Dossier / Elezioni inglesi

Chi è Lady Brexit?

STEFANO BASILICO e GABRIELE CARRER
07.06.2017

Theresa May ritratta durante una visita alla Captain Shaw's Primary School di Bootle, nella contea di Cumbria

LAPRESSE

Il padre vicario, le origini modeste, l'anglicanesimo politico, l'orizzonte thatcheriano. Chi è davvero Theresa May? Pubblichiamo un estratto da “Lady Brexit: Theresa May a Downing Street”

Un fattore che ha condizionato in maniera importante la storia di Theresa May è stata la sua educazione. Fatta eccezione per l’università, May non ha seguito il tipico cursus honorum posh dei giovani conservatori. Non ha potuto prendere parte al Bullingdon Club, frequentato da Cameron, Osborne e Johnson, in quanto riservato solo agli uomini. Non è stata a Eton, né a Malvern, né a Cheltenham, dove vengono formate le élite della City. Ha invece frequentato le scuole elementari statali a Heythrop, vicino a Church Enstone, per continuare poi al convento femminile di St. Juliana a Begbroke, vicino ad Oxford. A tredici anni circa, la giovane Theresa ha iniziato a lavorare ogni sabato nella panetteria locale e si è trasferita alla Grammar School di Holton Park, a Wheatley, sempre nei dintorni della città accademica. Un passaggio importante, perché mentre la leader conservatrice era nel suo percorso di studi, la riforma scolastica dell’Oxfordshire ha trasformato la sua scuola in un istituto comprensivo, pubblico e senza selezione in entrata. May ha visto cambiare il livello dell’educazione britannica in prima persona, da studentessa. La scuola di Holton Park era un buon esempio di istituto per studenti self made, perché pur essendo di eccellenza è «agli antipodi da Eton», come racconta la preside attuale, Kate Curtis. Trovandosi in una zona rurale era frequentata anche da figli di contadini, che hanno avuto la possibilità di studiare ad un livello più alto rispetto ad altri coetanei. Proprio la reintroduzione delle grammar schools, scuole di eccellenza per studenti particolarmente meritevoli, sarà poi uno dei punti più importanti (e criticati) del progetto di modifica del sistema di istruzione proposto dal Governo May, nell’ottica di creare una “Great British meritocracy”, una grande meritocrazia britannica.

La decisione del nuovo esecutivo di intraprendere la mai facile strada della riforma scolastica viene delineata dal primo ministro in un discorso del 9 settembre 2016. Sul palco della British Academy di Londra, May ha lodato i precedenti sulla scuola di Cameron, evidenziandone tuttavia alcune criticità da affrontare. Un punto in particolare: la divisione nella qualità dell’insegnamento tra Nord e Sud dell’Inghilterra. Un gap che May non ha vissuto in prima persona, provenendo dal Sud, ma che penalizza circa 200.000 studenti dalle vicine Midlands in su.

La rivoluzione tra i banchi investe tutti gli angoli dell’educazione. Le scuole religiose, in particolare quelle cattoliche, sono al centro della riforma. Coprono almeno un terzo del sistema educativo britannico e ottengono risultati ottimi nelle ispezioni. May ha proposto di eliminare il tetto del 50% di iscrizioni «religiose»: le scuole possono attualmente utilizzare il criterio confessionale per selezionare solo la metà dei propri studenti; con la sua riforma potrebbero avere mano libera e accettare solo studenti che professano la propria religione. Il primo ministro vuole intervenire anche sulle Public Schools, che nonostante l’inganno della traduzione in italiano, sono scuole private piuttosto costose. Il suo piano prevedeva di aumentare il numero di borse di studio a disposizione dei meno abbienti e una forma di «adozione» tra scuole in aree più disagiate per offrire strutture e strumenti educativi. Uno dei punti più criticati è l’intenzione di riaprire le grammar schools, altamente selettive e competitive e che, secondo i laburisti, penalizzano gli studenti con meno opportunità economiche. Ma le critiche non scalfiscono la leader conservatrice, che nel suo discorso introduce il concetto di Great Meritocracy: «Voglio che il Regno Unito sia la più grande meritocrazia al mondo – un paese dove chiunque abbia pari opportunità di arrivare fin dove il talento e il duro lavoro glielo permetteranno». Una sorta di nota autobiografica da parte di chi, donna, proveniente dalla campagna e fuori dalla ristretta élite posh, è arrivata fino all’apice del Partito conservatore.

