Dossier / Elezioni tedesche

La tripletta della cancelliera

16.05.2017

Le elezioni tedesche sono quella cosa in cui per qualche mese sei o sette partiti fanno campagna elettorale e alla fine vincono la Cdu e Angela Merkel

IL pubblica “Noch 4 Jahre?” (“Ancora quattro anni?”), la newsletter sulle elezioni tedesche curata da Edoardo Toniolatti. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 

La sconfitta della Spd

A fine gennaio, con un applauditissimo discorso alla Willy-Brandt-Haus di Berlino, Martin Schulz accettava la candidatura alla Cancelleria e la guida della Spd, delineando un piano di battaglia che prevedeva la vittoria nelle tre elezioni locali successive per tirare la volata, sulle ali dell’entusiasmo, in vista del voto di settembre. Ora, a poco più di tre mesi di distanza, al leader dei socialdemocratici tocca prendere atto della impressionante e inaspettata tripletta della cancelliera, Angela Merkel l’indistruttibile.
 
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Il titolo dello “Spiegel”: secondo me lo capite anche senza traduzione

 
Domenica scorsa, infatti, la Cdu ha vinto anche in Renania Settentrionale-Vestfalia, trasformando il distacco dei mesi scorsi e il testa-a-testa degli ultimi giorni in un vantaggio effettivo nelle urne di un paio di punti percentuali: 33 per cento per i cristiano-democratici, mentre la Spd rimane invece al 31,2 per cento (perdendo quasi 8 punti rispetto al voto del 2012). Altri sconfitti di giornata sono i Grünen (i Verdi), fermi al 6,4 per cento, mentre fanno il botto i liberali della Fdp, che schizzano al 12,6 per cento – che è il loro miglior risultato nel Land. Alternative für Deutschland raggiunge il 7,4 per cento ed entra così nel Parlamento regionale. Resta fuori invece la Linke, che va meglio rispetto al 2012 ma comunque non supera, anche se soltanto per un soffio, la soglia di sbarramento del 5 per cento.
 
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I risultati riportati dallo “Spiegel”, incluso il confronto con il 2012

 
La conseguenza quasi immediata è rappresentata dalle dimissioni di Hannelore Kraft, governatrice uscente (a capo di una coalizione rosso-verde, che oggi ha 17 seggi in meno di quelli necessari per avere la maggioranza): Kraft si è dimessa non solo dalla guida del Land, ma anche dal ruolo di vicepresidente della Spd, carica che ricopriva dal 2009.
 
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Il gioco di parole nel tweet della trasmissione satirica “Extra3”: oltre a essere il cognome della governatrice sconfitta, “Kraft” in tedesco significa anche “forza”: la Spd, dunque, ora è ufficialmente “Kraftlos” (cioè “senza Kraft” e “senza forze”)

 
Ora inizieranno le trattative per la coalizione di governo, che naturalmente la Cdu conduce in posizione di grande – e inaspettata – forza. Molti parlano della possibilità di un accordo con i liberali, ma si arriverebbe giusto al pelo, come si può notare dal grafico della Frankfurter Rundschau.
 
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Una Jamaika-Koalition, che includa cioè anche i Grünen, è quasi sicuramente da escludere, visto che durante la campagna la Fdp ha fatto sapere che per loro non se ne parla. Allo stesso modo, specularmente, non si parla di un semaforo con la Spd al posto della Cdu, un’opzione che naturalmente non è politicamente percorribile, dopo una batosta del genere. Anche l’accordo fra Cdu e Fdp non è così scontato, comunque: il leader dei liberali, Christian Lindner, che qui era il candidato governatore del suo partito e a settembre sarà capolista alle Politiche, ha detto infatti che «una maggioranza nero-gialla non significa che ci sarà un governo nero-giallo», lamentandosi del fatto che in campagna elettorale i cristiano-democratici abbiano attaccato molto più la Fdp che la SPD. Insomma, i numeri ci sarebbero, ma – come si chiede la Frankfurter Rundschaulo vogliono davvero?
 
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A sinistra, il leader liberale Christian Lindner. A destra, il vincitore di giornata, il candidato della Cdu Armin Laschet

 
Tutto considerato, forse l’epilogo più plausibile sarà una Grosse Koalition con la Spd, come a prefigurare quello che probabilmente ci aspetta dopo il voto di settembre. Bisogna vedere se i socialdemocratici accettano, però: una mossa del genere avrebbe infatti anche l’effetto di ridimensionare, almeno in parte, quel messaggio di rinnovamento che la nomina di Schulz ha portato nel partito, incentrato com’era proprio sul mettere in soffitta l’accordo con il partito di Merkel a livello nazionale.
 

