Dossier / Elezioni inglesi

Tories dai campi e dalle officine

18.05.2017

Theresa May cerca di convincere la maggioranza degli elettori della working class a votare per il Partito conservatore. Una missione impossibile? I sondaggi suggeriscono che c’è già riuscita e che potrebbe ottenere ancora più successo della Thatcher tra le classi popolari

IL pubblica “Fumo di Londra”, la newsletter settimanale sul Regno Unito che si prepara al voto di giugno, curata da Gabriele Carrer. Per riceverla nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 

È la campagna elettorale della classe operaia. Laburisti e conservatori hanno infatti deciso di puntare tutto sugli “ultimi”, quelli che Theresa May chiama i “dimenticati”, gli sconfitti della globalizzazione che hanno votato per la Brexit e per riprendersi il controllo del proprio Paese e delle proprie tasse. In queste tre settimane che mancano al voto del prossimo 8 giugno, come raccontano rivelazioni di stampa e manifesti programmatici, molto si giocherà  sulla questione dei diritti dei lavoratori e del servizio sanitario nazionale. Nel suo manifesto, il leader laburista Jeremy Corbyn promette, oltre a un piano di rinazionalizzazioni e tasse per quasi 49 miliardi di sterline per finanziare l’aumento della spesa pubblica, di agevolare l’accesso alla sanità a un milione di pazienti in lista di attesa. Sul fronte opposto, la leader dei conservatori e premier uscente ha promesso la più grande estensione dei diritti dei lavoratori mai compiuta da qualsiasi governo conservatore, rinnovando il suo impegno a mantenere tutte le protezioni attualmente sostenute dall’Unione europea, che includono il congedo di maternità e le vacanze retribuite.

Se le promesse della sinistra non stupiscono, specie sotto un leader così leftie come Corbyn, quelle che provengono dall’ala destra di Westminster rappresentano l’ultimo passo nella strategia della premier di trasformare i conservatori nel partito della classe operai, nel tentativo di strappare alcuni seggi nelle storiche roccaforti del Labour e non tradire le attese per una vittoria landslide, pronosticata da analisti, commentatori e scommettitori. Buona parte delle proposte di Theresa May sono invise ai liberisti puri interni al partito. Tra queste c’è sicuramente l’impegno ad aumentare il salario di sussistenza nazionale. Ma May ha più volte respinto apertamente l’approccio del passato improntato al laissez-faire. Il suo obiettivo sembra sempre di più la trasformazione del conservatorismo britannico, per lasciare alle spalle le ere thatcheriane e cameroniane e concentrarsi sulle esigenze e le speranze degli elettori della classe operaia.

Per anni, infatti, il Labour liberale e riformista di Tony Blair ha tolto l’ossigeno politico ai conservatori. Ma, come evidenziato a due settimane dallo storico e rivoluzionario voto per il Leave da Fraser Nelson e James Forsyth sullo Spectator, quel partito è crollato, collassato. Il dibattito sull’Unione europea ha lacerato il partito e ora, «piuttosto che pensare ai modi per riconnettersi con i loro elettori, i deputati del Labour stanno prendendo seriamente in considerazione la creazione di un partito pro-Ue, metropolitano, sconnesso dalle idee poco dolci della classe operaia». Il Labour non è mai sembrato così disunito, tra faide interne e scontri pubblici. «Tutto ciò dà ai conservatori un’occasione senza eguali», scrivevano il direttore e il capo del “politico” del settimanale che è ritenuto il centro intellettuale del conservatorismo britannico. «Per definizione, i perdenti della globalizzazione sono moderni quanto la stessa globalizzazione», fanno notare i due giornalisti. «I loro numeri crescono, così come il loro disagio. Essi guardano allo Stato nazione in cerca d’aiuto, o almeno di comprensione. Un partito che non ha alcun messaggio per queste persone è un partito che ha i giorni contati». E la scelta da parte di alcuni conservatori di primo piano di parlare, ad esempio, di difendere la sanità, come hanno fatto Michael Gove e Boris Johnson durante la campagna referendaria, ha segnato un cambio di passo verso la realizzazione di una «grande, moderna coalizione conservatrice uninazionale», che sappia occupare il centro gravitazionale lasciato sguarnito nel panorama politico britannico e unire il popolo di Sua Maestà.

