Guardare i Mondiali di calcio del 1994 con un maggiordomo-filosofo srilankese per imparare a pesare le cose del mondo con la bilancia giusta. Un estratto da “La lentezza della luce”, il nuovo libro di Michele Dalai (Mondadori)

Quando Peter Sellers studiò il personaggio di Hrundi V. Bakshi per portarlo sullo schermo ebbe una trovata formidabile. Bakshi doveva essere gentile, buono e generoso. La colossale serie di disgrazie che gli sarebbero capitate e che lui stesso in larga parte avrebbe causato non dovevano scalfirlo e nemmeno cambiare la sua fiducia nel prossimo. Un uomo buono e gentile resta tale anche nella tempesta. Sellers fu criticato duramente per aver esasperato i tratti e le caratteristiche di Bakshi, fu accusato di averlo ridotto a una macchietta e affogato tra gli stereotipi. Sostennero che il suo indiano era mite fino alla stupidità e al masochismo. Vero, verosimile o falso che sia, resta il fatto che la corsa verso il baratro di Bakshi in Hollywood Party è una delle cose più belle mai viste al cinema, un sorriso che squarcia nubi pesanti, che porta la calma, che offre una chiave di lettura per le cose più complicate.

Se tutto va male non c’è nulla che possa andare davvero male.

Nel 1994 la mia vita era un disastro, più che alla tempesta le mie giornate somigliavano alle macerie dopo il passaggio di una catastrofe naturale. Studiavo poco, ero svogliato e, quando anche mi ci mettevo d’impegno, non capivo davvero nulla della sostanza dei miei studi. C’eran voluti due anni ma alla fine avevo deciso che la Giurisprudenza non sarebbe mai diventata mia amica e che non smaniavo per frequentarla con assiduità. A casa si parlava poco e comunicava peggio, erano arrivate le prime crisi di panico ed era stato orrendo scoprirsi fragile, capire di avere paura.

Gli altri correvano e io camminavo, nulla mi entusiasmava, non mi piacevo.

Non piacevo.

Avevo passato un numero infinito di notti in macchina. Parcheggiavo sotto casa di una ragazza che mai avrebbe sospettato che dormissi sotto casa sua, il che a pensarci bene era un segnale abbastanza chiaro di come le cose non potevano funzionare. L’avevo conosciuta in biblioteca, poi rivista a un esame e da quel momento in poi avevo messo in campo tutte le mie armi con il risultato di cui sopra. Una traversata nel deserto lunga da novembre a giugno quando finalmente lei, impietosita da una mia lettera, aveva risposto con un biglietto. Poche righe fredde e terribili, ma comunque ammirevoli per stile ed efficacia, un capolavoro che tradiva una certa dimestichezza con quel rituale. Parlava di un grande equivoco.

Temo ci sia un equivoco.

Nel mio caso grandissimo, perché uno mica si riduce a dormire notti intere dentro una Peugeot 205 se ha il solo sentore di un equivoco. Così com’era iniziata, finì. Le grandi storie d’amore unilaterali segnano sempre molto chi le ha vissute. L’altro, rimanendo estraneo alla vicenda, si risparmia tutto quel dolore.

Quando vidi per la prima volta Cyril non feci caso alla sua somiglianza incredibile con Hrundi V. Bakshi, ero troppo impegnato a soffrire e lo salutai con sufficienza. Aveva trentacinque anni, arrivava dallo Sri Lanka e aveva lasciato lì moglie e figlia per venire da questa parte del mondo. Cyril si presentò come maggiordomo ma finì per occuparsi della casa, di tutta la casa.