Il progetto di riforma di May riguarda anche l’università. Vuole rendere l’accesso più equo e per farlo chiede agli atenei di investire nella formazione: Cambridge, Birmingham, Brighton e il King’s College hanno già aperto scuole elementari e medie per attrarre e formare le eccellenze che siederanno tra i loro banchi in futuro.

È proprio all’università che la vita di Theresa May inizia a cambiare, dando prospettiva alle ambizioni e al duro lavoro coltivato fin dall’infanzia. Viene infatti accettata all’Università di Oxford, dove studia Geografia con la classe del 1974 del St Hugh College. Erano solo nove le ragazze nel suo corso. May strinse amicizia con Louise Patten e con il suo ragazzo (ora marito e lord) John Patten, ricercatore di geografia politica e in seguito ministro degli Interni con Margaret Thatcher e dell’Istruzione con John Major. Molte studentesse che hanno conosciuto da vicino May ricordano le sue ambizioni politiche e il leggero disappunto che le provocò l’elezione di Margaret Thatcher a Downing Street: sarebbe voluta essere lei il primo premier britannico donna.

Proprio a Oxford avviene un incontro significativo: durante una festa dell’Associazione degli studenti conservatori, l’ex primo ministro pakistano (assassinata nel 2007) Benazir Bhutto, presentò a Theresa Brazier uno studente di storia, Philip May. Era il 1976 e il futuro «First Gentleman» aveva due anni in meno della ragazza, con cui condivideva la passione per il cricket. Anche l’interesse per la politica era in comune: sebbene provenisse dalla classe media (madre insegnante e padre commerciante), Philip riuscì a farsi strada nel mondo chiuso e complesso delle associazioni accademiche, divenendo presidente della Oxford Union, autodefinitasi «la società di dibattiti più famosa al mondo». Nel 1977 May si laureò, trasferendosi a Londra per lavorare alla Bank of England. Poco dopo ottenne un incarico in una società di pagamenti, dove si occupò di affari europei ed internazionali. Nel 1980 Theresa Brazier diventa ufficialmente May, sposando Philip nella chiesa paterna di Wheatley, dove il vicario Hubert si era trasferito. L’anno successivo, il religioso morì per le ferite riportate in un incidente stradale. Nel 1982 morì anche la moglie, colpita da sclerosi multipla e costretta da tempo su una sedia a rotelle. Fu un periodo particolarmente difficile per Theresa May, che trovò conforto nel marito, definito «una roccia» a cui aggrapparsi.

Il ruolo dei first gentlemen è da sempre oggetto di curiosità, essendo una circostanza rara e relativamente recente nel mondo della politica. La presenza di donne forti a capo del governo ha spesso fatto spostare l’attenzione dai loro mariti che in molti casi preferiscono restare nell’ombra. Non fu il caso ovviamente dei Kirchner, che si spartirono il potere per un decennio in Argentina. Denis Thatcher, consorte della Iron Lady, la chiamava scherzando «the boss» nelle interviste mantenendo sempre un basso profilo. Stesso atteggiamento, forse anche più cauto, quello utilizzato da Joachim Sauer, marito di Angela Merkel. Nella campagna elettorale del 2005 non rilasciò alcuna intervista e preferì guardare il giuramento della cancelliera in tv dal suo laboratorio di chimica. Philip May ha salutato la stampa quando la moglie si è insediata a Downing Street, ma è rimasto dietro le quinte per la maggior parte del suo mandato. Da quarant’anni nella City, il first gentleman è stato il trait d’union tra la consorte e il mondo del business e della finanza londinese. È una delle persone più fidate di Theresa anche in politica ed è stato visto spesso fare campagna elettorale attivamente, telefonando agli elettori, distribuendo volantini e parlando con i militanti, riferendo poi il loro umore a chi di dovere. Secondo un profilo tracciato dal Financial Times, Philip non condividerebbe l’altalenante euroscetticismo della moglie. Nel 1986 presentò alla conferenza del partito una mozione, non proprio in linea con il pensiero di Theresa, invitando i conservatori a «costruire la forza politica ed economica della Comunità europea». Venne approvata a larga maggioranza, nonostante oggi parrebbe non aver lasciato il segno.

