Dossier / Elezioni inglesi

Hai visto May…

01.06.2017

E se il sondaggio di YouGov (un po’ in controtendenza) che dà i laburisti in grande rimonta avesse individuato un trend che gli altri non sono riusciti a registrare? E se proprio l’improvvisa paura di un guizzo di Corbyn nelle urne fosse il miglior combustibile per accendere l’ultima settimana di campagna elettorale della leader dei Tories?

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«No, veramente, non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici, vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?».

 

Difficile scegliere chi possa meglio interpretare la parte di Michele, il protagonista del film Ecce bombo di Nanni Moretti. Theresa May o Jeremy Corbyn? Lei, la leader dei conservatori che rifiuta categoricamente i dibattiti televisivi dall’inizio della campagna elettorale, o lui, il socialista a capo dei laburisti che ha annunciato all’ultimo minuto la sua partecipazione a un confronto tv?

L’ultimo episodio di questa saga è andato in onda sugli schermi britannici ieri sera, sul canale BBC One. Dopo aver detto no al dibattito, Corbyn ha ceduto al fascino dei riflettori e ha deciso di scendere in campo. Contro di lui il ministro degli Interni e deputato conservatore Amber Rudd, il leader dei liberaldemocratici Tim Farron, quello dell’Ukip Paul Nuttall, il nazionalista scozzese Angus Robertson, la parlamentare Leanne Wood del Plaid Cymru (partito di centrosinistra gallese) e la verde Caroline Lucas. Annunciando la sua partecipazione last-minute, Corbyn ha accusato la leader dei conservatori di essere «debole» e di «trattare con disprezzo gli elettori» rifiutandosi di unirsi al dibattito. Una strategia perfetta per Corbyn: con i sondaggi che danno il suo partito in rimonta, con poco da perdere e tutto da guadagnare, ha messo ancor più pressione sui conservatori e soprattutto sull’assente d’eccellenza, Theresa May. Tanto che, nelle ore tra l’annuncio di Corbyn e l’inizio del confronto, tra i tories circolava l’idea di ritirare la presenza di Amber Rudd, per non offrire direttamente il fianco agli attacchi da sinistra, ma non solo: per i liberaldemocratici era infatti l’occasione di attaccare la Hard Brexit dei conservatori e per l’Ukip quella di rilanciare il tema del controllo sull’immigrazione.

Tuttavia, il dibattito non ha regalato grandi emozioni né grandi scontri. Sette politici in campagna elettorale sullo stesso palco rischiano di risultare caotici. E, proprio per questo, di favorire gli assenti. Nessuno degli avversari, infatti, è stato in grado di attaccare in maniera convincente Theresa May, i cui consulenti alla fine della serata si fregavano le mani per lo scampato pericolo e per il risultato ottenuto: quei sei contro un unico bersaglio, Amber Rudd, hanno rappresentato perfettamente la «coalizione del caos». Nessuno è emerso come il vincitore della serata, nemmeno Jeremy Corbyn che si è scontrato con la verde Lucas che proponeva i suoi stessi temi e le sue stesse posizioni, ma in maniera più convincente. Il momento più esaltante per i sostenitori del socialista a capo dei laburisti è arrivato quando «Jezza» ha ammesso di andare poco d’accordo con i membri del Labour. Applausi da parte dei corbynisti che si fanno un vanto dell’avere contro l’intero partito, preferendo la militanza al governo.

Per Corbyn quello di ieri è stato un confronto sottotono. Nulla che a vedere con la performance di lunedì sera dello stesso leader laburista, quando è andato in onda lo scontro ravvicinato con la rivale Theresa May. Jeremy Paxman, noto giornalista britannico, li ha intervistati per Sky/Channel durante il programma #BattleForNumber10. Prima Jeremy poi Theresa. Se il primo è stato più abile a mascherare i difetti (tra cui i legami con i terroristi dell’IRA), la seconda è caduta nuovamente su alcuni punti del manifesto conservatore che sono stati rivisti dopo le proteste interne e quelle degli elettori. Mentre Corbyn è apparso a suo agio in televisione, capace anche di rispondere con battute alle domande scomode dell’intervistatore, la May ha ribadito la sua totale estraneità e incompatibilità con quel mondo, apparendo professorale e, a tratti, fredda.

Martedì, a poche ore dalla fine del non-dibattito, Theresa May ha provato a lanciare la sua campagna elettorale. Una seconda ripartenza dopo la prima, causata dalle giravolte sulla cosiddetta «dementia tax». La leader dei conservatori ha rilanciato la sua azione puntando sull’unico tema su cui forse è apparsa davvero convincente la sera prima: la Brexit. Ha detto basta alle apparizioni in televisione per «iniziare a pensare alla Brexit» e concentrarsi nella campagna elettorale porta-a-porta e fabbrica-per-fabbrica. Così ha resettato tutto e ripreso la linea secondo cui i conservatori saranno l’unico partito a non tradire la volontà del popolo britannico che ha votato per il Leave. A differenza di quella che i Tories definiscono la «coalizione del caos»: laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi pronti a sabotare i negoziati per l’uscita dall’Unione europea. La May ha inoltre mandato nel dimenticatoio i manifesti e le scritte che la vedevano unica protagonista, per rimettere al suo fianco il nome dei conservatori. Segno che la “strong and stable” leadership promessa ha avuto qualche difficoltà in campagna elettorale.

