Ansie, dubbi e pensieri di un cantautore pantofolaio in tour su un Ducato color Celere. Le sue canzoni buone da mangiare, tra problemi di linea e l’elogio della sconfitta

«L’attesa del piacere è essa stessa il piacere»
G. E. Lessing, filosofo e drammaturgo tedesco

«Torna a casa, Lessing!»
Eva König, sua moglie, stanca di attendere

 

#autogrill

Se, parafrasando Lessing, attendere il momento della dieta equivalesse alla dieta stessa, credetemi, sarei un fuscello. Non si contano le volte in cui mi sono detto: «Da lunedì, caschi il mondo, mi metto a regime!». E invece niente, eccomi qua, col vassoio marrone dell’Autogrill in mano, a scrollare sul telefono le foto degli ultimi concerti, con la netta sensazione che il mio outfit da ferrotranviere stia già mostrando evidenti segni di cedimento. A pagare le conseguenze della mia irriverente condotta alimentare sono soprattutto i bottoni centrali delle mie camicie. Per loro affrontare un tour in mia compagnia è un’eroica battaglia, un interminabile tira e molla fra lembi di camicia che scalpitano in direzione ostinata e contraria. A tal proposito, mi chiedo sempre perché nessun produttore di camicie abbia mai pensato di realizzare un sistema di asole simile a quello dei buchi delle cinture. Dico io, che ci vuole? Se invece di un buco per ogni bottone, ce ne fossero due, per dire, si potrebbe usare la stessa camicia in condizioni addominali differenti. E invece niente, mi tocca mangiare meno e brontolare di più, polemizzando con la cassiera per il prezzo eccessivo di due fette di prosciutto, una mozzarella e tre olive taggiasche.

Lo so, lo so che non ve ne frega niente della mia forma fisica e che vorreste invece sapere cosa si prova a vivere ogni giorno on the road e svegliarsi ogni mattina in un posto diverso. Immagino abbiate in testa quei meravigliosi filmati virati seppia, in cui i gruppi anni 70 viaggiano su tour bus enormi, con letti, cucine e divani che neanche Moira Orfei. D’altronde chi non ha mai sognato di esser lì con loro, fra chitarre elettriche, ragazzine disinibite e sacchetti di skunk? Ecco, dimenticatevi tutto questo.

La vita in tour è una noia mortale. Furgone, casello, autostrada, autogrill, camerino, prove, ristorante, interviste, concerto, albergo. Tutto qui. E il mattino dopo la stessa cosa. Giorno dopo giorno, concerto dopo concerto, tour dopo tour. Detto questo, partiamo.

#furgone

Osservare l’Italia dal finestrino del mio Ducato color “reparto celere della Polizia di Stato”, è più che altro un lungo e faticoso percorso tibetano. Il furgone su cui viaggio, infatti, è dotato di stravaganti sospensioni zen, progettate per sbloccarti tutti e sette i chakra in un colpo solo. Si tratta di una sorta di Kundalini metalmeccanica che restituisce fedelmente alla colonna vertebrale ogni minima variazione del manto autostradale. Intorno a me gente distrutta dorme con la bocca aperta, mentre dai tappetini impreziositi di molliche arcaiche e bottigline di plastica, risalgono memorie olfattive dal sottosuolo, echi di kebab notturni che si mescolano ai bordoni tantrici del motore diesel. Il portellone laterale presenta da anni un difetto che ne impedisce la perfetta chiusura. Il rischio è che si possa aprire da un momento all’altro, in piena corsa, catapultando fuori dal veicolo il passeggero posto in prossimità della maniglia. Ovviamente, grazie alle mie indubbie capacità di leadership, la band ha stabilito che quel passeggero debba essere io. Hari Om Tat Sat.

#promozione

Mi trovo nello studio Rai di Firenze, seduto sullo sgabello del Tg regionale toscano. Alla domanda della conduttrice su cosa io mi aspetti dal concerto di stasera, per un attimo avverto l’irrefrenabile desiderio di rispondere con un bel bestemmione, secco, perentorio, inaspettato. In diretta. D’altronde, se c’è una cosa che ho imparato dai toscani (ho vissuto a Siena per una decina d’anni) è proprio che la bestemmia da queste parti non ha alcun connotato blasfemo, anzi, è piuttosto una sorta di peculiare panteismo. In pratica non è che loro inveiscano contro le divinità, niente affatto. Semplicemente riescono a trovare Dio in ogni elemento del creato: nel maiale come nel serpente, nel lupo e nel cinghiale, financo nel veleno e nel letame. Ciò nonostante, alla fine rispondo come si deve, da bravo ragazzo quale io sono. Poi saluto tutti e mi dirigo rapidamente verso il luogo del concerto. Manca ancora un’oretta per il soundcheck, gli strumenti sono già in posizione, le luci piazzate e la scaletta del concerto ben “scotchata” per terra. Tiro un respiro profondissimo pensando a stasera e mi infilo subito nel camerino.

