Yolo / Musica

In viaggio con Brunori Sas

testo e fotografie di GIANNI CIPRIANO per IL
25.05.2017

Confessioni di un fotografo al seguito del cantautore durante alcune tappe del tour “A casa tutto bene”. L'altra faccia di un racconto in prima persona iniziato qui

Non so mai cosa aspettarmi quando devo fotografare un personaggio pubblico, che si tratti di un politico, un imprenditore o un artista. A parte crearmi delle aspettative o pre-visualizzare ciò che andrò a fotografare, tendo soprattutto a chiedermi di che cosa parlerò durante quel tempo che dovrò trascorrere con i miei soggetti. La ricerca aiuta, anche se preferisco porre una domanda ingenua piuttosto che avere la pretesa di dover conoscere sempre tutto di tutti.

Brunori Sas lo conoscevo, ma forse non bene quanto avrei dovuto. Conoscevo la sua musica. Meno i suoi testi, forse perché da ex bassista dilettante e nerd ho la tendenza ad analizzare ciò che sento, a indagare l’aspetto della forma, la struttura interna e le tecniche compositive. Il testo, se da una parte l’ascolto sul momento, lo immagazzino dopo. Molto dopo. 

Parto quindi per Firenze, con la vergogna di non conoscere i testi delle canzoni del pluripremiato cantautore italiano del momento, che aveva fino ad allora fatto il sold out a ogni concerto. Avevo però trovato il mio punto di connessione con Brunori, non in un suo brano ma in un racconto uscito su IL lo scorso anno: Sono destinato a evaporare, che inizia con una citazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa il quale, meglio di chiunque altro (a parte Sciascia), sa descrivere la condizione esistenziale del Sud e di chi ci vive. «Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due». O, detta da Brunori, «quella “vita liquida” di mezzo, tra quella di pietra di mio nonno e quella di vento che vedrà mio figlio». Potevo stare tranquillo perché sapevo che sarei stato sulla stessa lunghezza d’onda. E poi, visto che sono siciliano e lui calabrese, avremmo sempre potuto parlare di Sud.

Arrivo in anticipo alla sede Rai del capoluogo toscano dove ho il mio primo appuntamento e dove Brunori rilascia un’intervista per il Tgr delle 14. Simpatizzo con il vigilante abbronzato nel gabbiotto, inizialmente antipatico ma che si rilassa quando gli dico che abito a Napoli. È napoletano ed è il suo primo giorno di lavoro dopo una vacanza di due settimane ai Caraibi che mi racconta nei dettagli.

Arrivano finalmente Dario Brunori, il suo agente Matteo Zanobini e Lucio Corsi. Brunori, dal vivo, è una di quelle persone che ti sembra di aver sempre conosciuto. Non per forza nella veste di cantautore. Ha un viso familiare, di quelli che incontreresti al bancone del tuo bar di fiducia e che potrebbe essere chiunque: un architetto, un barbiere hipster, un commercialista, un imprenditore edile o uno studente fuori corso. Dove lo metti sta. A guardarlo non lo collochi in nessuna categoria di persone che abbiamo la tendenza a etichettare. Incuriosisce, ha la faccia intelligente, sorride e ti viene voglia di parlargli.

Il vigilante torna a fare lo stronzo per poi lasciarsi andare, solo con me, a sproloqui riguardanti l’inutilità degli artisti e a commenti omofobi perché Corsi aveva lo smalto sulle unghie.
 
Dopo una serie di strette di mano con lo staff della Rai, saliamo al bar. Prendo un caffè di cui mi pentirò e aspetto incuriosito di sentire l’ordinazione di Brunori: succo alla pesca. Forse perché era la prima volta che seguivo una band in tour, ma nel mio immaginario da fotografo continuava a riproporsi lo scatto di Jimmy Page che si scola una bottiglia di Jack Daniel’s nel backstage di un concerto a Indianapolis nel 1975. Di sicuro non mi aspettavo che un on the road con Brunori Sas e il suo gruppo finisse con droghe e groupies, ma dall’altra parte il succo di pesca è stata una tenera e piacevole sorpresa. Può un’ordinazione essere emblematica del carattere di un artista, della sua sincerità? 

Alla Rai tutti conoscono Brunori meglio di me. In particolare un tecnico, che da una parte si complimenta ma dall’altra lo ringrazia amaramente per avergli raccontato La verità, quella che non voleva sentirsi dire, quella alla quale forse non pensava più perché preso o perso nella routine quotidiana. Aveva avuto bisogno di un estraneo, che aveva sentito solo in cuffia o in radio, per ricordargliela. Dario gli parla. E il tecnico l’ascolta.

Finita la diretta, Brunori è come un bambino che si meraviglia di come le notizie vengano sempre raccontate con la stessa cantilena monotona dai giornalisti dei Tg, che imita per un paio di minuti. In effetti assistere a una diretta di un Tg è un’esperienza un po’ surreale. È come stare in uno schermo con dei confini meno netti, dove ti puoi girare attorno e accorgerti che in effetti, a microfoni spenti, la giornalista non parla con quella cantilena tipica di chi presenta le notizie. Nell’enorme studio ci siamo solo noi che aspettiamo al buio, la giornalista illuminata a giorno, e il tecnico che si muove nel mondo di mezzo che ci separa, tra la scena che viene inscatolata e proiettata sullo schermo di milioni di italiani e l’universo che gli si avvolge attorno. 

