendere più severo il controllo sull’immigrazione (desiderio condiviso da molti altri Paesi), ma anche ad applicare, nelle procedure di ingresso negli Stati Uniti, discriminazioni e preclusioni sulla base della nazionalità di origine e della religione professata dai richiedenti: un sistema che riporterebbe la politica americana indietro di un secolo.

New waves, 2014 © Takashi Homma, Courtesy Taronasu/Viasaterna

Misure simili costituiscono un serio rischio per l’Occidente, in primo luogo perché all’apertura commerciale, governata da leggi internazionali, oppongono un sistema chiuso, fondato su intimidazioni e imposizioni, in cui il successo non è dato dalla quantità di scambi commerciali o dai vantaggi che ne ricavano i consumatori, ma dalla mole di surplus e deficit commerciali; una visione tipica delle epoche totalitarie. In secondo luogo, perché non fanno altro che incrementare le divisioni tra le nazioni attualmente liberali e aperte, riducendo sia la circolazione di idee sia un elemento cruciale come la fiducia. In ultimo, questo approccio costituisce una minaccia perché mette in discussione strutture di alleanze e accordi che resistono da decenni, e spinge le nazioni a salvaguardarsi formando nuove alleanze con Paesi non occidentali e non liberali.

Peter Thiel, miliardario della Silicon Valley e sostenitore del neoeletto presidente americano, ha osservato che se gli elettori di Trump lo hanno preso sul serio ma non alla lettera, i suoi detrattori hanno commesso l’errore di prenderlo alla lettera ma non sul serio. Secondo i critici, tuttavia, il vero punto della questione è un altro, ovvero che Trump non sarebbe in grado di comprendere i problemi che ha il dovere, come ogni altro leader occidentale, di risolvere.

Le nostre attuali difficoltà sono in larga misura una conseguenza della crisi economica del 2008, la peggiore che ha colpito l’Occidente dagli anni Trenta, una calamità che a sua volta è dipesa da un misto di noncuranza, negligenza e corruzione accumulatesi nei decenni precedenti. La crisi ha avuto tra le sue cause la disuguaglianza politica, disuguaglianza che si è ravvisata anche nell’incapacità di gestirla in modo corretto ed equanime. Difficilmente, infatti, può sembrare giusto un sistema che ha salvato le banche responsabili del disastro e ha permesso ai loro ex e attuali presidenti di mantenere le proprie ricchezze, mentre tra il 2008 e il 2012 quindici milioni di americani si sono visti pignorare i mutui.

Una rapida ripresa in termini di occupazione e guadagni avrebbe potuto sedare la rabbia, negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, in Francia, in Italia o altrove. Ma non è successo. Un decennio più tardi, troppi cittadini si sentono ancora intrappolati in un lavoro insoddisfacente, in circostanze insoddisfacenti, in un sistema educativo insoddisfacente, in una vita insoddisfacente. Altri fattori, tra cui lo sviluppo tecnologico, il progressivo invecchiamento della popolazione e l’ampliamento del divario salariale, stavano già causando tensioni negli anni precedenti al 2008. Tensioni che i governi avrebbero potuto e dovuto risolvere. Ma non lo hanno fatto, e l’enormità della crisi finanziaria ha sommerso ogni altro problema. Il risultato è che molte delle nostre società hanno perso fiducia nel connubio tra apertura e uguaglianza che fino a poco tempo addietro aveva portato prosperità, sicurezza, stabilità e benessere a tutti. Invece di sostenersi a vicenda e fungere da linee guida per le nostre azioni, i principi di apertura e uguaglianza sono entrati in conflitto in diversi Paesi, dove vengono invocate a gran voce soluzioni di chiusura, soprattutto da coloro che si sentono penalizzati dalle classi dirigenti.

Per comprendere e cercare di superare questo malessere dobbiamo riconoscere che, al di là del suo innegabile successo, l’idea di Occidente deve fare i conti con una debolezza intrinseca, che è necessario esorcizzare a intervalli regolari. Le società occidentali, infatti, operano in modo così libero, decentralizzato e poco strutturato, che le loro virtù essenziali rischiano facilmente di essere date per scontate, se non addirittura ignorate o sovvertite, non soltanto da azioni deliberate condotte da nemici esterni, ma anche dall’inettitudine, dalla sete di potere e dalla disonestà dei suoi stessi membri. In certi casi, infatti, sono appunto l’apertura, l’uguaglianza e la loro espressione democratica a minare, se non a distruggere, le proprie fondamenta.

