Dossier / Elezioni francesi

I rischi di una vittoria macronscopica

09.06.2017

I sondaggi che annunciano un trionfo di En marche! nelle elezioni legislative di dopodomani quasi preoccupano il presidente Emmanuel Macron. Chi saprà gestire 400 deputati con poca o nessuna esperienza parlamentare?

IL pubblica “La Francia in marcia”, la newsletter settimanale di Francesco Maselli che racconta i primi mesi della presidenza di Emmanuel Macron, in attesa delle elezioni legislative di dopodomani (il secondo turno sarà domenica 18 giugno). Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui

 
Mesi fa, quando è iniziato ad apparire chiaro che Macron aveva serie possibilità di vittoria alle elezioni presidenziali, moltissime analisi (comprese le mie) dubitavano di una vittoria alle successive Legislative. Il ragionamento era che un movimento poco strutturato sul territorio, molto giovane, che aveva basato tutto il suo successo sulla capacità del proprio leader, non sarebbe stato così competitivo in un’elezione che è sì nazionale, ma ha una notevole componente locale data dal collegio uninominale. Si diceva, all’epoca, che già raggiungere la maggioranza relativa sarebbe stato un grande successo, visto anche l’annunciato exploit del Front national e la storica competitività dei repubblicani alle Legislative. Parlando con più deputati macronisti mi veniva invece spiegato che le Legislative non sarebbero state un problema, perché «se i francesi ti fanno vincere alle Presidenziali poi ti danno anche i mezzi per governare».

A quanto sembra a En marche! avevano ragione e noi giornalisti, politologi e analisti torto. Come vedete le proiezioni sono abbastanza evidenti e segnalano una maggioranza da record all’Assemblea nazionale. Tanto che secondo il Canard Énchainé il presidente avrebbe detto in privato di essere “preoccupato” di una maggioranza così ampia. Perché la preoccupazione? En marche! ha fatto del rinnovamento uno dei pilastri della sua campagna elettorale: metà dei candidati all’Assemblea non hanno mai avuto mandati elettivi, meno del 10 per cento è deputato uscente. Questo però pone un problema, soprattutto in un gruppo così grande: come si gestiscono persone che non sanno come funziona la vita di un gruppo parlamentare e hanno una grande autonomia personale, venendo dal mondo delle professioni?
 
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La proiezione dei seggi a seguito del ballottaggio. Questo e tutti i sondaggi che seguono sono stati realizzati da Ifop per “Le Figaro”

 
Intendiamoci, avere un solido mestiere oltre alla politica è una cosa positiva, però può aumentare il rischio di fronda su alcuni provvedimenti. Anche perché la provenienza politica dei candidati è molto eterogenea: come annunciato da En marche!, sarà la Francia sedicente progressista a comporre la maggioranza presidenziale, persone di destra, di sinistra e di centro unite dalla volontà di attuare il programma del presidente. Più facile a dirsi che a farsi: non è detto che i vari deputati andranno sempre d’accordo e anzi è possibile immaginare che le discussioni saranno abbastanza accese; in questo senso sarà molto importante capire chi diventerà il presidente del gruppo parlamentare, visto che il ruolo sarà molto delicato e spesso decisivo. Un conto è gestire i 300 deputati necessari per avere una maggioranza tranquilla, altra questione è gestirne quasi 400.

I rischi che un gruppo di maggioranza così ampio (siamo sul 65 per cento dei seggi) porta con sé sono principalmente due, oltre alle difficoltà di gestione. Il primo è che il dibattito democratico si sposti da una dinamica maggioranza-opposizione che si affrontano secondo i rispettivi ruoli, a una dinamica di discussione tutta interna alla maggioranza. Questo non è un bene per la democrazia che ha bisogno di un pluralismo di opinioni e soprattutto per un Paese come la Francia, dove il problema della mancanza della rappresentanza è molto dibattuto e sentito dai cittadini. Il secondo rischio, direttamente legato al primo, è che l’opposizione non trovi altro modo che manifestarsi in piazza, visto che all’Assemblea il secondo gruppo, quello repubblicano, non è giudicato in grado di fare un’opposizione molto dura (alcuni candidati si sono detti pronti a votare molte leggi proposte da Macron). Una situazione del genere potrebbe presentarsi già nei prossimi mesi sulla grande riforma del mercato del lavoro: l’introduzione della flexisecurity promessa dal presidente è uno dei temi che più divide l’opinione pubblica, e le forze che le sono avverse rischiano di essere poco rappresentate in Parlamento.
 
