Il titolo scelto da Christine Macel per la Biennale d'Arte faceva presagire una certa centralità dell'artista a scapito delle ricadute politico-socio-culturali dell'arte. Niente di più sbagliato: visitando i Padiglioni ecco spuntare una Biennale novecentesca e confusionaria, che puntando testardamente all'intrattenimento alla fine non prova nemmeno ad azzardare un’analisi formale delle discipline artistiche

“Viva Arte Viva” era stata annunciata come la Biennale del vitalismo, dell’umanesimo, dell’otium e del negotium, degli “artisti al centro” (e la società finalmente in disparte, anche nell’accezione di musa e matrigna dell’artista). Visitando il Padiglione Internazionale e l’Arsenale nulla ho visto di tutto questo; ho visto altro, ma non questo. È una Biennale pallida, novecentesca, l’engagement è confuso, le opere fluttuano in una silenziosa vaghezza. A suddividere il percorso della mostra, nove transpadiglioni titolati da nomi che lasciano perplessi: Padiglione degli Artisti e dei Libri, Padiglione delle Gioie e delle Paure, Padiglione dello Spazio Comune, e poi della Terra, delle Tradizioni, degli Sciamani, Dionisiaco, dei Colori, del Tempo e dell’Infinito.

Tra i centoventi artisti invitati, nelle mie preferenze si sono impressi il cinese Liu Ye (1964) e il kosovaro Petrit Halilaj (1986). Ye ha dipinto con cinese realismo, dolcemente puntiglioso, le copertine capovolte di alcuni libri, tra cui Lolita. La copertina della prescelta edizione di Lolita in scala 1:1, è ripetuta su due pannelli capovolti e accostati tra loro; mentre su un altro piccolo dipinto la prima pagina – Lolita, light of my life, fire of my loins… – è diritta e si concede come un’ostensione di Bibbia profana. Cimentarsi con la definitiva sublimazione di Lolita in oggetto sacro e dipinto, già di per sé è un’azione notevole, che Ye corona con seducenti cromie e impercettibili tremori della mano. Halilaj e sua madre hanno invece realizzato grandi falene con tappeti kilim provenienti dal Kosovo e altre stoffe. Arpionati ai muri dell’Arsenale, in un angolo tra altre opere roboanti ma meno intense, i maestosi lepidotteri proseguono la suggestione nabokoviana; con i loro lunghi strascichi da regine sfiorano il suolo.

Le falene di Petrit Halilaj all'Arsenale. Do you realise there is a rainbow even if it's night!

Sofia Silva

Pensavo che “Viva Arte Viva” potesse inaugurare un ciclo di Biennali improntate a un’analisi formale delle discipline artistiche. Immaginavo che intendesse proporre una grande “visita allo studio dell’artista”, dove costui bisbigliasse i propri tormenti rispetto alla materia e alla forma. Mi sbagliavo. Non so da dove mi nascessero queste idee, forse più da un mio desiderio che dai comunicati stampa. Faccio parte di quello spicchio di abituali visitatori della Biennale per cui l’arte è ricerca formale.

Quando visito una mostra mi auguro d’intuire la logica dell’artista, le sue difficoltà e come le supera, da che mondo proviene, quali forme crea e come usa la materia. Non visito mostre per essere intrattenuta dall’arte; visito mostre per intuire l’anima degli ultimi eroi, gli artisti, e per conoscere la fisionomia (l’estetica, la forma, la ricerca della forma) in cui le anime s’incarnano. Da una Biennale d’Arte mi aspetto non solo di intuire le forme degli artisti, ma anche quella del temporaneo demiurgo, il loro ordinatore, il curatore del Padiglione Internazionale e dell’Arsenale; Christine Macel, quest’anno. Poiché mi appassiona unicamente la ricerca formale e procedo per fichtiana intuizione intellettuale (nel momento in cui la forma dell’opera mi si manifesta, il mio Io e quello dell’artista in gioco s’identificano), trascuro le didascalie delle opere. Mi accerto dell’anno di nascita e del paese d’origine dell’artista, ma solo per scrupolo poiché la ricerca formale, la forma dell’opera, già contiene queste informazioni.

Permettetemi di continuare questo discorso poiché della mostra di Christine Macel non ho molto da dire. Penso che nella storia della Biennale sia giunto il momento che un curatore trovi il coraggio di andarci giù pesante con l’arte, di fidarsi dell’arte e di partire dall’arte. Lo spaccato sulla società è un corollario espresso da ogni opera d’arte, ma è un corollario, una verità di seconda generazione; le verità di prima generazione, le più importanti, le più trascurate, sono pennellate, dimensioni, materiali, cerchi, quadrati, sporcizie, gesti, rimandi, volumi, note, rumori…

Ripeto, il catalogo della Biennale dovrebbe descrivere formalmente la scultura, la performance, la pittura esposte e solo alla fine trarne conclusioni sociali, politiche, emotive, finanziarie e culinarie. Nel momento in cui si proporranno le opere in base al loro reale valore estetico, alla bellezza e alla primitiva forza, nel momento in cui questo sarà fatto con un criterio formale e storico-artistico, non ci sarà più tempo, voglia e soprattutto non ci sarà occasione per premettere o descrivere una società orrenda.