Nel giugno del 1994 una delle Nazionali di calcio meno amate, più contestate e dileggiate della storia si imbarcò su un volo per gli Stati Uniti e si preparò a partecipare a un Mondiale che pareva già segnato, e che invece come tante altre volte rischiò di trasformarsi in un trionfo. La politica inquinava il giudizio di tanti, quella squadra era costruita sullo scheletro del Milan di Berlusconi e in molti dichiararono che avrebbero tifato chiunque purché non fosse l’Italia. C’era gente che girava isterica per le città ripetendo che avrebbe festeggiato ogni sconfitta, che quella squadra era solo uno strumento di propaganda e che una brutta figura ai mondiali americani sarebbe costata cara al presidente del Consiglio, una macchia indelebile nella carriera di un vincente. Io ero e sono un fanatico della Nazionale ma, proprio come Linus amava dire di sé in una delle più belle strisce di Schulz, sono un fanatico eclettico. La mia soglia di attenzione si alza a livello di guardia solo durante le grandi competizioni internazionali, per tutto il resto del tempo tratto la squadra con indifferenza, come una passione dormiente. In quelle pause mi dedico ad altri fanatismi. Quel Campionato del Mondo si giocava in America e la cosa avrebbe comportato un serio problema di orari e organizzazione del tifo. Poteva capitare di giocare in piena notte, le partite disputate sulla West Coast avevano orari impossibili e il mese a cavallo tra giugno e luglio del 1994 si preannunciava come un lungo percorso irto di sofferenze, sacrifici e insonnia. Perché i fanatici eclettici il Mondiale lo guardano tutto, non ci sono partite di cartello e incontri minori, il fanatico eclettico prende tutto il pacchetto.

Le donne di casa partirono a metà giugno, prima un breve viaggio e poi il mare. In città restammo io e mio padre. Lui lavorava e io fingevo di prepararmi agli appelli estivi, tra un lungo sospiro e qualche delirio tardo-romantico. Come in un fotoromanzo dalle pagine stropicciate inseguivo una donna che mai avrei conquistato e fuggivo da una ragazza meravigliosa e paziente. Si fossero disputati i campionati di coglioneria sentimentale li avrei persi in finale, perché mi sentivo così triste e mediocre da non meritare neppure quel primato. Iniziò il Mondiale e prendemmo da subito il ritmo. Mio padre lavorava tutto il giorno e rincasava tardi, spesso cenava fuori e quando rientrava si chiudeva in camera a leggere dopo qualche brontolio incomprensibile su quanto i miei brontolii fossero incomprensibili. Io mi svegliavo verso mezzogiorno, mi ingozzavo di focacce e bibite gassate e passavo il pomeriggio su libri che scorrevo senza leggere, in cerca di qualche parola chiave da mandare a memoria e recitare convinto se e quando mi fossi presentato all’esame. Cyril prendeva confidenza con un mondo folle e troppo diverso dal suo ma lo faceva con garbo e curiosità. La città incandescente senza macchie di verde, la gente scostante, i gesti secchi e la velocità di esecuzione, una lingua nuova e misteriosa, tutti ostacoli che lo avrebbero potuto scoraggiare e che invece rimuoveva con un sorriso e l’oscillazione gentile della testa. C’erano cose da fare e due persone da accudire, un adulto silenzioso e un ragazzo triste che mangiava male e passava ore a guardare nel vuoto. Il 17 giugno 1994 Diana Ross cantò l’inno americano e i tedeschi ripartirono da dove avevano lasciato, da quella Coppa sollevata in Italia. Si giocava Germania-Bolivia e la guardai quasi tutta da solo, fu verso la fine che mi accorsi che Cyril stava in piedi dietro di me, appoggiato alla porta, rapito da quello che succedeva sullo schermo.

Gli chiesi se gli piaceva il calcio, lui fece quella cosa, quel dondolio della testa che poteva voler dire qualsiasi cosa solo a non conoscerne le sfumature. Gli piaceva eccome. Gli chiesi se voleva guardare la seconda partita con me ma lui sorrise e alzò lo spalle, poi disse no, che non voleva, e se ne andò.