Dallo studio Rai ci dirigiamo all’Obihall dove si sarebbe tenuta la tappa di Firenze la sera stessa. Durante il pranzo di produzione sono io a iniziare la discussione tirando fuori il mio asso nella manica: il racconto sulla vita liquida, la nostra generazione disgraziata e il Sud. E gli chiedo che cosa avrebbe scritto per il pezzo che IL gli aveva chiesto sul tour. Non lo sa ancora. Non può parlare o scrivere di tour mentre è in tour. Anzi, non ne può scrivere se non dopo che è tutto finito, e lui è tornato a casa alla sua vita fatta di pantofole e divano. Immagazzina impressioni e sensazioni da un concerto all’altro, ma non le tira fuori se non dopo averle elaborate a posteriori, una volta tornato nella sua comfort zone(l’eccezione a questa regola la potete leggere qui, ndr). Finito il pranzo, e per rimanere in tema di conforto, mi confessa che nessuno gli toglierà il suo riposino pomeridiano da pensionato. Anche in tournée.

Ma quel pomeriggio Brunori non dorme. Ha troppo per la testa. O forse è troppo abbuffato.

Alle 17 inizia il soundcheck dell’intera band: Dario 1, Simona, Dario 2, Mirko, Stefano, Massimo e Lucia. Con la band non ho ancora preso confidenza, a parte con Dario Della Rossa, tastierista, che mi chiede con tono indagatore (ma non minaccioso) che musica ascolto. Salgo sul palco davanti a una sala vuota che da lì a poche ore sarà stracolma. Mi muovo lentamente con passi felpati, sentendomi addosso gli occhi dei tecnici del service a cui ho invaso il territorio. Con i suoi sette componenti, la band è una vera e propria mini orchestra che, dalle primissime prove cui sto assistendo, promette bene. Non ci sono grandi ego e nessuno si pavoneggia davanti alla macchina fotografica. Almeno così mi sembra, perché il clima è quello di un gruppo di amici che ha avuto il coraggio di mostrare la propria vulnerabilità, le proprie paure e sprigionare tutta la forza di reazione che ne consegue al Paese intero. Do un’occhiata alla scaletta della serata. Inizia con La verità e penso al pugno nello stomaco che il tecnico della Rai aveva ammesso di aver ricevuto dopo averla ascoltata. Il concerto inizia quindi così, con uno che sta lì e che ti dice come prima cosa, prima ancora di salutarti, quello che non riesci a dire a te stesso. 

Prima del concerto, l’atmosfera nei camerini è quella di una famiglia riunita in casa prima di un matrimonio. I componenti della band si guardano allo specchio e si fanno belli, Brunori passeggia in camicia, giacca, pantaloni e pantofole, c’è chi parla in dialetto calabrese e chi mangia la focaccia preparata dalla santa signora della produzione. A gruppi di tre o quattro persone alla volta arrivano parenti, amici e bambini per chiacchierare e dare il proprio sostegno prima del live. C’è area di festa, e mi sento a casa. 

Il pubblico è arrivato e da mezz’ora chiama Dario. In fila indiana la band si avvia verso il palco e mi sembra di vivere quegli attimi al rallentatore, un po’ come nei documentari di musica, con in sottofondo gli applausi, le urla dei fan e il protagonista che sale per le scale di metallo seguito dall’entourage dell’etichetta e della produzione. Gli unici flash che scattano dietro le quinte sono i miei, perché tutti gli altri hanno ormai gli smartphone. Dario indossa la tracolla della chitarra mentre inizia il crescendo di un suono che ricorda quello dell’accordatura di un’orchestra sinfonica prima dell’esecuzione di un’opera, e che si conclude con un tocco di piatto splash (o ride?), dando così inizio alle danze. «Te ne sei accorto sì…», solo che qui non è solo Brunori a cantarla, ma l’intero Obihall di Firenze. Nessuno escluso, compreso il fotografo in prima fila, nell’area separata dal pubblico e riservata alla stampa e ai tecnici, che canta a squarciagola ogni parola, canzone dopo canzone, anche quando mira e scatta. Finita la prima strofa di La verità l’orchestra torna in piena, prima con i tamburi di Massimo e il basso di Stefano, poi gli altri. Da quel momento si sprigiona un’energia, per l’intera durata del concerto, che mi lascia spiazzato. Dario Brunori, che fino a quel momento proiettava un’immagine di sé diametralmente opposta rispetto a quella fotografia di Jimmy Page che la mia corteccia visiva mi proponeva, esplode davanti a un pubblico di tre generazioni, dai quindici ai sessant’anni. L’uomo dal viso familiare che in fondo potrebbe essere chiunque perché ci espone le piccole e grandi paure che tutti noi abbiamo, si trasforma da pantofolaio a trascinatore di folle.

L’indomani partiamo con due ore di anticipo rispetto al previsto per Napoli. Il rischio, quando entri nelle vite quotidiane delle persone per un breve periodo di tempo, è quello di non guadagnare la fiducia di cui hai bisogno per svolgere il tuo lavoro. Un viaggio di quattro e passa ore di minivan con l’intera crew sarebbe servito proprio a questo. E nonostante si tratti di un tour, la vita quotidiana di una band è fatta di routine, scandita da una serie di impegni che si ripetono: albergo, pranzo di produzione, riposino, soundcheck, cena di produzione, farsi belli, concerto, after, albergo, viaggio, stop in autogrill, albergo. Ripeti.

Ci fermiamo proprio in un autogrill a Roma Sud per il pranzo. Dario cammina davanti a un cartello con una grande mappa della provincia con la scritta «Sei in un Paese meraviglioso» e «La passione di muovere il Paese». Più che una pubblicità, mi sembra la didascalia della foto di un uomo che fino a un giorno prima non conoscevo neanche tanto bene. Un uomo qualunque che, una volta tornato nel mio appartamento a Napoli, mi ha fatto cantare le sue canzoni a squarciagola.

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