#backstage

Da ragazzino avrei dato un rene pur di entrare nel backstage di uno dei miei artisti preferiti. Pur rappresentando nell’immaginario dei fan un luogo mitologico, in realtà il backstage ha la stessa funzione di una sagrestia, ma è molto meno divertente. Nelle ore precedenti allo spettacolo, ammazzare tempi di per sé già morti, in questo spazio ameno, diventa l’occupazione principale. C’è chi telefona a casa, chi fuma giocando a scala quaranta, chi cerca conforto in un display. Io di solito, quando non mangiucchio snack salati, guardo sempre qualcosa che tenga a riposo la mia corteccia prefrontale: doppiaggi di film in versione calabra, scherzi idioti, incidenti mortali evitati per un soffio.
Subito dopo lo spettacolo lo scenario cambia radicalmente, trasformandosi in modo entropico in una sorta di sala d’attesa da ambulatorio di provincia. Moltitudini di parenti imbizzarriti si mescolano agli addetti ai lavori, in un crogiuolo di personaggi riportati dalla piena che cercano sostanzialmente di bere a scrocco. In più di un’occasione ho visto mia madre dare consigli discografici agli A&R di una major, cugini raccontare a giornalisti dettagli imbarazzanti sulla mia infanzia e amici di vecchia data approfittare di quel momento per chiedermi un prestito. Groupie, ovviamente, mai pervenute.

#artistiatuttotondo

Insomma penso abbiate capito che l’unico argomento davvero hot nei miei tour è essenzialmente il cibo. Ogni volta che ripartiamo coi concerti, le occasioni di alimentarsi oltre il lecito si moltiplicano: tris di primi, trattorie fuori casello, promoter dotati di salumi, assessori che stappano bottiglie di rosso e fedeli ammiratori che si premurano di recapitarmi in camerino (e spesso anche sul palco) ogni ben di Dio: mozzarelle di bufala, lampredotti, pezzi di rosticceria, fügassa e sfugliatelle. E guai a rifiutare! Lo stereotipo legato al mio mestiere mi impone vizi e piaceri, tanto che ogni timido tentativo salutista è interpretato come un vero e proprio tradimento, un insulto alla categoria. Come dire: «Se non mangi, non bevi e non fumi, allora che razza di cantautore sei?».

Così succede che girare in lungo e in largo per il Paese con la mera illusione di nutrirsi di sola poesia, bellezza e virtù, si trasformi puntualmente in un neverending tour enogastronomico.

«Ma guarda che basta fare un po’ di attività fisica la mattina e sei a posto!», ti spiegano con sicumera i magri, quelli che (maledizione a loro) si spanzano a dismisura senza mettere su neanche un grammo di ciccia. Ma signori, abbiate pazienza: se in tour la dieta è una chimera, figurarsi la corsetta mattutina nel parcheggio dell’albergo! Non mi ha mai neanche sfiorato l’idea in otto anni di onorata carriera. E me ne vanto, perbacco!

#nikefobia

Proprio a proposito di attività fisica, giorni fa, mentre googlavo il mio nome alla ricerca di recensioni che lodassero il mio immenso talento, mi sono imbattuto in una psicopatologia abbastanza bizzara chiamata “nikefobia”. No, non è la paura di far ginnastica indossando completini fucsia e calzature dall’estetica imbarazzante; la nikefobia è sostanzialmente la paura che alcuni sportivi, soprattutto a livello agonistico, provano al pensiero di vincere, all’idea, in senso lato, di ottenere un successo.

Succede infatti che alcuni talenti eccezionali, proprio quando sono a un passo dalla vittoria, si blocchino, inciampino, cincischino aspettando che qualcuno li superi. Sono tennisti con l’ansia da match point, calciatori che si rifiutano di tirare il rigore decisivo, golfisti che danno buca. Sono quelli, per capirci, che brillano in allenamento e poi spariscono in gara. Strano no? Di solito chi si cimenta in una gara dovrebbe aver paura di non raggiungere il podio, e invece pare che per alcuni soggetti sia proprio l’idea di vincere a provocare ansie, timori e continui batticuori. Ma perché un atleta a un passo dalla vittoria, dovrebbe desiderare il fallimento? Le cause sembrano risiedere in una specie di mix fra insicurezza, bassa autostima, timore di deludere le aspettative e paura del cambiamento. Il nikefobico è convinto di non avere il talento che gli altri gli riconoscono e teme che un’eventuale vittoria possa implicare aspettative sempre maggiori nei suoi confronti. Ottenere successo, inoltre, potrebbe causare un distacco dalle proprie radici, dal contesto di origine, dalla famiglia, dai vecchi amici.
Perché, dunque, desiderare vincere, se questo implica perdere pezzi di sé?

Penso a cose del genere, mentre me ne sto seduto in camerino a Napoli, con il bicchiere in mano, guardando i miei mocassini dalla punta sbucciata. L’idea che, in questo momento, migliaia di persone siano lì fuori solo per me, per quanto mi sforzi, non mi rende del tutto felice. Morsetto alla pancia, tensione soffusa, la sensazione netta che tutto quello che di bello mi sta capitando sia dovuto a un errore di percezione, a un equivoco, a un piccolo imbroglio. Non starò mica diventando nikefobico pure io?

