L’esperimento radicale mostrò tutte le invasioni barbariche a venire. Eppure il territorio democratico non è stato messo in sicurezza per tempo

Quando le masse si presentarono sulla scena della storia, qualcuno parlò di «invasione verticale dei barbari». Non che nuove orde di goti o di vandali si stessero calando dalle nuvole con il paracadute, al contrario: l’invasione avveniva dal basso, dagli strati sotterranei della società. Oggi forse nessuno userebbe più quella vecchia formula che un liberale aristocratico come José Ortega y Gasset prese in prestito da Walther Rathenau; ma la metafora è ancora utile a capire che la democrazia è tutta questione di tettonica, di magmi incandescenti che si muovono nelle profondità della terra ed erompono occasionalmente in superficie, di spostamenti impercettibili che avvengono lungo pericolose linee di faglia. Fino al giorno dell’eruzione, o del terremoto, che coglie tutti impreparati. A meno di disporre di un sismografo.

Radio Radicale è stata, negli ultimi anni della Prima Repubblica, un preziosissimo strumento di rilevazione. Per farsene un’idea basta sfogliare due vecchi sismogrammi in forma di libro. Il primo, Pronto?! L’Italia censurata delle telefonate a Radio Radicale, risale al 1986; il secondo, Sono Asdrubale, chiamo dall’Isola di Pasqua, è del 1994. Due antologie dei giorni in cui la radio, sospendendo la programmazione, mandava in onda i messaggi che gli ascoltatori lasciavano nelle segreterie telefoniche. Avrebbero dovuto essere telefonate di sostegno all’emittente minacciata di chiusura; ma la cosa scappò di mano e si trasformò in uno straordinario esperimento sociologico e antropologico, passato alle cronache come “Radio parolaccia”. Oreste Del Buono, nella prefazione di Pronto?!, forniva un catalogo dei barbari di questa nuova invasione verticale:

«Donne sole in casa, ragazzotti chiusi in una cabina telefonica, impiegati che non sanno come far passare il tempo in ufficio, ma anche solitari che non riescono ad arrivare all’alba, amanti al crepuscolo del loro amore, funzionari di partito in un momento di debolezza, marchette in cerca di lavoro, vedovi dell’unica metà buona della loro vita, viziosi non in grado di restare a lungo abbottonati, orfani di se stessi, pentiti arrivati in ritardo per riscuotere i tredici denari, bigotte invalvolate dall’indiscrezione radiofonica».

“Radio parolaccia” suscitò sbigottimenti, indignazioni, stupori, richieste di censura, chiamate ai carabinieri e alla magistratura. Un’Italia magmatica e ribollente, rimasta a lungo sotterranea grazie al ruolo di contenimento dei partiti, dei sindacati, delle scuole o delle parrocchie, squarciava inaspettatamente la crosta terrestre, erompeva in superficie e accedeva alla visibilità pubblica. A rileggere oggi le trascrizioni di quelle telefonate, l’effetto è meno dirompente: sembra la cronaca di un giorno qualunque su un social network, seppure da un’Italia in cui non esisteva ancora la rete. S’intravedono tutte le invasioni barbariche a venire: la calata dei celoduristi padani, il festoso coming out dei gaudenti berlusconiani, il meno festoso tintinnio di monetine dei forcaioli. Basta leggere, come campione, il primo e l’ultimo dei messaggi. Voce squillante d’uomo che imita il Duce: «La parola d’ordine è una soltanto: Annate affanculo!» (riaggancia). Uomo abbastanza giovane: «Tutti in galera. Arrivederci». Insomma, nel 1986 Marco Pannella aveva già inventato il blog di Beppe Grillo. Ma oltre al veleno, il leader radicale conosceva anche l’antidoto. Ultimo giapponese del parlamentarismo, nemico delle piazze furenti e delle gogne improvvisate, contrario perfino ai referendum propositivi, Pannella sapeva come far sì che la materia in fusione ignea riversata nei centralini della radio potesse essere usata per rafforzare le istituzioni democratiche anziché per distruggerle. Ora è il tempo degli apprendisti stregoni e dei mestatori, che in quel magma torbido sguazzano come nel proprio elemento. La “messa in sicurezza” del territorio democratico non è stata fatta per tempo. Ma quando tutto sarà sommerso di lava e di detriti nessuno più potrà usare la scusa che non c’erano strumenti per prevederlo.

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