Ma neanche ventiquattr’ore dopo sono arrivati nuovi motivi di preoccupazione per i conservatori. YouGov, uno dei principali istituti di sondaggi nel Regno Unito, ha pubblicato i risultati prodotti da un nuovo modello di rilevazione seat-by-seat, seggio per seggio, basato sugli errori commessi nel 2015 (nessuno aveva previsto allora la conquista della maggioranza da parte dei Tories).
 
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Secondo questa elaborazione, il partito di Theresa May rischierebbe addirittura di perdere la maggioranza, fallendo clamorosamente la realizzazione di quell’“ondata blu” sognata e promessa che avrebbe dovuto consegnare a larga maggioranza il Paese ai conservatori. Sarebbe una débâcle che avrebbe del clamoroso e del tragicomico, visto che proprio i sondaggi che davano i Tories su percentuali superiori al 50 per cento avrebbero convinto la leader Theresa May a tornare al più presto alle urne per garantirsi una maggioranza più solida in vista delle complicate trattative con l’Unione europea. Così, se all’inizio May sperava di risolvere la pratica interna con facilità per buttarsi poi a capo fitto su quella internazionale che inevitabilmente segnerà la storia futura del Paese, ora si ritrova con un dossier scottante aperto sul suo tavolo. Sull’altro fronte, intanto, Jeremy Corbyn, dato all’inizio della campagna elettorale per sicuro perdente e oggi artefice di una rimonta inaspettata, festeggia. C’è stato «un cambio di passo», ha detto commentato i dati di YouGov. E ha invitato un giornalista presente a un evento londinese a unirsi al Labour «quando festeggerà la vittoria».

Rimonta compiuta? Vittoria alle porte? Non tutti i sondaggisti sono d’accordo. E questo sta mandando in confusione analisti, strateghi, comunicatori, commentatori e giornalisti. Tra questi ultimi c’è la (giovanissima) firma del Financial Times Sebastian Payne, che chiede aiuto.
 
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Survation ha spiegato di aver tagliato il vantaggio dei Tories a soli sei punti di margine soprattutto in ragione del risultato record dei laburisti tra i giovani: nella fascia 18-24 anni il partito di Corbyn ha registrato l’82 per cento dei consensi. Ma sia le proiezioni di ComRes che quelle di ICM danno ai conservatori buone possibilità di raggiungere una maggioranza “a valanga”, superiore ai 100 seggi. Forte anche di questi risultati, l’entourage dei conservatori ha bollato come «stupidi» (copyright Jim Messina, guru della campagna elettorale dei Tories) i sondaggi di YouGov. Gli autori di queste rilevazioni si giocano la carriera: se le loro previsioni si avverassero, verrebbero osannati come l’istituto capace di cogliere – finalmente – i cambiamenti epocali di questo periodo; in caso contrario rischierebbero di cadere vittima di un assalto senza precedenti, soprattutto dalla destra britannica che ne riderebbe di gusto.

Quindi, chi vincerà la battaglia dei sondaggi e chi quella elettorale? Per capirci qualcosa possiamo guardare al tour di Theresa May. A giudicare dai suoi spostamenti sembrerebbe infatti che i conservatori confidino ancora nella vittoria “a valanga”. Theresa May ha visitato luoghi tradizionalmente laburisti come il Nord inglese e le Midlands. Difficilmente verrebbe fatta una scelta di questo tipo se non alla luce di sondaggi interni incoraggianti. Perché altrimenti sprecare risorse in zone già date per perse? Quel che si sa dalle rilevazioni è che ci sarebbe un certo distacco tra Jeremy Corbyn e gli over-50 di quelle terre, forse memori di cosa fu l’IRA. Ma anche i dati sconvolgenti pubblicati da YouGov potrebbero rivelarsi benzina per il motore dei conservatori e del loro super-consulente Lynton Crosby, pronto a sventolare in faccia agli elettori questa rimonta del Labour e, allo stesso tempo, lanciare una dura campagna sul leader Jeremy Corbyn. Come a voler dire, «Se non ci consegnate la maggioranza vi tocca un governo guidato da questo socialista, amico dell’IRA e di Hamas». Manca una settimana al voto e, secondo diversi commentatori, le proiezioni innovative di YouGov rappresentano materiale perfetto per raddrizzare la zoppicante campagna dei conservatori.

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