L’analisi del voto…

Per capire bene la dimensione simbolica di questa sconfitta bisogna considerare che la Renania Settentrionale è tradizionalmente una delle roccaforti più salde della Spd: qui si trova infatti il bacino della Ruhr (Ruhrgebiet), una delle zone industriali più importanti del Paese in cui i socialdemocratici sono sempre andati molto bene. In cinquant’anni avevano perso – prima di domenica – una volta sola, nel 2005, ma in quell’occasione ottennero comunque il 37,1 per cento dei voti: e all’epoca, come conseguenza della sconfitta, Gerhard Schröder si dimise da cancelliere. Giusto per rendere l’idea.
Stavolta Schulz non rischia di essere disarcionato da un partito che guida da poche settimane e rimane lui il candidato della Spd: ma il fatto stesso che ci sia bisogno di confermarlo esplicitamente, come hanno fatto alcuni giornali in serata, fa capire quanto il colpo sia stato duro.
 
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Il titolo del “Live-Ticker” della “Frankfurter Rundschau”, domenica sera intorno alle 20:30: «Schulz rimane il candidato della SPD»

 
La Spd ha perso terreno praticamente ovunque: in alcune delle città più “rosse”, come Duisburg o Gelsenkirchen, il calo è addirittura in doppia cifra. Soprattutto, però, i socialdemocratici perdono nelle zone in cui la disoccupazione è più alta della media, come ad esempio nella zona della Ruhr, là dove invece migliora di molto la Cdu e, tutto sommato, va bene anche la Linke. Ed è molto preoccupante anche il segnale che emerge dall’analisi dei flussi: uno spostamento massiccio dei consensi dalla Spd a praticamente tutti gli altri partiti, compresa AfD, ma soprattutto verso la Cdu. In più, va ricordato come uno dei tratti distintivi della Schulz-hype, nei primi sondaggi fatti dopo la nomina dell’ex presidente del Parlamento europeo, fosse proprio la sua capacità  di attrarre il voto degli astenuti: se già in Saarland questo assunto aveva iniziato a scricchiolare, domenica scorsa è crollato a pezzi. Il grosso degli astenuti se l’è preso, in blocco, la Cdu.
 
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Lo spostamento degli elettori nel grafico pubblicato dallo “Spiegel”

 
Ma come mai è andata così male, per Schulz e per la Spd? Hannelore Kraft si è assunta tutta la responsabilità della sconfitta, ed effettivamente la campagna elettorale non è stata impeccabile. Lo stesso, secondo molti osservatori, si può dire dei risultati del suo governo: su alcuni temi decisivi, infatti, la governatrice uscente è stata molto criticata in questi ultimi mesi. In particolare la sicurezza: basti pensare, ad esempio, alle polemiche seguite ai “fatti di Colonia” del 2016 ma anche del 2017. Soprattutto, però, è venuto fuori che nel Land si trovava uno dei rifugi principali di Anis Amri, l’attentatore che nel dicembre scorso ha colpito a Berlino, che pur sotto osservazione da parte delle autorità – era classificato come pericoloso – ha potuto mettere a punto il suo piano senza troppo disturbo e sfuggire ai controlli. Non sono mancati attacchi anche sul tema dell’istruzione, uno dei punti di forza di Kraft quando entrò in carica: il suo programma Kein Kind zurücklassen! (“Non lasciare indietro nessun bambino!”), teso a migliorare i risultati degli alunni del Land nei test di valutazione e ad aumentare l’inclusione scolastica, non ha sortito gli effetti sperati – e anzi è stato al centro di una micidiale trollata da parte della locale organizzazione giovanile della Cdu, la Ju-NRW (Junge Union Nordrhein-Westfalen)  Una decina di giorni fa, infatti, la Spd aveva fatto pubblicare su un quotidiano un annuncio a sostegno del programma di Kraft, in cui veniva evidenziato come dal 2010 a oggi fossero stati assunti 7.200 insegnanti in più: senonché nel testo c’era un gigantesco errore grammaticale, che ovviamente quelli della Ju-NRW non si sono lasciati sfuggire.
 
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Il tweet della Ju-NRW. Il testo corretto sarebbe «7.200 Lehrer merh seit 2010!»; “seid” è, invece, la seconda persona plurale dell’indicativo presente del verbo essere

 
I temi “locali” quindi c’erano, ma l’impressione è che la campagna si sia concentrata, soprattutto da parte Spd, esclusivamente su dinamiche nazionali, e che il punto principale della discussione riguardasse soltanto le coalizioni possibili. Ad esempio, pochi giorni prima del voto Kraft ha escluso ogni accordo con la Linke, una mossa che ha fatto pensare a quella strategia di pressione di cui parlavamo un paio di settimane fa, ma che probabilmente è stata vista da molti elettori come un segno di scarso interesse alla gestione concreta dei problemi del Land.
 
