Yolo / Serie TV

La serie tv che trasforma la Guerrilla in un editoriale

di Francesco Pacifico
illustrazioni di MANUEL BORTOLETTI
IL 92 23.05.2017

Lo sceneggiatore dietro American Crime e 12 anni schiavo firma una mini-serie sui movimenti (armati) per i diritti civili nel Regno Unito degli anni Settanta. Il risultato è un racconto sì godibile ma che casca in tutti i tropi più pigri che si possano immaginare

Non mi è piaciuta molto ma Guerrilla ha un grande merito/vantaggio: parla di democrazia, razzismo, violenza, post verità ante litteram, temi che ci interessano al di fuori della bolla dell’intrattenimento. In questo senso, più che un’opera da giudicare per meriti estetici, è e va affrontata come un lungo editoriale. In questo editoriale in sei puntate (per Sky Atlantic UK e Showtime) si riflette sui movimenti per i diritti civili degli anni Settanta a partire dalla storia verosimile di un gruppo di neri e indiani britannici che per la causa della parità dei diritti deve capire a cosa può servire e che senso possa avere scegliere la violenza, uccidere e terrorizzare in nome della libertà.

Cos’ha di avvincente questa miniserie? Due cortocircuiti. Il primo è questo: se l’autore John Ridley è ormai il cantore ufficiale dell’America nera avendo scritto Il Principe di Bel Air, 12 anni schiavo e American Crime, questo suo progetto è ambientato a Londra. La Londra anni Settanta di Guerrilla è un buon modo per discutere di certi temi – senza fingere che ogni problema e soluzione del presente si incarni esclusivamente nell’America – perché è l’apice nevrotico della Gran Bretagna colonialista, superiore, vittoriana, imperiale. In questo senso, il razzismo implacabile che racconta è più solido di quello americano. Non è il razzismo grottesco del Ku Klux Klan ma quello sicuro di sé del popolo che più ha asservito il mondo con il pretesto di civilizzarlo.

Il secondo cortocircuito è sinistro e riuscito: fin dall’inizio l’opinione pubblica conservatrice raccontata da John Ridley dice che i neri e gli indiani che vogliono parità di diritti si stanno radicalizzando, li descrive come folli sbandati. È così che oggi parliamo degli estremisti islamici: John Ridley lo fa apposta? La situazione degli africani britannici è simile alla loro, almeno per potenzialità narrative: una diaspora di persone prive di diritti che vengono percepite come sbandate, disturbate. Ridley sta inevitabilmente dalla parte degli sbandati, sottolineando in tante scene anche troppo didascaliche che negli anni Settanta in Inghilterra un giovane nero sensibile e intelligente si vedeva rifiutare qualunque posto da insegnante perché i bianchi non volevano mettersi in mano ai neri per cose ideologicamente cruciali come l’educazione dei ragazzi.

La scelta di raccontare la radicalizzazione in questo contesto in cui sappiamo benissimo per chi facciamo il tifo – gli stranieri senza diritti della generazione dei nostri genitori – produce sconcerto e spaesamento nello spettatore (o per meglio dire in me).

Per il resto è intrattenimento e nemmeno dei più sofisticati. I protagonisti sono vittime nel solito modo delle vittime: gli vengono sbattute porte in faccia, vengono pestati a morte da poliziotti addestrati in Sudafrica, e il tutto è girato in un modo paradossalmente conservatore che conosciamo e che non ci cambia il cervello e le sue connessioni: le attiviste si lamentano quando vengono trattate come oggetti, sessualizzate a sproposito, ma è proprio ciò che fa sempre la telecamera: inquadrando la protagonista Freida Pinto indugia sempre sul suo viso, sul suo bel broncio politicamente giustificato. Prima la si inquadra, la si esibisce come oggetto, poi la si manda a procurarsi una pistola o dei vetri rotti per scatenare un’evasione dal carcere. Si poteva cominciare dall’azione invece che dal faccino. Per continuare con i tristi tropi, c’è Idris Elba, ex di Freida Pinto, che vorrebbe l’arte e l’influenza sociale senza la politica, ma la storia non guarda in faccia a nessuno e quindi si finisce col compromettersi, tutte cose straviste, come il traditore che fa la soffiata, il buono che diventa cattivo suo malgrado, le madri che capiscono le figlie… Su tutto, l’ovvio poliziotto razzista che soffre per il figlio perdigiorno e drogato e lo lava dal suo vomito perché anche lui è capace di provare qualcosa pur essendo razzista (e in fondo anche padre sbadato)… Insomma, l’editoriale è molto buono e stimolante, il racconto noioso.

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