Incontro con Robin Pecknold che ci parla del singolare processo di composizione del nuovo album, di solitudini e crolli esistenziali, di Francis Scott Fitzgerald e di scogliere giapponesi

Suppergiù tre anni fa, Robin Pecknold partecipò al funerale della nonna. Durante la cerimonia di commemorazione furono proiettate alcune diapositive: la nonna impegnata in un picnic, in spiaggia, in un interno casalingo, con il marito, con il figlio. Le sensazioni provocate dal passaggio repentino da una diapositiva all’altra colpirono Pecknold. «Le immagini restavano sul telo sufficientemente a lungo da imprimersi nella memoria. Poi, improvvisamente, venivano sostitute da immagini altrettanto evocative. Ero affascinato dai cambi di scenario imposti dagli scatti del proiettore, dal modo in cui i colori di una diapositiva si sovrapponevano a quelli della diapositiva successiva». Talmente affascinato da decidere di costruire le canzoni del nuovo album dei Fleet Foxes come una serie di cambi di tonalità, ritmi e atmosfere tali da riprodurre il passaggio da una diapositiva all’altra.

Crack-Up dei Fleet Foxes è costruito su questo tipo di instabilità. È pieno di stacchi brutali, improvvisi cambi di scenario, svolte inattese, tempi contrastanti. Tiene assieme momenti meditativi ed estatici. Ha la vastità di un grande panorama e l’intimità di una confessione. Crea aspettative per poi tradirle, magnificamente. Contiene canzoni impressionistiche e per certi versi enigmatiche, ma non è frutto di una scrittura casuale. Pecknold giura che potrebbe spiegare ogni singola nota, ogni parola. «Non m’interessa creare un falso senso di mistero. Mi piace la musica che incuriosisce, che spinge alla ricerca di significati. Non voglio trasmettere idee, voglio costruire un mondo in cui perdersi».

Crack-Up è il suono di una sconfitta. Anzi no, è il suono di un uomo che contempla una sconfitta che si è messo alle spalle. Inscena il processo attraverso il quale si ricerca l’orientamento dopo un crollo emotivo. Inizia con una voce fragile che afferma che «Io sono tutto ciò di cui ho bisogno», passa attraverso canzoni suonate da un numero impressionante di strumenti – ne ho contati una sessantina, in buona parte suonati dal cantante e dal suo partner principale nella band, Skyler Skjelset –, finisce con un senso di unità e pacificazione. Pecknold mischia Cassio e Cassius Clay, parla della prima battaglia di Bull Run e delle manifestazioni di Black Lives Matter, canta di tradimenti e dei Fleet Foxes, oltre a mettere White Winter Hymnal in bocca a un coro di bambini. È un lavoro ambizioso, curato in modo maniacale. I passi che si sentono in chiusura «sono quelli del tizio che lascia la stanza dopo avere compreso di avere sprecato il suo tempo in solitudine». Lo dice un passaggio di Third of May / Ōdaigahara che l’esperienza di chiudersi in sé stesso somiglia alla morte.

Erano anni che Pecknold aveva in testa l’espressione Crack-Up usata da Francis Scott Fitzgerald per titolare un saggio in tre parti pubblicato da Esquire nel 1936 (in Italia Il crollo, Adelphi). Gli dico che l’album mi ha fatto venire in mente la parte in cui Fitzgerald descrive la vita come un processo di disgregamento in cui subiamo colpi di portata micidiale provenienti dall’esterno e poi i peggiori, quelli che arrivano dall’interno, «che avverti solo quando è troppo tardi per correre ai ripari, quando prendi coscienza senza appello che per certi aspetti non sarai più quello di un tempo». Lui mi cita un’altra parte, che suona un po’ più ottimista. La recita a memoria. È quella in cui lo scrittore afferma che «da scossoni così non ti riprendi: diventi una persona diversa e, alla fine, questa nuova persona troverà nuovi motivi di interesse».

Shawn Brackbill

Pecknold non spiega l’origine del suo crollo, dice che non c’è bisogno di saperlo per apprezzare il disco. Parla genericamente di una condizione di solitudine. Spiega che per un certo periodo s’è messo tutto alle spalle, ha lasciato il Pacific Northwest per trasferirsi a New York e cercare di laurearsi in letteratura alla Columbia. S’è tagliato i capelli e s’è messo a fare lo studente undergraduate, una cosa che somiglia tanto a una crisi d’identità se hai una trentina d’anni, sei considerato uno dei salvatori del folk-rock americano, hai alle spalle due album acclamati come Fleet Foxes ed Helplessness Blues. Le nuove canzoni fanno pensare che potrebbe esserci di mezzo una rottura sentimentale. In ogni caso, Pecknold afferma che l’album ha a che fare con le false percezioni che ci costruiamo a proposito del mondo, delle persone che ci circondano, di noi stessi. «Questo è il disco in cui mi metto alle spalle il mio crollo», dice. «Avevo canzoni che esponevano ancora di più la mia fragilità. Le ho messe da parte, ho pensato che fossero meno interessanti da ascoltare. Quando scrivi un disco in un certo lasso di tempo diventi un po’ l’editor di un documentario su te stesso».

Pecknold dice che ogni canzone di Crack-Up nasce da un «what if». Ha bisogno di porsi un problema per risolverlo attraverso la scrittura. Tipo: «Supponiamo che usi questa strana accordatura. Oppure, supponiamo che ci sia una canzone di 9 minuti che inizia in un luogo e finisce in un posto totalmente diverso. Supponiamo che scriva un pezzo di tre accordi che si ripetono all’infinito. Cose così». C’è qualcosa di estremamente razionale in tale metodo compositivo, eppure Crack-Up è un disco per certi versi totalmente irrazionale e questo contrasto ne alimenta il fascino. È una contraddizione, quella fra consapevolezza e abbandono, che Pecknold non sembra avere risolto. L’intero album sembra tenere assieme momenti contraddittori. E del resto lo scriveva F. S. Fitzgerald su Esquire che «la prova di un’intelligenza di prim’ordine è l’abilità di tenere due idee opposte nella mente nello stesso tempo». Per Pecknold è un po’ come incidere nella stessa canzone uno strumento che segna un tempo in quattro e un altro che suona un tempo in sei.

Il cantante dei Fleet Foxes ama citare un decalogo stilato dal compositore John Cage. Una regola intima di non creare e analizzare allo stesso tempo. Pecknold fatica a spiegare il senso complessivo di alcune delle sue canzoni, incespica, riprende da capo, evoca concetti astratti e fumosi, però poi va su Genius e annota scrupolosamente il testo di Third of May / Ōdaigahara. Ci tiene a dire che, nonostante il tormento che vi sta alla base, Crack-Up è un disco con una finale rasserenante. «Per questo ho scelto di mettere in copertina una fotografia di Hiroshi Hamaya, una scogliera immersa in un panorama tempestoso nel quale s’intravede l’arrivo del bel tempo. È un simbolo di speranza». Non sapeva, quando l’ha scelta, che la scogliera di Tōjinbō è uno dei luoghi preferiti dai giapponesi per suicidarsi.

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