Nei giorni successivi le sue incursioni si fecero sempre più frequenti e la nostra permanenza davanti a quello schermo si prolungò dal tempo di una sola partita fino a parecchie ore consecutive. Avevamo trovato un equilibrio, un accordo tacito. Io avevo capito che Cyril non sapeva di calcio e non conosceva le regole ma che mai avrebbe chiesto, quindi cercavo di interpretare i suoi gesti e spiegargli in breve cosa succedeva in campo. Cyril era ipnotizzato dal calcio, quelle partite avevano un effetto incredibile su di lui. Quando arrivava mio padre ci animavamo d’improvviso, come a recitare la parte di chi si era appena seduto davanti al televisore per godere un po’ di riposo dopo giornate torride e piene di impegni. La verità è che le condizioni della casa e la mia preparazione accademica erano ormai più drammatiche che preoccupanti. Solo un uomo impegnato e distratto come era mio padre a quei tempi avrebbe potuto non accorgersi dell’accumulo di piatti, vestiti, rifiuti, e di quel testo di diritto internazionale privato e processuale sottolineato solo fino a pagina 20 e poi intonso, come nuovo.

Le cose peggiorarono.

In qualità di unico del gruppo senza genitori in casa, nella seconda settimana del torneo invitai tutti i miei amici a occupare divani, pavimento e sedie del mio soggiorno. Cyril era timido e non amava il contatto fisico, per evitare di essere disturbato durante la partita si era messo in fondo alla stanza, appena fuori dalla porta, appollaiato su uno sgabello da cucina. Pensava di essere al sicuro ma peccò di ingenuità, così quando Dino Baggio ribaltò la porta della Norvegia e ci concesse ancora qualche giorno di speranza, saltò dallo sgabello ed esultò sul posto, le braccia al cielo, un secondo prima di essere travolto da me e da alcuni di noi, portato in giro per la stanza come un trofeo, come un gioco nuovo. Mi vergognai e stavo per scusarmi quando lui fece un gesto quasi impercettibile ma fermo con la mano, mi bloccò.

Fu quella la prima volta che lo spirito di Hrundi V. Bakshi si impadronì di lui, la solennità con cui si mise in piedi, sistemò le sigarette stropicciate nel taschino della sua camicia a maniche corte, sorrise a trentadue denti e se ne uscì all’improvviso con un: «Gol, bellissimo gol. Un gol molto importante dell’Italia. Gol». Come se nulla fosse successo, come per evitare che ci vergognassimo di esserci comportati da perfetti idioti. Era un uomo, noi dei ragazzini, non servì parlarne oltre.

Dopo due settimane vissute al ritmo di tre o quattro partite al giorno, dal tardo pomeriggio alla notte inoltrata, Cyril era diventato il massimo esperto di fuorigioco passivo dell’Oceano Indiano. Conosceva a menadito i nomi dei giocatori e prima di ogni fischio d’inizio dichiarava il suo tifo.

«Bolivia-Corea del Sud, mi piace molto la Bolivia ma peccato per la squalifica di Diablo Etcheverry che è un ottimo giocatore».

«Conosci El Diablo Etcheverry, l’hai mai visto giocare?».

«No, ma il tuo “Giornale dello Sport” di oggi dice così».

Nelle ore che io perdevo a letto per recuperare le fatiche della veglia, Cyril si documentava. Era enciclopedico, non c’era gol, giocata o polemica di quel Mondiale che non conoscesse a memoria. Aveva anche iniziato a seguire i giocatori dell’Inter e le loro prestazioni in Nazionale, perché per solidarietà aveva scelto di tifare Inter insieme a me una volta che tutto fosse finito. Fui crudele con lui, non tentai di dissuaderlo e dirottarlo verso il Milan e le sue fantastiche stagioni europee. Se Cyril voleva soffrire con me era il benvenuto.

 

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Ai quarti di finale mio padre prese finalmente coscienza del disastro, ma invece di combatterci si unì a noi. Io in maglietta e boxer, mio padre in pigiama e Cyril in pantaloni e canotta, passammo più di una notte immobili e senza parlarci, ma in qualche modo felici. Io e Cyril avevamo sviluppato una pericolosa dipendenza da tè freddo alla pesca, secondo lui un toccasana per guarirmi dalle bollicine e dagli zuccheri delle schifezze che bevevo. Peccato non avesse considerato che bere litri di tè freddo in piena notte mi stava trasformando in un vampiro, sempre più pallido e senza sonno, stravolto dalla teina e nauseato dagli aromi naturali.