L’approccio dei May è cambiato durante l’ultima campagna elettorale. Philip è uscito allo scoperto con il fine di aiutare Theresa a rimanere a Downing Street anche esponendosi al pubblico. La coppia è stata intervistata dal popolare programma di infotainment della BBC «One Show». È stato un passo importante a livello comunicativo per far sembrare il leader tory più vicino ai cittadini. I due hanno raccontato del primo incontro e di come fosse stato «amore a prima vista». Alla domanda se Theresa fosse una brava negoziatrice, Philip ha risposto che c’è necessità di mediazione in ogni matrimonio: «Io devo solo decidere quando portare fuori la spazzatura, non se la devo portare fuori», con la moglie a chiosare «ci sono lavori da ragazzi e lavori da ragazze». Una frase che non dev’essere piaciuta molto alle femministe. Philip ha tuttavia bilanciato quando gli è stato chiesto come fosse essere sposati col primo ministro dicendo che «non fa per uomini che si aspettano la cena pronta tutte le sere».

Un aspetto della vita personale della coppia è diventato anche politico: Theresa e Philip non hanno mai avuto figli. Quando era ministro degli Interni, lei ne parlò in un’intervista al Telegraph, in cui disse di vedere delle famiglie ovunque e di sentire la mancanza di qualcosa. Sempre durante la recente intervista a «One Show», la coppia ha raccontato che ad un certo punto i giornali hanno iniziato a scrivere di una possibile maternità che avrebbe messo a repentaglio le aspirazioni politiche di Theresa. La suocera le telefonò e rimase delusa dalla smentita.

Nel luglio del 2016, durante la corsa per la leadership del partito, la sua rivale Andrea Leadsom utilizzò l’argomento per attaccarla, segnando di fatto la fine della propria corsa: «Sento che essere una mamma significa avere un vero, tangibile interesse nel futuro del nostro paese», lasciando intendere una inadeguatezza della sua concorrente. La pioggia di critiche che seguì fece traboccare il vaso, lasciando la May come unica candidata e incoronandola primo ministro. La carriera nelle istituzioni inizia lontano da Downing Street, nella periferia della capitale. Nel 1986 May venne eletta nel suo primo incarico come consigliere municipale nel sobborgo londinese di Merton, vicino a Wimbledon. Rimase in carica fino al 1994, con numerose parentesi amministrative, da assessore all’istruzione, vice-capogruppo e portavoce con delega alle politiche per la casa. La sua ambizione la portò a farsi le ossa anche alle elezioni politiche, in collegi elettorali difficili. È tipico infatti dei giovani politici che devono fare gavetta essere mandati al macello in qualche roccaforte degli altri partiti. A May toccò il Nord-est insofferente verso le recenti politiche thatcheriane: nel 1992 venne candidata nella circoscrizione di North West Durham, saldamente mantenuta dalla laburista Hillary Armstrong dal 1987 al 2010. Perse, ovviamente, prendendo la metà dei voti della candidata socialista. A correre nello stesso collegio c’era anche un giovane Tim Farron, ora leader dei Liberaldemocratici, che arrivò terzo con il partito centrista.

Ci riprovò nel 1994, in un’altra roccaforte rossa, stavolta a Londra. Nel collegio di Barking, durante le by-elections, elezioni speciali convocate quando decade un singolo parlamentare, May fece ancora peggio: arrivò terza dietro i Libdem, prese meno di duemila voti e consegnò al partito un imbarazzante swing di -23,5 %.

La sua tenacia venne premiata e nel 1997 fu candidata nel neonato collegio di Maidenhead, in Berkshire, formato dalla fusione delle circoscrizioni di Windsor & Maidenhead e Wokingham. Entrambi i seggi erano roccaforti dei conservatori e confermarono il puntino blu sulla mappa anche nelle elezioni che consacrarono Tony Blair, nominato premier dopo un decennio di dominio tory. Dopo gli assalti falliti alle roccaforti altrui, da quel giorno Maidenhead è diventata la fortezza di Theresa May, e lo è ancora oggi dopo vent’anni.

Lady Brexit
Theresa May a Downing Street
di Stefano Basilico e Gabriele Carrer
2017 NR edizioni

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