Appunti tra la fiera del libro di Milano e quella di Torino su come oggi i romanzieri promuovano se stessi: mai come romanzieri

Da quindici anni presento romanzi miei o altrui in librerie, circoli, sale dai soffitti altissimi di palazzi antichi e mi ha sempre tormentato la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in come uno scrittore presenta i suoi libri al pubblico. L’ho messa a fuoco per la prima volta in questa primavera, al festival Tempo di libri, a Milano, dove ho frequentato diversi incontri da presentatore e da spettatore. Il problema non è — come ho sempre creduto — il fatto puro e semplice che lo scrittore debba vendersi lavorando come PR. Non ho problemi ad accettare che uno voglia propalare, imporre, insinuare nel mondo il proprio amato libro: il problema è che quando lo scrittore si vende parlando del suo libro su palco o su pedana, microfono in mano, di solito non si vende come scrittore.

Lo scrittore di romanzi, oggi, anche il più letterario, si vende come sociologo, politologo, vittima di traumi, colpevole di delitti non perseguibili per legge, esperto di costumi, esperto di comunicazione, seduttore… e non si vende come scrittore. Ci domandano che ne pensiamo di dove va l’Italia e ci domandano come siamo usciti dal nostro primo divorzio, ma non ci domandano come abbiamo costruito quella frase, quel paragrafo, quella scena: mai.

Scrivo questa riflessione nel tempo fra le due fiere, quella di Milano e quella di Torino, per verificare se, una volta espressa, la mia idea sia abbastanza convincente da contagiare qualcuno che, trovandosi al salone di Torino, abbia la fortuna di poter ascoltare tante presentazioni tutte insieme.

Torniamo a Milano. Domenica, ultimo giorno di fiera, Walter Siti presentato da Michela Murgia: una delle presentazioni più belle e intense che ho visto negli ultimi anni.

Tre ore prima, Siti aveva incontrato Michela Marzano in un’altra sala per risolvere o approfondire una polemica culturale. Marzano ha scritto su Repubblica che il nuovo romanzo di Siti, Bruciare tutto (Rizzoli), storia inventata di un prete pedofilo, è inautentico e falso:

«I pedofili esistono e, se si sente il bisogno di parlarne, lo si può (e forse lo si deve) fare, ma a patto di restare autentici e veri fino alla fine».

Leggendo l’articolo prima del romanzo avevo pensato: guarda quel malizioso di Siti, con la sua intelligenza ci tira uno scherzo: un romanzo cinico che approfitta dei tabù per scandalizzare… In ogni caso era la rara vera polemica letteraria, un momento storico per la letteratura italiana: c’eri a Milano quando Siti rischiò il linciaggio?

Io non c’ero perché alla stessa ora presentavo la traduzione di Finnegans Wake (Mondadori), ma c’ero tre ore dopo quando Michela Murgia curava una presentazione più ampia dell’opera del grande scrittore. Dopo un’introduzione di Murgia su Bruciare tutto, Siti, da professore di letteratura, decideva di fornirci lui una chiave per leggere la sua opera: Bruciare tutto non è un’eccezione, il romanzo classico in terza persona dopo tanti ibridi tra autobiografia e autofiction, ma il proseguimento dell’indagine sitiana sul desiderio nella società contemporanea, che, con il tema della pedofilia all’interno della Chiesa, integra un percorso dove il desiderio è partito dai corpi muscolosi per visitare altri oggetti del desiderio e altre ossessioni raccontando televisione, cocaina e finanza. Poi Vinicio Marchioni ha letto un brano da Bruciare tutto.

Ho trovato interessantissima la spiegazione, ma il Siti di quell’incontro potrebbe essere un regista o un pittore o un elzevirista o uno scultore o un artista performativo. Come mai lo penso, nonostante le letture di Marchioni confermassero che si presentava in effetti l’opera di uno scrittore? Devo rispondere raccontando cosa stavo facendo durante la presentazione Siti/Marzano. Quella sul Finnegans Wake era l’ottava di una serie di incontri con grandi traduttori con cui ho parlato di W.G. Sebald, Robert Musil, Virginia Woolf, Alice Munro, Ian McEwan, James Joyce e tanti altri, con i rispettivi traduttori.

Mi sentivo a mio agio durante le presentazioni. Parlavamo continuamente di resa, di problemi, di come suona l’italiano, di come suonano le culture straniere in italiano, di come si raccontano emozioni di altre culture in una lingua nata per le nostre emozioni italiane… Insomma si parlava di particolare e universale, di tecnica e di spirito, attraverso il prisma meraviglioso — il mio preferito, perché sono scrittore — della lingua.