New waves, 2015 © Takashi Homma, Courtesy Taronasu/Viasaterna

Questo, come cercherò di mostrare in Il destino dell’Occidente, è esattamente ciò che è successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Francia e in Italia, in Giappone e in Germania, in particolare negli anni che hanno preceduto la catastrofe finanziaria del 2008. Per evitare di ricadere negli stessi errori e scongiurare l’avvento di nuove crisi è indispensabile ricordare a noi stessi in cosa consiste davvero l’idea di Occidente e quali sono le sue reali implicazioni. Per restare moderne, le nazioni occidentali devono scuotersi dal loro torpore e ripensare i valori che ne hanno segnato il successo, per rinvigorirli e, se necessario, reinventarli. Per farlo, tuttavia, devono al tempo stesso vincere la battaglia ideologica contro tutti coloro che oggi prediligono soluzioni di chiusura, isolazionismo e nazionalismo. L’elezione di Donald Trump è stata senz’altro uno scossone, ma probabilmente diretto nella direzione sbagliata. Il suo disprezzo per i fatti e per la verità, dimostrato fin dalla campagna elettorale, rischia di impedire ai cittadini di aprire gli occhi sulla realtà.

Ciononostante c’è almeno una ragione per essere ancora ottimisti e avere fiducia in noi stessi, e ha a che vedere con il punto di forza essenziale dell’idea di Occidente: la capacità di evolversi, di rispondere alle minacce e di adeguarsi ai cambiamenti. Quest’idea, se difesa, preservata e quando necessario ravvivata, nasconde un potenziale evolutivo che finora si è dimostrato superiore a quello di ogni altra forma di organizzazione sociale.

Prendiamo un esempio semplice ma efficace tratto dalla storia recente. Nel 1956 Nikita Chrušcëv dichiarò a un gruppo di ambasciatori occidentali: «Che vi piaccia o meno, la storia è dalla nostra parte. Vi seppelliremo». Adesso sappiamo che si sbagliava. E la ragione è che il sistema occidentale ha saputo essere più flessibile e predisposto al cambiamento di quello sovietico da lui guidato.

Il problema principale dell’Unione Sovietica fu la sua struttura rigida e chiusa, incapace di modificarsi, che alla fine andò incontro al tracollo. Nel frattempo, i Paesi che definiamo occidentali cambiarono e si adattarono, ognuno a modo proprio. E, come i rivali comunisti, dovettero affrontare numerose crisi e disordini sociali nel corso della Guerra fredda: il movimento sessantottino in Europa, le proteste pacifiste e a favore dei diritti civili negli Stati Uniti, il terrorismo in Italia e Germania, gli scioperi e le violenze separatiste in Gran Bretagna, le contestazioni e le questioni ambientali in Giappone. Furono anni difficili e segnati da forti contrasti, di divisioni e malcontento. Ma alla fine l’Occidente individuò le strategie giuste per affrontare i problemi, attraverso l’apertura, la parità dei diritti e la fiducia sociale, e dunque prediligendo l’«evoluzione » alla «rivoluzione».

New waves, 2011 © Takashi Homma, Courtesy Taronasu/Viasaterna

L’effettivo peso di queste caratteristiche varia da Paese a Paese, oltre che da epoca a epoca. C’è ampio spazio per dibattere su quanto aperte, paritarie e fiduciose possano o debbano essere le società, ma tutte, almeno fino a oggi, si sono dimostrate in grado di riprendersi dalle turbolenze della storia, adattarsi e individuare soluzioni alternative e innovative. Ciò che ci interessa oggi è capire se questa abilità esista ancora o se sia stata definitivamente compromessa.

Simili preoccupazioni non sono certo nuove. Quando, alla fine della Prima guerra mondiale, lo storico tedesco Oswald Spengler pubblicò la sua monumentale opera in due volumi intitolata Il tramonto dell’Occidente, quella cui si riferiva era una civiltà occidentale essenzialmente europeo-americana e più legata alla cultura che alle idee. Non sorprende che, al termine di un conflitto devastante, Spengler ritenesse quella civiltà sul viale del tramonto. La sua lugubre visione, condivisa da numerosi altri intellettuali dell’epoca, era profonda. Lo storico ipotizzava, infatti, che nel corso della storia si fossero susseguite una serie di civiltà, o culture superiori, ognuna delle quali aveva attraversato un ciclo di ascesa, maturità e declino. Ormai era arrivato il turno dell’Occidente, dell’universo europeo-americano, che secondo Spengler avrebbe iniziato la sua parabola discendente fino a essere rimpiazzato.