#fiorellinostracciato

In tema di vittorie e sconfitte, facendo mente locale, posso tranquillamente affermare che in vita mia non ho quasi mai vinto, anzi, se possibile, ho sempre perso qualcosa: gli ombrelli, gli occhiali, le matite, le bici, i calzini, i treni, la testa e soprattutto le buone occasioni. La pazienza quella no, non la perdo quasi mai. Da bambino poi ero proprio un bonaccione. Mi ricordo che quando alle elementari qualche compagnuccio più birbante mi rubava la merendina o il succo di frutta dalla cartella, io, non avendo il coraggio di reagire, mi facevo tutto rosso e riuscivo solo a dirgli: «SCIOCCO DI UN FIORELLINO STRACCIATO!». Cioè, non so se mi sono spiegato, se qualcuno mi faceva arrabbiare, ma arrabbiare tanto, la mia reazione più scomposta era solo dargli dello «sciocco di un fiorellino stracciato». In Calabria… Vi lascio immaginare quale infanzia gioiosa abbia potuto riservarmi il paesello del Sud nei raggianti anni 80. Questa molle predisposizione personale andava a braccetto con il mio essere inadatto a qualsivoglia disciplina sportiva esistente all’epoca. A calcio, per esempio, per paura di sbagliare un passaggio o un tiro e di far arrabbiare i miei compagni e il mister, facevo in modo che nessuno potesse passarmi la palla, riuscendo con abilità da illusionista a sparire dietro le maglie degli avversari. In pratica ero io che marcavo il difensore e non viceversa. Intere partite senza mai toccare un pallone. L’unica volta in cui sono riuscito ad aggiudicarmi un trofeo è stato grazie a un piccolo imbroglio, di cui ancora, a distanza di anni, mi vergogno.

1987, Amantea, Giochi della gioventù, corsa campestre, dieci interminabili giri di campo. Un rettangolo di terra pietrosa, erbacce e cemento. Alla linea di partenza siamo una dozzina di bambini provenienti da tutte le scuole del circondario: «Pronti, partenza, via!». Non abbiamo ancora fatto mezzo giro che io sono già irrimediabilmente ultimo. Tengo duro, respiro, sbuffo, penso a mamma. Reggo fino al penultimo giro, ma mentre sono lì a boccheggiare come una trota sul bagnasciuga, scatta l’umiliazione: i primi due piccoli atleti in erba mi doppiano con nonchalance e tagliano di lì a poco il traguardo. Hanno capelli perfettamente pettinati e goccioline di sudore come perle di rugiada. Sono bellissimi. Io invece sono distrutto, goffo, arruffato, rosso come un peperone, con la milza che si contrae e si gonfia come una zampogna. Mi fermo subito dopo di loro, non ce la faccio più. Anche se mi manca ancora un giro, abbandono, mi ritiro. A quel punto accade il miracolo: i maestri distratti dalle tante gare in contemporanea, si confondono e pensano che io sia il terzo classificato. Mi guardo intorno, gli altri bambini ingenui non si rendono conto della truffa che si sta consumando davanti ai loro occhi. Si tratta di una frazione di secondo. Alzo le braccia al cielo e cinque minuti dopo, sulla zip della mia tuta acetata, risplende la mia prima medaglia. Rubata.

#elogiodellasconfitta

I figli di mio fratello valutano gli artisti in base alle views che hanno su YouTube. Ho provato a frustarli con un ramo di salice, ma purtroppo non funziona. Non è colpa loro: sono semplicemente cresciuti in un mondo in cui i numeri contano, altro che chiacchiere.

Se non sei qualcuno, non sei nessuno. D’altronde c’è poco da scandalizzarsi: si tratta dello stesso meccanismo che, in fin dei conti, alimenta la moderna pornografia del sé a cui nessuno di noi si sottrae. In un mondo affamato di fama, dunque, il rapporto con la popolarità necessità di una buona dose di coscienza, di un distacco lucido, di un’attitudine né ciecamente critica, né accondiscendente a tutti i costi. Mi capirete dunque se, mentre tutti sono lì a sorridermi e a farmi i complimenti, io continui a rimanere un po’ guardingo, a giocare di understatement, a minimizzare. Perché lo ammetto, è un gioco che mi piace, ma al contempo non mi voglio accomodare.

«Ti piace vincere facile?». No, anzi per dirla con Rosaria Gasparro, scrittrice e maestra elementare: «Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco».

Sono le 2.35. Il concerto è finito un paio d’ore fa. Mi sento sereno. Chiudo il computer, poggio gli occhiali e spengo la luce. Domani ritorno a casa. Il rubinetto del bagno gocciola ancora. E io lo lascio perdere, perché lo so che, quando la pressione è tanta, è difficile trattenere le lacrime, anche per chi, come lui, sembra d’acciaio, ma d’acciaio non è.

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