Dossier / Elezioni inglesi

Il lunedì nero di Theresa May

25.05.2017

L’attentato di Manchester, le inversioni a “u” sul programma, il fuoco amico, la debolezza in tv. La leader Tory è in crisi? Sì, e stravincerà le elezioni

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Forse, questa volta ha ragione lui, Donald Trump.
«Così tante persone giovani, belle e innocenti che vivono e si godono la vita, uccise da malvagi perdenti. Non li chiamerò mostri, perché a loro quel termine piacerebbe, penserebbero che sia una gran definizione. Li chiamerò da ora in poi, perdenti perché è quello che sono: perdenti».
Ventidue morti. La cronaca c’è su tutti i siti. Commentare i fatti di Manchester è impossibile. Si può decidere di investire cinque minuti del proprio tempo per guardare, ammirare Tony Walsh che recita la sua This is the place alla veglia. È divertente, appassionato, emozionante, orgoglioso: un ritratto della città, una speranza in risposta all’attacco.

«This is the place in our hearts, in our homes, because this is the place that’s a part of our bones».

Il governo di Theresa May, per la prima volta dopo dieci anni, ha elevato il livello di rischio attentati nel Paese a «critico», sinonimo di un pericolo imminente di nuovi attentati. Il segretario di Stato agli Affari interni, Amber Rudd, ha detto di ritenere temporaneo il nuovo stato di sicurezza e ha dato il via all’«Operation Temperer», schierando 3.800 uomini delle forze armate di Sua Maestà in tutta l’Inghilterra a presidio dei luoghi sensibili. Il Sun ha riportato le pressioni dei ministri per avere nuovi poteri con cui costringere i giganti della tecnologa a consegnare i dati crittografati che possono aiutare nelle indagini.
La nuova minaccia terroristica ha significato la sospensione della campagna elettorale fino a venerdì, anche se a livello locale alcuni partiti non hanno seguito le indicazioni dei comitati centrali. Difficile predire gli effetti di un attentato sulle elezioni, così com’è capitato poche settimane fa con la tornata presidenziale francese. I fatti di Manchester potrebbero convincere gli elettori a rimettere il focus sul messaggio di Theresa May quale leader affidabile, con un passato a capo del ministero degli Interni, in un periodo difficile come questo, il cui il Regno Unito è minacciato dal terrorismo ma anche dalla Brexit che richiede stabilità. Oppure potrebbero rafforzare le argomentazioni di chi la pensa come il leader laburista Jeremy Corbyn, per cui il Regno Unito si è portato in casa e cullato il terrorismo andando a combattere le guerre in Medio Oriente. «Dopo un evento simile, gli elettori tendono a scegliere la continuità», ha dichiarato a Bloomberg Wyn Grant, professore di politica presso l’università di Warwick. «Adesso diventa davvero una questione di leadership», ha aggiunto.
Nelle ore che hanno preceduto l’attentato, il premier uscente Theresa May, leader dei conservatori, era finita nel mirino delle critiche per alcune giravolte – nemmeno troppo inedite – sul manifesto programmatico del suo partito, già nel mirino dei suoi per alcune tinte rosse in materia sociale. La sua leadership «strong and stable», come recita lo slogan elettorale dei tories, sembrava incrinarsi. Dopo gli eventi di lunedì notte, la politica ha lasciato spazio ad altro. Ma è impossibile non evidenziare come, anche politicamente, lunedì sia stata una giornata pessima per Theresa May. È sembrata fragile, nervosa, ben poco rassicurante e lontana dall’idea di forza, stabilità e sicurezza che vorrebbe vantare per rimanere a Downing street.
Rabbiosa si è presentata in conferenza stampa: «Non è cambiato nulla, non è cambiato nulla», ha tuonato. Salvo poi confermare che qualcosa fosse effettivamente stato modificato nel manifesto del partito. Si trattava della cosiddetta “dementia tax” (tassa sulla demenza senile), una misura che obbligava gli anziani del ceto medio a pagarsi le cure mediche se possessori di un reddito superiore alle 100.000 sterline. Tra i principali nemici del programma sociale c’è stato il London Evening Standard, il quotidiano della City che da poche settimane è diretto da George Osborne, l’ex cancelliere dello Scacchiere di David Cameron, felice di vendicarsi della cacciata dalla stanza dei bottoni dopo la sconfitta del Remain (che lui e il predecessore della May hanno sostenuto) sbattendo in prima pagina la giravolta del premier e parlando di «mossa d’emergenza». Le u-turn in materia economica non sono nuove per Theresa May: infatti ordinò un passo indietro anche quando il suo cancelliere Philip Hammond, nel suo recente budget di primavera, annunciò l’innalzamento delle tasse a danno dei lavoratori autonomi.
Il leader laburista Jeremy Corbyn ha cercato di sfruttare il momento negativo dell’avversaria: «Non c’è nulla di forte e stabile nel programma dei tories, questo è il caos», ha detto rievocando l’accusa che, proprio dai conservatori arriva, di essere lui stesso a capo di una «coalizione del caos» unita solo dall’odio contro i conservatori e dall’opposizione alla hard Brexit. E con il passare delle ore, il lunedì di Theresa è andato, se possibile, peggiorando. In serata è stata ospite del programma sulla Bbc condotto da Andrew Neil, storico giornalista britannico che oggi è anche presidente del gruppo Press Holdings, di cui fanno parte, tra gli altri, i giornali conservatori Telegraph e Spectator. Altro fuoco amico potremmo dire. E May si è trovata di nuovo in difficoltà nel difendere le sue giravolte. A confermare la crisi del leader conservatore ci ha pensato proprio il «team May»: gli account del partito e quelli dei deputati, tra cui il ministro degli Esteri Boris Johnson, hanno iniziato una tempesta di tweet live che altro non hanno fatto che mettere ancor più in ridicolo il premier uscente.