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La Linke, chiaramente, non l’ha presa benissimo: «Il voto in Renania Settentrionale è un segnale per la Spd: non gli serve a nulla escludere una coalizione con noi, ma non con la Fdp». Anche se, secondo me, quando tu fai il 4,9 per cento e la Fdp ottiene il 12, questa non è proprio una cosa furbissima da dire

 

… e le sue conseguenze

Come abbiamo detto negli articoli precedenti, e come avvertivano da settimane più o meno tutti i commentatori, il risultato in Renania Settentrionale pesa davvero: perché è il Land più popoloso, e quindi ha per forza una rilevanza statistica significativa, e poi perché in campagna elettorale i partiti hanno messo in campo i loro pesi massimi, imbastendo quello che può realisticamente essere considerato un antipasto del settembre che verrà. La Spd stessa, al picco della Schulz-hype, enfatizzava il valore del voto qui: ma era il momento in cui la vittoria di Kraft era data praticamente per scontata. Altri tempi.
Proprio per questi motivi, la sconfitta colpisce anche Schulz, e lo riguarda direttamente – come ha dichiarato lui stesso, domenica sera: «vinciamo insieme, perdiamo insieme». Nel partito si respira aria di emergenza, si sente la necessità di un nuovo inizio che recuperi in qualche modo lo slancio perduto: l’idea, quindi, è tornare all’attacco, impostare un’offensiva sui temi rilevanti per gli elettori, perché ormai è chiaro che “essere Martin Schulz” non basta più. Ripetere, insomma, lo schema delle prime settimane, in cui il candidato cancelliere riuscì a portare al centro del dibattito la questione sociale con la sua proposta di riforma dei sussidi per la disoccupazione, sperando tuttavia che stavolta l’impatto sia maggiore. Intanto, però, una cosa che probabilmente non cambierà sarà la strategia di mettere pressione sulla Linke per neutralizzare la paura di una svolta eccessiva a sinistra: già lunedì sera, ospite della trasmissione Farbe bekennen sulla rete tv ARD, Schulz ha detto che «chi mette in dubbio gli obblighi della Germania verso l’Onu, la Nato, l’Unione europea e l’euro, può parlare con chi vuole, ma non con me». Ogni riferimento alla famiglia Lafontaine è, naturalmente, del tutto voluto.
Chi invece invita alla calma è proprio la cancelliera: uno dei suoi punti di forza è la capacità di non perdere la testa davanti ai sondaggi, positivi o negativi che siano, e certo non sarà un risultato lusinghiero, per quanto di grande importanza, a farle credere già conclusa la partita. Oltretutto, da qui al voto mancano quattro mesi: e visto com’è andata da fine gennaio in qua, può ancora succedere davvero di tutto.
 

Bonus Tracks

Domenica non è stato però soltanto il giorno del voto in Renania Settentrionale, ma anche quello dell’insediamento di Emmanuel Macron al vertice della Repubblica francese: e, non casualmente, il primo viaggio ufficiale del neoeletto presidente è stato a Berlino, per incontrare Angela Merkel. Nella conferenza stampa congiunta, i due hanno parlato dei progetti comuni di riforma dell’Europa, della nuova spinta verso l’integrazione che il nuovo asse franco-tedesco in via di formazione potrà offrire.
In realtà, è probabile che i due leader abbiano parlato poco di Europa, e piuttosto del percorso di riforme che dovrà affrontare la Francia nei prossimi mesi: la linea tedesca, da questo punto di vista, è tendenzialmente incarnata ancora dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, intervistato da Repubblica nei giorni scorsi, e prevede come sempre che i singoli Paesi facciano i famosi “compiti a casa” prima di mettersi a discutere di revisione dei trattati. Un misto di scetticismo e di speranza, diciamo: ma è comunque improbabile che si faccia sul serio prima del voto di settembre, quando anche la situazione tedesca sarà più stabile e definita.
 
Se capite il tedesco, provate ad ascoltare questo podcast dello Spiegel su un aspetto piuttosto interessante delle elezioni in Renania: gli immigrati nel Land che votano AfD.
 
Sulla questione della Leitkultur, rilanciata nel dibattito pubblico dal ministro dell’Interno Thomas de Maizière e di cui parlavamo qualche settimana fa, è intervenuto anche Jürgen Habermas, uno dei filosofi e sociologi più importanti del secolo scorso e pure di questo. «Una costituzione liberale – dice il vecchio filosofo – deve distinguere una cultura maggioritaria nella nazione da una cultura politica che sia ugualmente accessibile e ugualmente richiesta a tutti i cittadini. Il cuore di questa cultura politica è la Costituzione stessa». Non c’entrano costumi e abitudini, perché la “cultura” non è un blocco immobile, ma un flusso dal contenuto mutevole a cui contribuiscono, inevitabilmente e fortunatamente, anche gli immigrati. «Per questo motivo i tentativi da destra di conservare una Leitkultur non soltanto contraddicono un’interpretazione liberale della carta fondamentale, ma sono anche irrealistici».
 
Infine, un bel pezzo su Foreign Policy scritto prima del voto in Renania Settentrionale, ma dal titolo decisamente profetico: The Forever Chancellor.
 
Qui potete recuperare i numeri precedenti

Un ringraziamento poi a hookii.it, che rilancia le nuove uscite di questa newsletter.

Infine, se vi va, mi potete trovare su Il Segnale, insieme a Daniele Bellasio, Francesco Maselli e Gabriele Carrer, per capire qualcosa di più di politica italiana, francese e inglese.

E se proprio non ne avete ancora abbastanza, ho anche un blog, Sutasinanta, dove ogni tanto scrivo di altre cose.

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