Ci si chiedeva insomma da dove nascano certe frasi, certe sintassi che conservano la lingua d’origine in quella d’arrivo creando un ibrido dal potenziale nuovo e misterioso. Ci si chiedeva come il traduttore riesca a riprodurre intere atmosfere e culture attraverso la carambola di decisioni su singole parole e frasi… Insomma si parlava davvero di letteratura. In quegli incontri non c’era un grande tema dato in pasto all’opinione pubblica senza curarsi del linguaggio, del mezzo che lo esprimeva. Si era in presenza della letteratura e il pubblico lo sapeva, si divertiva ed era coinvolto.

illustrazione di DANIELA BRACCO

Anche io. Ero felice perché chi parlava — traduttori vari ma anche scrittori come Serena Vitale, Helena Janeczek, Vincenzo Latronico, Evelina Santangelo, Marcello Fois — era privo di ego e pieno di passione per le lingue, i registri, il suono della vita su carta. Fois ha detto:

«Un mio romanzo comincia con “Datemi le parole”. Il traduttore inglese ha scritto: “Now let me speak”. Un recensore l’ha criticato: così perdi tutto il mediterraneo di Fois…».

Tutto ciò mancava nella presentazione di Walter Siti, ovviamente né per colpa di Murgia né per colpa del protagonista, né per colpa degli organizzatori del festival. È ormai tradizione: il romanzo deve fare opinione, non deve fare letteratura. Pedofilia sì, pedofilia no, e al diavolo il mezzo: una canzone avrebbe sortito le stesse reazioni.

Finalmente, al ritorno da Milano, ho cominciato a leggere il romanzo di Siti. Marzano aveva scritto:

«Che scopo, dunque, si prefigge Siti? Che conclusioni trae raccontando la storia di don Leo partendo da premesse così gratuitamente scandalistiche? (…) Ma sulla carne di chi si consuma la storia di Siti? Quella di don Leo? Quella di Andrea? Quella di Siti stesso?».

E invece le prime pagine di questo libro sono di una delicatezza rara. Il personaggio del prete è raccontato con simpatia ed è ritratto con grande tecnica, mescolando i registri per creare il mondo di un prete intelligente, che ha avuto tardi la vocazione, e della sua parrocchia in zona corso Como.

C’è il lombardo da sacrestia

(«L’han ciapà trop tard… anche al signor Verga ci era morta una tuseta di nove anni…»),

l’italiano delle parrocchiane ricche

(«Stanotte l’ho sognata, padre, oddio che impressione… aveva il torace di porcellana e le mani tutte sporche di sangue…»),

l’italiano-pidgin dei migranti

(«Kamuna miskofà?» per «Dov’è la sede del comune in via Moscova?»),

la lingua ronzante delle sacre scritture

(«Dov’è, morte, la tua vittoria? Morte, dov’è il tuo pungiglione?»),

l’italiano dei luoghi comuni della stampa

(«Ieri la divina provvidenza ci ha messo lo zampino»),

l’inglese tradotto del rock italiano ascoltato dal prete

(«Hai mica visto volare / il mio teschio, Signore?»)…

Un’abbondanza che — con gli strumenti della letteratura e nient’altro — afferma che il mondo creato da Siti è un mondo amato, forte, sentito, emotivo. Che, insomma, ciò che vi accadrà sarà di grande importanza per il suo autore. È questa, per dirla con Marzano, la carne su cui si consuma la storia di Siti: la lingua italiana. Uno che ama la letteratura lo capisce. Non può esserci cinismo dove un mondo viene ricostruito nel romanzo con tanta cura.

Tutto ciò è stato ignorato dall’articolo di Marzano, che non a caso è filosofa, esperta di comunicazione, esperta di costumi, ma non è scrittrice né critica pur avendo scritto e recensito romanzi. La sua attività di romanziera e critica sembra discendere ineluttabilmente dalla confusione di ogni ruolo imposta dalla società dello spettacolo, dell’opinione-spettacolo.

E così, quello di Siti non è più un mondo che vive grazie a certe parole, certi registri, certe scelte che solo la letteratura consente, bensì un mondo semplificato ex post e alla bell’e meglio per foraggiare dibattito, discussione, polemica.

A una presentazione di Siti gli dovremmo domandare: come si crea l’empatia con le parole? Raccontaci un passaggio su cui ti sei dannato fino al momento di andare in stampa. Dicci come mai Milano, come mai piazza Gae Aulenti, come si descrive il Centro Direzionale e il rinascimento corporate di Milano, come senti la lingua di quella città dopo aver vissuto a lungo a Roma. Dicci chi ti ha re-insegnato il lombardo, come hai deciso di raccontare il contrasto tra ricchi e poveri su Corso Como. Invece, quando proprio ci va bene, troviamo un grande nome come Michela Murgia che presenta, e un bravo attore che legge, ma se non ci mettiamo a parlare di come Siti ha creato quel mondo in parole non stiamo parlando di un romanzo: stiamo solo facendo spettacolo. Stiamo vendendo Walter Siti ma non come scrittore: come personaggio, commentatore, pensatore, polemista, non come scrittore.

E se lo facciamo a uno dei migliori scrittori italiani, vuol dire che tutti insieme non consideriamo la letteratura per la sua specificità. E se non ci interessa la letteratura, perché organizziamo le fiere? Non è una polemica, è un invito a fratelli e sorelle scrittori: dobbiamo resistere, a qualcosa servirà.

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