Quando Tassotti frantumò il setto nasale di Luis Enrique e la sua impunità valse larga parte della nostra qualificazione, Cyril si indignò. Non con Tassotti ma con il ferito, con Luis Enrique che a suo giudizio la stava facendo troppo lunga. Non bastarono i replay né il naso tumefatto e sanguinante dello spagnolo a fargli cambiare idea, per Cyril quella sceneggiata era una cosa grave e Luis Enrique un maleducato, perché non si insulta un altro uomo così, non davanti a tutti.

La notte di quella partita Cyril volle vedere i servizi e sentire i commenti, poi prima di andare a dormire disse che voleva mostrarmi una cosa. Aprì il portafoglio e fece scivolare fuori con grazia una foto della moglie e della figlia.

«Questa è mia moglie. Mi manca molto sai? Anche la mia bambina mi manca. Ieri le ho scritto che guardiamo molte partite e che il calcio è divertente. Loro sono preoccupate per me ma io ho scritto che il calcio mi piace e che noi guardiamo molto calcio. Così non si preoccupano. Buonanotte».

Non mi aveva mai parlato della sua famiglia, non mi aveva mai parlato in genere. Non di cose che non riguardassero il Mondiale o il tè freddo alla pesca. I giorni che precedettero la semifinale con la Bulgaria furono terribili, pieni di ansia e cose complicate. Mia madre e mia sorella passarono da Milano per qualche ora, prima di proseguire per il mare. Mia madre insegnava e mia sorella aveva finito il secondo anno di ginnasio, si godevano il tempo lungo della pausa scolastica. La ragazza del biglietto gelido ebbe un piccolo tentennamento e mi convocò sotto casa sua, in quella via di cui conoscevo a memoria ogni metro, ogni portone e tutti i nomi sui campanelli. Non so se lo fece di proposito per umiliarmi o perché pensava che meritassi un commiato migliore, ma fu una serata orrenda e piena di silenzi e imbarazzo, perché alcune cose è inutile spiegarle.

Dopo due ore impossibili appoggiati alla mia macchina scassata a fissare ciascuno la sua porzione di vuoto senza quasi mai incrociare lo sguardo, il suo fidanzato sbucò dal mondo degli incubi, con una Porsche vecchia al punto giusto, e con l’autostima più solida dell’Universo. Mi salutò con cortesia, perché quelli così è difficile anche odiarli, tanto sanno essere meglio di te, e la portò via.

L’esame di Diritto internazionale privato e processuale fu una catastrofe, ma mentii a tutti e sostenni di averlo superato. E quella fu la prima di una piccola serie di bugie inutili sulla mia carriera universitaria.

L’Italia sembrava sulle ginocchia, trascinata dalle magie di un piccolo calciatore meraviglioso come Roberto Baggio, ma sempre più stanca e provata da partite al caldo e in orari impossibili. L’accumulo di pendenze di Cyril poteva fregare mio padre ma con mia madre non funzionò e per lui furono giorni difficili, fu costretto a mettersi in pari con tutto quello che aveva trascurato o nascosto sotto i tappeti fino ad allora. Mio padre era tornato quello silenzioso e lontano di sempre.

Arrivò il giorno della semifinale e come per magia ci ritrovammo soli, finalmente di nuovo io, Cyril e quel televisore. Invitai tutti quelli che avevano voglia di venire o erano in giro per Milano il 13 luglio. Si giocava a New York alle quattro di quel pomeriggio e la temperatura all’interno del Giants Stadium era di quelle che avrebbero sconsigliato anche solo una passeggiata.