Lo storico aveva fissato la durata approssimativa di ogni ciclo in mille anni, quindi dovremmo essere cauti nell’affermare che fosse in errore, visto che è trascorso meno di un secolo dalla sua previsione. La Seconda guerra mondiale, culminata con le due bombe atomiche sganciate sulle città giapponesi, fu un evento apocalittico, che avrebbe potuto avere esiti persino più catastrofici se solo la Germania o il Giappone fossero riusciti a sviluppare armi nucleari in grado di competere con quelle americane. Nel periodo tra i due conflitti mondiali, rispondendo a una domanda su cosa pensasse della civiltà occidentale, il Mahatma Gandhi avrebbe detto (ma la citazione potrebbe essere apocrifa): «Sarebbe una buona idea». Se la Seconda guerra mondiale avesse fatto un più largo impiego degli ordigni atomici, sarebbe stata un’idea morta.

Ma non accadde e, al contrario, abbiamo continuato a prosperare per settant’anni, allungando la lista dei Paesi occidentali via via che altre nazioni accoglievano e facevano proprie le idee della modernità. La questione che ci troviamo ad affrontare oggi è appunto se questa fase non stia giungendo al termine. Forse l’Occidente non risponde più alla definizione di Spengler, e certamente non è più limitato all’area europea e americana, ma sono in molti a ritenere che sia in declino.

New waves, 2012 © Takashi Homma, Courtesy Taronasu/Viasaterna

Viviamo in un’epoca in cui l’apertura viene dichiaratamente messa in discussione, l’uguaglianza dei diritti suscita dubbi che erano ormai sopiti da decenni e la fiducia sociale vacilla. Sembriamo non credere più negli ideali che sottendono alla migliore società possibile, quella società moderna e occidentale che noi stessi abbiamo contribuito a creare attraverso un lungo processo di tentativi ed errori. E questa perdita di fiducia rischia di mettere in pericolo proprio ciò che finora ci ha garantito non solo la sopravvivenza, ma la prosperità: la capacità di evolverci, di adattarci alle circostanze mutevoli e di opporci alle minacce.

Il destino dell’Occidente, oggi e negli anni a venire, dipende proprio dalla sua abilità evolutiva, e con essa dalla nostra capacità, in qualità di cittadini, di contrastare i tentativi di costruire muri e chiudere i confini, fisici e mentali; e in secondo luogo dal coraggio di identificare e rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’evoluzione. Le ragioni per essere ottimisti, come ho scritto in precedenza, non mancano. La storia ci insegna che abbiamo sempre saputo mettere a tacere gli scettici e sconfiggere i nostri demoni. Ma nulla è predeterminato. Lo scontro è aperto.

Se l’idea dell’Occidente prevarrà, dovremo perseguire con maggiore convinzione e ostinazione i suoi valori fondanti, e tenere a mente una cosa: senza apertura, l’Occidente non può fiorire; senza uguaglianza, non può durare.

 

Dieci idee e dieci date per un solo Occidente

 

V SECOLO A.C. Fioritura della polis ateniese

DEMOCRAZIA Forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce a ogni cittadino la partecipazione all’esercizio del potere

 

529 Viene redatto il Codex Iustinianus

DIRITTO Facoltà o pretesa, tutelata dalla legge, di un determinato comportamento attivo od omissivo da parte di altri

 

1215 Magna Charta Libertatum, accettata da re Giovanni d’Inghilterra

LIBERTÀ La facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo

 

1624 Nel Saggiatore, Galileo Galilei espone i principi del metodo scientifico

SCIENZA Discipline fondate sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo e che si avvalgono di linguaggi formalizzati

 

1651 Thomas Hobbes, Leviatano: il patto sociale consegna allo Stato il monopolio della violenza

SICUREZZA La condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenirli

 

1689 John Locke, Lettera sulla tolleranza

LAICITÀ DELLO STATO Separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa

 

1776 Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America

LIBERALISMO Movimento che riconosce all’individuo un valore autonomo e tende a limitare l’azione statale

 

1776 Adam Smith pubblica l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni

CAPITALISMO Sistema economico in cui il capitale è di proprietà privata

 

1789 Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité

UGUAGLIANZA Condizione di cose o persone che siano tra loro identiche, o abbiano le stesse qualità

 

1942 William Beveridge scrive un rapporto sulla sicurezza sociale e i servizi connessi

WELFARE STATE Complesso di politiche messe in atto da uno Stato che interviene per garantire il benessere dei cittadini

 

Definizioni tratte da: Enciclopedia Treccani online

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