I film, le (probabili) polemiche, le sezioni, i concorsi. Compendio numerico sul Festival di Cannes che comincia domani. E occhio agli italiani!

Comincia il festival di Cannes, settantesima edizione. Per conoscere tutti (o quasi) i film che verranno presentati, le future polemiche e le celebrità che solcheranno il tappeto rosso, abbiamo preparato un breve compendio numerico, senza discriminazione tra sezioni e concorsi paralleli di La Semaine de La Critique e Quinzaine.

1, il giorno di pioggia previsto.

È vero che le previsioni meteo oltre il paio di giorni sono quasi un affronto alla scienza. Ma se non ci vuole una scienza, ci vuole senz’altro una perizia speciale ad assemblare un bagaglio che tenga conto delle variabili meteorologiche così come di quelle sociali al festival di Cannes. Per le donne rappresenta una questione ancora più ostica, poiché la mezza stagione costringe a soluzioni ibride che mortificano corpo e buon senso: sì camicette senza maniche, ma ancora troppo presto per andarsene in giro a gambe nude; ben volentieri giacchini di lino leggero buttati con disinvoltura sulle spalle, ma anche necessità di tasche capienti per nascondere due noccioline o un mini tramezzino da trafugare in sala. Perché le maschere del Palais des Festivals, per le nuove misure antiterrorismo o più semplicemente per perfidia tutta francese, non concedono neanche un contagocce per dissetarsi tra una proiezione e l’altra.

Based on a true story

9, i veterani.

Tra questi solo Michael Haneke appare in concorso, a suggerire che il lavoro di certi registi ancora in vita supera i canoni fissati dalle diverse sezioni. Il regista austriaco presenterà Happy End, con Isabelle Huppert. La laconica sinossi promette benissimo «lo spaccato della vita di una famiglia borghese europea». Gli altri nomi sono del tenore di Roman Polanski — con Based on a true story, scritto da Olivier Assayas, e con Eva Green e Emmanuelle Seigner, e Angès Varda — con un documentario girato con JR, lo street artist francese che coprì favelas con ritratti per sensibilizzare abitanti e opinione pubblica al tema del crimine in quelle aree. Poi Claude Lanzmann — che per il documentario Napalm, a 90 anni viaggia in Nord Corea! — e un postumo Abbas Kiarostami, 24 Frames: una raccolta di corti da 24 minuti e mezzo girati nel corso degli ultimi anni. E poi ancora André Techiné, con un film speciale per i 70 anni del festival su un disertore “travestito” della Prima Guerra mondiale. E ancora, Takashi Miike, e alla Quinzaine Abel Ferrara, ospite fisso ma spesso relegato ai margini con un doc sul tour della sua band in Francia e infine Philippe Garrel, che dirige sempre la prole ma questa volta la figlia Esther (e non il figlio Louis, anche lui però al festival).

Swim

17, le opere prime.

E due, gli esordi notevoli. Da una parte, Kristen Stewart che in occasione della settantesima edizione del festival è stata invitata con Swim — una curiosa eccezione alla regola delle anteprime mondiali di Cannes, dato che il cortometraggio fu presentato già al Sundance. Le critiche dissero «dura poco ma non è un film piccolo, ricorda Malick». Premesse magari non proprio eccitanti per tutti, che quindi potranno rallegrarsi di un altro debutto importante: Vanessa Redgrave, a 80 anni mostrerà — fuori concorso — Sea Sorrow, un documentario che, a partire dalla storia del bimbo siriano fotografato senza vita su una spiaggia turca nel 2015, accosta il tema dei richiedenti asilo alla Tempesta di Shakespeare

Vanessa Redgrave

Getty Images

4, cioè 2+2, i filmi di Netflix e Amazon in concorso.

Sono Okja, del coreano Bong Joon-ho — già regista del “ballardiano” Snowpiercer: un’avventura di fantascienza con Tilda Swinton perfida capitalista all’inseguimento di una ragazzina e della sua creatura speciale, Okja appunto (nel cast anche Jake Gyllenhaal e Paul Dano). Il secondo è The Meyerowitz Stories (New And Selected), di Noah Baumbach, che dopo Giovani si diventa ritorna con un cast corale a confronto su tematiche generazionali (e familiari). Una riapparizione barbuta di Dustin Hoffmann e il trio Adam Sandler, Ben Stiller ed Elizabeth Marvel nel ruolo di tre fratelli che si litigano l’attenzione del padre.

La selezione dei film Netflix ha scatenato l’ira degli esercenti cinema francesi, poiché l’unico modello di business consentito dalla piattaforma on demand impone ai propri film di saltare la distribuzione tradizionale nelle sale. Guerra di comunicati stampa, finché il festival ha detto «non si discute, i film rimangono in concorso». Amazon Studios, che invece lavora come co-produttore e non detiene il privilegio di vendita, porta il film di Todd Haynes, Wonderstruck. Il regista di Carol e Mildred Pierce ha lavorato ancora una volta adattando un romanzo — La stanza delle meraviglie di Brian Selznick — con Michelle Williams e Julianne Moore. Collega di Amazon è anche Lynne Ramsey, che concorre con un misterioso thriller, You Were Never Really Here, con Joaquin Phoenix vendicatore.