Umidità, fatica e un’altra doppietta di Roberto Baggio. Pianti, abbracci, la Nazionale meno amata di sempre che però io, che noi amavamo come si amano i fratelli che non hai mai avuto. Coetanei o poco più grandi di noi, ricoperti di cerotti e fatica, lontani da casa e dallo status di milionari almeno per qualche giorno. Ragazzi. Quella notte la passammo in giro per la città, che Cyril non conosceva ancora o che aveva visto troppo poco e di fretta. C’erano caroselli di gente impazzita, clacson e una felicità che contagiava tutto, che bruciava da tanto era intensa. Ci fermammo a bere delle birre in bottiglia, io con il tricolore legato al collo e Cyril con la mia maglia dell’Italia che per l’occasione gli avevo prestato.

Brindammo.

Mi parlò di casa, mi raccontò di lui.

Gli parlai di me, di quello che non ero, di quanto faceva paura tutto quello che sarei stato, di quella ragazza.

Due giorni prima della finale partii, io e mio padre raggiungemmo l’altra metà della famiglia al mare, Cyril restò a Milano e poté godersi la pace di quella casa vuota e qualche giorno in giro per i fatti suoi.

Fu un errore andare via e non vedere la partita con lui.

Perdemmo contro il Brasile, uno strazio lungo fino alla fine dei supplementari e oltre. Uno dei migliori giocatori di tutti i tempi sbagliò il suo rigore, uno dei più grandi difensori di sempre fece altrettanto. Perdemmo perché eravamo distrutti, i giocatori e noi che da migliaia di chilometri di distanza provavamo a incoraggiarli. Qualcuno festeggiò tenendo fede alle promesse di un mese prima, sperai si vergognassero ma ero troppo triste per curarmi di loro.

Presi il telefono di casa e chiamai Milano.

Cyril rispose dopo molti squilli.

Mi misi a piangere, lui rimase in silenzio.

«Abbiano perso, Cyril, abbiamo perso».

«Non importa, è stato molto bello, abbiamo giocato come si doveva».

«Abbiamo perso, cosa posso fare ora, cosa faccio Cyril?».

«Non importa, davvero. Abbiamo fatto del nostro meglio. Tu non piangere».

Ci fu ancora qualche attimo di silenzio, poi lui tossì e capii che stava per dirmi qualcosa.

«Quella ragazza. Quella ragazza non ti vuole bene. Non va bene per te. Ora riposa. Noi siamo felici, abbiamo fatto quello che si doveva».

L’anno dopo io e Cyril siamo andati allo stadio molte volte insieme, l’ho abbracciato fino quasi a soffocarlo quando Marco Delvecchio ha segnato contro il Padova il gol che ha qualificato l’Inter per la Coppa Uefa, abbiamo fischiato gli avversari più pericolosi e applaudito le poche cose buone della squadra di quell’anno.

A fine stagione Cyril è partito per lo Sri Lanka. Doveva solo rinnovare il visto ma non è tornato a settembre, ha scelto di restare lì per un po’. Quando dopo qualche anno è salito su un volo per Milano, io me n’ero ormai andato di casa. So che ha trovato lavoro come custode.

Non l’ho più rivisto, ci siamo scritti delle cartoline e poi più nulla.

Mi manca molto Cyril, mi manca quel modo di pesare le cose del mondo con la bilancia giusta, di guardarle come le guarderebbe un bambino che non conosce il pericolo e il dolore. Mi piacerebbe tornare allo stadio con lui, aprire il portafoglio e fargli vedere la foto di mia moglie, quelle dei miei figli e dirgli che aveva ragione, che l’amore e la vita stavano altrove e non parcheggiate per tutta la notte davanti a quel portone chiuso.

Dirgli che ho fatto fatica, sì, ma ora so di aver giocato come si doveva.

Michele Dalai
La lentezza della luce

Mondadori 2017
144 pagine, 18 euro

 

In occasione del Salone internazionale del libro di Torino, sabato 20 maggio alle 12.30, l’autore presenterà il libro al Caffè letterario con Pietro Galeotti (musiche di Jack Jaselli)
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