John Waters, Study Art Sign (For Prestige or Spite), 2007. Ai Giardini

Sofia Silva

Perché una grande kermesse come la Biennale possa affrontare temi artistici ed estetici, in aggiunta ai temi sociali e politici analizzati da alcune delle scorse edizioni, è necessario iniziare a circoscrivere i mondi: pittura, scultura, videoarte, arti tessili, fotografia, performance e via dicendo… È necessario, in altre parole, uscire dalla logica del medium. Mi spiego meglio e per farlo parlerò di pittura poiché è il mio principale campo di battaglia, sebbene il discorso sia rapportabile a qualsiasi disciplina.

Medium, parola ubiqua nel parlare artistico. Bene, medium, veicolo, strumento, mezzo di comunicazione. La pittura non è un medium. Medium implica che c’è una A (l’idea, il progetto), una B (l’opera, l’oggetto) e che per passare dalla A alla B si scelga uno specifico linguaggio idoneo alla metamorfosi da idea ad oggetto. «Voglio fare un’opera in cui c’è un broccolo, ma voglio che questo broccolo abbia un che di ieratico; che opera faccio? Il poliuretano rischia di togliere ieraticità, meglio dipingere un’icona». Ecco, questo è un caso in cui la pittura è usata come medium. Ecco, questo è un caso che io visitatore volto alla ricerca formale non vorrei incontrare in alcuna mostra.

La performance di David Medalla e Adam Nankervis, il Mondrian Fan Club, ai Giardini

La performance di David Medalla e Adam Nankervis, il Mondrian Fan Club, ai Giardini

La pittura è un mondo. Non si dipinge un quadro perché la tela e il pennello sono idonei al proprio discorso; la pittura è il discorso stesso. Il discorso di una vita, con le proprie regole e grammatiche da sregolare e sgrammaticare. Un mondo complicatissimo, dove chi ci capisce qualcosa e arriva ad avere un gusto maturo, si è allenato per anni. La pittura contemporanea è un sublime disastro, un caos dove tutti fanno tutto e sembra che tutto sia diverso da tutto… sembra.

Se mai alla Biennale dovesse capitare un curatore che d’un quadro vede la superficie e non, con giuseppepenoniana pupilla rovesciata, il mondo alle proprie spalle, allora quel curatore sentirà la necessità di fare una Biennale in cui veramente s’indaga quali stramberie stanno accadendo alla pittura di questi ultimi anni. La verità è che sulle forme della contemporaneità, anche le più banali (del perché le linee sono diventate rosse e le campiture rosa e i soli blu), nessuno dice mai niente. Bene, si sa che tutti i giovani pittori guardano a Philip Guston (si sa, vero?), ma perché lo guardano? Si sa che molti pittori sono ipnotizzati dall’amore per Matisse e non sanno come svicolare dal suo uso della linea. Come acquistare una propria libertà? Si sa che torme di artisti di qualsiasi disciplina passano giorno e notte a porsi la domanda: «E ora come esco dal postmodernismo?» Come far sì che una pera su un quadro non significhi pera, ma nemmeno significhi niente? Come ridare significato al significante senza che veramente significhi? E allora ben ci sta una Biennale che raduni artisti di diverse discipline, se ragionano sullo stesso quesito prettamentissimamente artistico. Ma bisogna entrare nelle viscere dell’eroe, nel suo orto e nella sua tavolozza, nella scultura lingua morta e risorta, nel perché siamo circondati da ceramiche alte un tappo di champagne, nelle amicizie tra artisti e se necessario anche…

Un’ultima nota esterna al discorso appena svolto: tra i padiglioni nazionali ha vinto la Germania della brava Anne Imhof (1978). Se non avete ancora visitato il padiglione, immaginate La Classe Morta di Tadeusz Kantor senza classe né banchi; al posto del legno, vetro e acciaio; con una differenza: i personaggi di Kantor erano vittime del genocidio che risorgevano affamate di vita, i performer di Imhof sono vivi sottilmente assetati di morte. Corpi giovani, pallidi, intersessuali e annichiliti compiono gesti catatonici che appaiono seducenti; newness anemica, Berghain abulico, idolatria dermica post apocalittica. Protagonista sembrerebbe essere proprio lei, la morte. Che a una Biennale dove la mostra internazionale s’intitola “Viva Arte Viva” abbia vinto il suggestivo padiglione tedesco è un segno dei tempi; di quali, non si sa.

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