Okya

Okya

8, gli (ex) enfants prodiges

E cioè autori giovani o semi giovani che hanno mosso i primi passi a Cannes e ci ritornano ora per la prima o seconda (o terza!) volta in pompa magna. Per cominciare, quelli che critica e distribuzione italiana hanno snobbano e che senza esagerare possiamo indicare come il futuro del cinema d’autore statunitense: sono Josh e Benny Safdie, fratelli poco più che trentenni, ostinatamente newyorchesi, eredi del cinema indipendente alla Cassavetes. Autori di tre lunghi e un documentario di una maturità sorprendente, definiti “registi da guerriglia” per la loro direzione improvvisata e urbana, arrivano in concorso a Cannes per la prima volta. Salto definitivo per loro, anche perché Good Times ha Scorsese in persona come produttore esecutivo, Robert Pattinson star protagonista, e soprattutto, Oneohtrix Point Never autore della colonna sonora!

Altrettante aspettative ci sono per Yorgos Lanthimos, del cui film The killing of the sacred deer non si sa molto se non la presenza del favorito Colin Farrell. Non può mancare un figliol prodigo dalla Scandinavia: lo svedese Ruben Östlund che mise alla prova la nostra idea di virilità con una slavina in Force majeure, concorre con The square, un altro racconto morale ambientato nel mondo dell’arte e con un cast internazionale (Dominic West aka McNulty di The Wire ed Elizabeth Moss). E poi Michel Hazanavicius che aveva sbaragliato con The Artist (e poi, a dirla tutta, deluso tutte le aspettative seguenti) si presenta con una biopic sul nume tutelare di Cannes Jean-Luc Godard (interpretato da Garrel Jr.). Ancora, Sean Baker, autore del caso Tangerine, completamente girato su iPhone, mostra un ritratto «degli umili on the road», in Florida. Infine Michel Franco a rappresentanza della nutrita schiera di latino americani disseminati un po’ in tutte le sezioni e Taylor Sheridan, ex attore belloccio che ha scritto Sicario e Hell or High Water, una trilogia completata adesso dall’imminente Wind River.

The killing of the sacred deer

19, i film diretti da donne

Forse qualcosa sta cambiando, perché contando le presenze femminile inviduate nei vari programmi, Sofia Coppola e Claire Denis mi erano scappate: segno che, forse, alcuni autrici si comincia a percepirle come professionisti del mestiere, prima ancora che individui di sesso femminile. E insomma sì, quest’anno anche nomi importanti. A cominciare appunto da Sofia Coppola, in concorso con un drammone in costume intitolato The Beguilded, con Colin Farrell stretto nella bionda triade Kirsten Dunst-Nicole Kidman-Ellen Fanning. E poi, le autrici storiche, pioniere dell’essere donna con macchina da presa, ma soprattutto dell’arte di fare cinema: la già nominata Angès Varda e Claire Denis, in Quinzaine con una storia “d’amore vero” con Binoche e Depardieau. Molti esordi, la solita Naomi Kawase, e diverse registe da seguire con notevole curiosità. Prima di tutte Rungano Nyoni, nata in Zambia e cresciuta in Galles, frequentatrice e vincitrice di festival come Locarno e Tribeca, che presenta I am not a witch. Girato a Lukasa è però un’esemplare sinergia di produttori europei. E poi Los Perros, di Marcela Said, con l’amato Alfredo Castro (il favorito di Larraìn) sugli irrisolti conflitti tra il passato militare e l’attuale borghesia cilena.

Top of the Lake – China Girl

2, le serie tv

Twin Peaks, che per un giorno renderà la vita nel Palais des Festivals ancora più infernale del solito e Top of the Lake – China Girl, sequel all’acclamata miniserie BBC di Jane Champion con Elizabeth Moss detective integerrima. Questa volta non più ambientata nella fiabesca Nuova Zelanda ma tra Syndey e Hong Kong, e con l’aggiunta di Nicole Kidman, che quest’anno, dal concorso agli eventi speciali, festeggia la sua rinascita con una chioma canuta sfoggiata sia nella serie che nel film di Sofia Coppola.

Sicilian Ghost Story

Sicilian Ghost Story

6, i film italiani al festival

«La croisette snobba gli italiani!», ecco un formato giornalistico fisso, come i titoli pigri su «No George Clooney, no party» alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma strilli del genere non fanno solo un disservizio al lettore, molto spesso sono anche falsi. Non bisogna neanche scavare particolarmente a fondo per ritrovare — scansato il Castellitto in concorso in Un Certain Regard — il nuovo film dei registi di Salvo, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, che inaugurano la Semaine de la Critique con Sicilian Ghost Story.

Da attendere con grandi aspettative è anche A Ciambra, dell’italo americano Jonas Caprignano autore nel 2015 di Mediterranea, sulla rivolta di Rosarno — forse il primo film di finzione italiana che affrontava in modo avvincente e senza patetismi di parte il tema dell’immigrazione. Pupillo di Sundance e vincitore della Guggenheim Fellowship, presenterà un film su una piccola comunità Rom in Calabria. Sempre alla Quinzaine ritroviamo Lorenzo Di Costanzo con un tragedia morale ambientata in una Napoli di donne e il debutto di Roberto De Paolis, già prezzemolo di Venezia nonché online, su Nowness. Il pacchetto patriottico si chiude in bellezza con l’unica donna tra gli italiani, Annarita Zambrano, che competerà con Castellitto con una co-produzione francese, Dopo la guerra, costruita intorno alle proteste bolognesi contro la legge sul lavoro e l’omicidio Biagi nel 2002.

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