Sui dibattiti televisivi si è discusso molto, soprattutto dopo la decisione di Theresa May di non partecipare a confronti con gli avversari. Si tratta di una scelta presa con il consiglio del guru della comunicazione Lynton Crosby che anche quest’anno è stato arruolato dai conservatori e che è convinto di proteggere così la candidata premier. Ma, come ha raccontato in esclusiva per Fumo di Londra Charlie Beckett, professore alla London Schools of Economics, la strategia potrebbe rivelarsi fallimentare: «La televisione è il modo migliore per raggiungere gli elettori non ossessionati dalla politica, che sono più del 90 per cento», spiega Beckett. «Per quanto abbastanza certa della vittoria, May non può dimenticare che delle campagne elettorali non conta soltanto il risultato. È importante un dibattito aperto per entrare in contatto con gli elettori. Il rischio è che possa diventare un politico più cinico, più annoiato e così causare una perdita di fiducia nel popolo. La cosa strana è che May ha quasi sempre fatto bene in Parlamento quando si è scontrata con Corbyn. Avrebbe probabilmente fatto bene anche in un dibattito televisivo. Ma i suoi consulenti non vogliono rischiare».

Anche a sinistra, comunque, c’è poco da star sereni. Infatti, è tornata in auge l’accusa a Jeremy Corbyn sui suoi contatti con i terroristi indipendentisti irlandesi dell’Ira. Il leader laburista trent’anni fa, all’epoca del suo impegno pacifista per il dialogo nell’Ulster, ebbe contatti con l’organizzazione paramilitare. E come lui diversi suoi fedelissimi tra cui il cancelliere ombra John McDonnell, che ne difese gli attentati. Oggi, a rispolverare il dossier ci ha pensato la stampa britannica vicina ai conservatori che ha preso spunto da un’intervista in cui Corbyn ha preferito glissare sulla richiesta di condannare gli attentati dell’Ira, limitandosi a dire che tutti gli attacchi con ordigni esplosivi sono sbagliati. Ma maggiori preoccupazioni dovrebbero destare nel Labour i dati pubblicati dalla Commissione elettorale circa le donazioni ai partiti. I conservatori hanno raccolto nel primo trimestre di quest’anno il doppio dei laburisti (5.463.173 sterline contro 2.648.315).
 
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Terrorismo e giravolte potrebbero pesare negativamente sull’esito delle elezioni per il premier uscente Theresa May. Ma, secondo Matt Singh, uno dei principali sondaggisti britannici, la vittoria a valanga dei conservatori non è a rischio. In un articolo sul Financial Times, Singh analizza l’abitudine dei sondaggi a sottostimare i conservatori e sovrastimare i laburisti, l’importanza del gradimento dei leader (terreno su cui May ha un risultato positivo tra chi l’apprezza e chi no, a differenza del suo avversario Corbyn) e i risultati delle recenti elezioni locali molto incoraggianti per la destra. «Sarebbe sciocco», scrive Singh, far finta che certi scivoloni non abbiano alcun effetto, «ma finora le poche prove suggeriscono che il gradimento di Theresa May non è cambiato molto dal lancio del manifesto». Per questo, conclude l’analista, il risultato più probabile è una vittoria a valanga dei conservatori, un’ondata blu sull’isola britannica. Nonostante questo lunedì nero. Forse Theresa May deve ringraziare l’inadeguatezza dei suoi avversari.

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