Theresa May ha per la prima volta parlato dei conservatori come “partito dei lavoratori” nel suo primo discorso da primo ministro alla conferenza di partito dell’autunno scorso. Gli ultimi sondaggi rivelano come la trasformazione dei Tories si sia compiuta ben prima di quanto sperato.

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Questo grafico, come i successivi, è stato pubblicato dal “Guardian” e mostra il voto della “working class”. In azzurro chiaro, le scelte di voto degli operai specializzati, in azzurro più scuro le scelte di voto degli operai con specializzazione bassa, non specializzati o disoccupati

 
I conservatori hanno infatti superato i laburisti negli indici di gradimento nelle ultime due fasce di elettorato, gli operai qualificati (C2) e i non qualificati e disoccupati (DE), ribaltando i risultati di appena due anni fa, quando entrambe le classi sociali preferivano il candidato laburista Ed Miliband al conservatore David Cameron. E, come ha sottolineato Alan Travis, capo degli interni al Guardian, questi gruppi sociali sono la chiave per conquistare molti seggi nelle Midlands e nel Nord-Ovest, aree geografiche che non hanno espresso deputati conservatori dai tempi della vittoria landslide di Margaret Thatcher negli anni Ottanta. Ancora più incredibile e rivoluzionario è il risultato di Theresa May se si pensa che nemmeno la Lady di ferro riuscì a conquistare la maggioranza dei voti nelle classi operaie.

Ciò che può far sperare il Labour è il suo elettorato, tendenzialmente più partecipe. Secondo un sondaggio firmato da ICM, il partito della sinistra britannica è maggioritario, infatti, in sole tre tipologie di cittadini, che sono però quelle più attive: gli elettori dai 18 ai 24 anni (57 per cento contro il 22 per cento dei conservatori); gli elettori non bianchi (40 per cento contro 38 per cento); gli studenti (65 per cento contro 16 per cento). Questi gruppi hanno un maggior tasso di partecipazione alle urne rispetto al resto degli elettori.

Ma la strategia all’attacco del Labour rischia comunque di non pagare. Infatti, tra i conservatori e la loro vittoria landslide ci sono una sessantina di seggi in Inghilterra e Galles, dove il Labour nel 2015 ha vinto con una maggioranza inferiore al 15 per cento, cioè con massimo 7.000 voti di scarto. Se una settimana fa i sondaggi ICM relativi a questi collegi (i cosiddetti marginal seats) mostravano i conservatori in vantaggio di 10 punti (48 per cento a 38 per cento), nel giro di una settimana la forbice si è allargata fino a raggiungere i 20 punti (52 per cento a 32 per cento).

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Cameron, come evidenzia Travis, non avrebbe mai potuto affermare con credibilità, come ha invece fatto Theresa May, che «il Partito conservatore è ancora una volta la voce senza vergogna dei lavoratori comuni». Magari, conclude Travis, la leader dei conservatori non sarà in grado di rispettare gli impegni annunciati sui contratti di zero ore o sull’aumento del salario minimo a 10 sterline. Ma il suo programma incentrato sui diritti dei lavoratori «segna una rottura decisiva» rispetto alla linea dura dell’era thatcheriana contro i sindacati, «nemici del popolo e della democrazia».

Così, dopo la sconfitta del 2015, il Labour ha iniziato a perdere quota, fatto salvo per il momentum garantito dalla presentazione del manifesto, mentre i conservatori, dopo la vittoria di due anni fa e dopo la rivoluzione Brexit hanno iniziato ad allargare la forbice, conquistando il popolo della Brexit e il popolo dei dimenticati.

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