Dossier / Elezioni inglesi

La seconda Terza Via

11.05.2017

“Fumo di Londra”, il racconto del Regno Unito che si prepara al voto di giugno. Theresa May cerca consenso a destra e a sinistra per ottenere un formidabile mandato popolare che consenta al “suo” Partito conservatore di guidare la “sua” Brexit

IL pubblica “Fumo di Londra”, la newsletter settimanale sul Regno Unito che si prepara al voto di giugno, curata da Gabriele Carrer. Per riceverla nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 

La campagna più noiosa di sempre? La più orientata su un leader favorito che quasi esclude il suo partito delle scene? Sono le domande che l’editor di uno dei blog più letti nel Regno Unito si pone. Lui si chiama Paul Goodman e guida Conservative Home, una delle case più affollate e visitate nel mondo conservatore britannico. Goodman arriva alla conclusione che sì, può essere, «è probabile», ma molto dipende dal carattere dei protagonisti. E di Theresa May, primo ministro uscente e leader dei Tories, si sa poco. Quello che si è intuito è che il gioco d’azzardo le piace ben poco. Ha chiesto elezioni anticipate proprio quando i sondaggi davano i suoi conservatori super favoriti. Ma anche nel momento di maggior necessità, sperando di sfruttare un momento politico che offre ben poche alternative: ha bisogno di un mandato popolare forte e di un’investitura dal basso che le manca – infatti è succeduta a David Cameron dopo il suo addio a seguito dalla sconfitta nel referendum dello scorso giugno – per realizzare la Brexit. Anzi, la “sua” Brexit. Perché ormai è un fatto personale. E non soltanto quel divorzio dall’Unione europea, ma anche le elezioni sono gestione privata.
 
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Il grafico è tratto dalla newsletter dello “Spectator”

 
Si diceva del carattere: ecco, Theresa May in questi mesi a Downing Street è stata raccontata come la donna schiva che si fida di una ristrettissima cerchia di persone, anche a costo di perdere pedine importanti del suo gabinetto a causa di gelosie. «So di non essere un politico appariscente», ha detto durante il lancio della sua corsa per la leadership dei Tories lo scorso anno. «Non vado in giro per gli studi televisivi, spesso non mostro le mie emozioni. Penso soltanto al lavoro». Infatti, ha rifiutato di partecipare a qualsiasi dibattito politico con gli altri leader in campo – una mossa per cui molti, anche tra i conservatori, la criticano: il rischio è di passare per fredda calcolatrice, incapace di scaldare i cuori agli elettori.

Ma Theresa May si è seduta qualche giorno fa sul divanetto del The One Show della BBC, assieme al marito Philip. Hanno raccontato di loro, parlando di chi porta fuori la spazzatura, dei lavori da uomo e quelli da donna, delle ambizioni di leadership a lungo termine e dei documenti di lavoro (le famose «red boxes») vietate nella camera da letto al numero 10 di Downing Street. Philip ha racconta di essere un membro del Theresa May’s team da lungo tempo. E come tutti i candidati conservatori, anche lui prende ordini dall’alto. Perché questa campagna – un po’ noiosa bisogna ammetterlo – è la campagna di Theresa. Gli eventi locali sono più incontri con i candidati e i leader locali che con gli elettori. Sono occasioni per veicolare loro il suo messaggio, la sua richiesta di unire le forze per garantirle libertà di manovra a Westminster su tutti i dossier, dalla Brexit all’immigrazione alle questioni sociali ed economiche. Perché loro portino il messaggio: «Votate la nostra Theresa per un Regno Unito strong and stable, come recita lo slogan della campagna elettorale tory».
 
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Theresa May e suo marito Philip sul divanetto del “The One Show” della BBC

 
Una dinamica che è stata evidente nel commento al risultato delle elezioni amministrative che il premier e leader conservatore Theresa May ha scritto sulle pagine del Sun on Sunday: «Sono orgogliosa: siamo stati in grado di vincere in tutte le parti dell’Inghilterra, della Scozia e del Galles e con il sostegno di persone che non avevano mai votato per i conservatori prima – e di dimostrare che non ci sono zone impossibili per il mio partito». Torna quell’aspetto della personalizzazione: May scrive della vittoria «nostra», «mia» e «dei miei candidati locali». L’8 giugno si voterà su Theresa May, sulla sua visione della società (c’era un tempo in cui parlava di shared society, ora sembra passato un po’) e sulla sua Clean Brexit, che in realtà sembra sempre più una Hard Brexit. Sarà un nuovo referendum sulla Brexit con gli elettori chiamati a rispondere alla domanda di Theresa: «Mi date carta bianca contro la coalizione del caos degli oppositori della Brexit, e quindi alla decisione che avete preso voi, popolo sovrano?». Sarà la richiesta di un’investitura popolare, per diventare Lady Brexit. O forse Lady President, il primo caso di presidente della cosa pubblica in una monarchia parlamentare.

Dicevano che quel suo modo un po’ impacciato di mangiare le chips le avrebbe potuto alienare il voto delle classi operaie. Invece così non è stato durante le prove generali delle elezioni, alle quali manca ormai meno di un mese. Giovedì scorso, infatti, molti britannici si sono recati alle urne per le elezioni amministrative e hanno consegnato ai conservatori del premier Theresa May una vittoria sorprendente, che per le sue dimensioni ha portato molti commentatori a rievocare i tempi di Margaret Thatcher, in cui il partito di destra britannico godeva di ampi consensi nella maggior parte delle aree del Paese.
 
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Questo grafico è stato pubblicato dal “Guardian

 
La geografia politica del Paese sembra essere ormai pronta a un radicale cambiamento: all’ondata blu del prossimo 8 giugno. I conservatori, infatti, sono riusciti, non soltanto a consolidarsi nelle loro roccaforti, ma anche a sfondare anche in Scozia, Galles e nel Nord dell’Inghilterra, rubando la scena al Partito laburista, ormai ritenuto inaffidabile dagli elettori, come raccontano i sondaggi. Rilevazioni che pendono sulla testa del leader Jeremy Corbyn, accusato dal deputato Stephen Kinnock, esponente dell’area moderata del partito, del “disastro” della scorsa settimana. L’accusa rivolta al capo del Labour è sempre la stessa: cercando di spostare il baricentro del partito sempre più a sinistra, sta perdendo gli elettori centristi che il partito ha conquistato negli anni di Tony Blair e Gordon Brown. E i leaks sul programma elettorale pubblicati nelle ultime ore dai giornali britannici non fanno certo pensare a un’inversione di tendenza in vista dell’avvicinarsi delle urne. Anzi, come scrive il Financial Times, «si tratta della piattaforma più di sinistra dal 1983».

Ma l’ondata blu ha già mietuto la sua prima vittima: l’Ukip, il partito che dopo la conquista della Brexit e l’addio del leader storico Nigel Farage, sembra incapace di trovare nuove idee e nuova forza. Specialmente dopo che i conservatori della May hanno deciso di abbracciare la Hard Brexit che era stata promossa dal partito nazionalista e di prendere spunto da diversi temi del suo manifesto programmatico del 2015 (su tutti, Europa e immigrazione). Così giovedì l’Ukip, guidato oggi dall’eurodeputato Paul Nuttall, ha perso 114 dei suoi 115 seggi in discussione giovedì. Commentatori e analisi del Regno Unito stanno ormai cantando il requiem al partito nazionalista e antieuropeista che solo tre anni fa, alle elezioni europee, si affermò come il primo partito britannico. Certo, il sistema elettorale maggioritario a turno unico penalizza i partiti single issue, a tal punto che l’Ukip non ha mai avuto più di un deputato a Westminster. Ma la scarsissima organizzazione territoriale dei nazionalisti è da imputare a loro stessi, incapaci di strutturarsi e radicarsi in quasi venticinque anni di vita.
 
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Anche questo grafico è stato pubblicato dal “Guardian

 
La vittoria di giovedì lascia in eredità, in nuovo Paese, una nuova geografia e nuove sfide ai conservatori e al loro leader May. Il direttore esecutivo di Conservative Home, Mark Wallace, sulle colonne del Financial Times, ha provato a fare il punto sui nuovi elettori dei conservatori: alcuni sono ex elettori dell’Ukip conquistati dalla virata a destra della May sulla Brexit; molti sono elettori laburisti del Leave, che sperano che il premier mantenga le promesse sull’uscita dall’Ue, seguendo lo slogan «Riprenderemo il controllo dei nostri soldi, delle nostre leggi e dei nostri confini»; altri, infine, sono ex elettori del Labour delusi dalla leadership di Corbyn e dall’incapacità di un partito che sembra aver tradito i valori che prometteva di difendere. Ma anche affascinati dalle promesse di Theresa May che ha garantito più attenzione ai «dimenticati» (cioè agli sconfitti della globalizzazione) e meno rigore e austerità, al contrario di quanto professava il suo predecessore Cameron. Mentre il suo sfidante laburista Corbyn si rifà a un registro che David Axelrod, l’ex consigliere di Obama con un passato anche nel team laburista, ha definito «Vota Labour, vinci un forno a microonde», la favorita May approfitta dello sbandamento a sinistra del Labour e nega che i suoi piani per mettere un limite ai prezzi dell’energia rappresentino una riproposizione di una vecchia politica dei laburisti, bollata da Cameron come «marxista».

E così, con un colpo al cerchio di destra sulla Brexit e uno alla botte di sinistra sulle questioni sociali ed economiche, Theresa chiede ai britannici l’investitura popolare, anzi nazionalpopolare. Per realizzare la sua «Globan Britain»: un Regno Unito che lascia l’Ue ma si apre al mondo, senza dimenticare nessuno. Un mix tra globalismo e nazionalismo, che Theresa May dovrà dosare sapientemente per portare a compimento la sua Terza via. Una ricetta che potrebbe però rivelarsi esplosiva. Certo, in mancanza di alternative credibili, la via che porta all’ondata blu pare segnata.
 
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Fonte: YouGov

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