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Le intenzioni di voto a livello nazionale

 

La crisi dei partiti tradizionali

 
Socialisti e repubblicani si trovano in una situazione di grande difficoltà, seppure con gradazioni diverse. I socialisti rischiano la scomparsa, con le proiezioni che attribuiscono meno di 40 seggi al partito che durante la Quinta Repubblica ha espresso due presidenti della Repubblica e nove primi ministri. Personalità storiche rischiano di perdere il proprio collegio (come l’ex primo ministro Manuel Valls, il candidato alle Presidenziali Benoît Hamon o l’ex ministro dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem), e il partito è vittima del “grand remplacement”, della grande sostituzione con En marche!, come ha efficacemente titolato il Figaro.

I gollisti tengono nelle intenzioni di voto rispetto alle Presidenziali, ma sono sotto shock, dal momento che rischiano di passare dai 229 deputati eletti nel 2012, quando pure erano stati sconfitti alle presidenziali, a un piccolo gruppo di 150. Gli elettori di destra sono molto confusi: hanno visto il loro candidato, favorito dopo la vittoria alle Primarie, eliminato al primo turno, e hanno ricevuto incessanti segnali nella composizione del nuovo governo di Macron, che potrebbero giudicare non così distante dalle loro idee. Il primo ministro, Édouard Philippe, è stato segretario generale dell’Ump (la formazione post gollista immaginata da Jacques Chirac e Alain Juppé), e il ministero dell’Economia è interamente nelle mani degli ex repubblicani Bruno Le Maire e Gérald Darmanin. Come vedete da questo sondaggio, la metà degli elettori repubblicani preferisce Édouard Philippe come primo ministro a François Baroin, che è il leader del partito.
 
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È proprio la leadership un altro punto di debolezza dei socialisti e dei repubblicani. Bernard Cazeneuve, capo della campagna elettorale socialista ed ex primo ministro molto apprezzato durante la fine della presidenza di François Hollande, ha deciso di non ricandidarsi all’Assemblea nazionale e ha fatto capire che dopo le elezioni andrà a lavorare in uno studio legale. François Baroin ha invece detto più volte che potrebbe tornare a fare semplicemente il sindaco di Troyes e occuparsi dell’associazione dei sindaci di Francia di cui è presidente, lasciando addirittura il Senato (a oggi è senatore-sindaco).

Tutti segnali di precarietà e confusione che de-mobilitano un elettorato già fortemente disilluso dopo la vittoria di Emmanuel Macron, e che potrebbe pensare di dare una chance al giovane presidente.
 

La vera opposizione

 
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Chi incarna al meglio l’opposizione a Macron?

 
Front national e France insoumise sono due partiti molto penalizzati dal modo di scrutinio maggioritario a doppio turno. Da un lato, possono rallegrarsi vista la credibilità acquisita e riconosciuta dai francesi come vera forza di opposizione a Emmanuel Macron, anche perché questo sentimento diffuso potrebbe essere molto utile se sfruttato alle elezioni locali che si tengono durante i cinque anni di presidenza. D’altro canto, però, quest’elezione rischia di essere molto complessa e un cattivo risultato sembra difficile da evitare.

Il leader della France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, si è trovato subito di fronte a un dilemma: come capitalizzo il 19,5 per cento ottenuto al primo turno delle Presidenziali? Mélenchon ha scelto l’opposizione frontale e l’innalzamento dei toni: ha deciso di rompere il fronte repubblicano contro Marine Le Pen, non dichiarando il proprio voto a favore di Emmanuel Macron; ha rinnegato l’accordo con il Partito comunista che lo aveva sostenuto alle Presidenziali presentando un suo candidato in quasi tutti i collegi; ha iniziato ad attaccare ferocemente l’ex primo ministro Bernard Cazeneuve che si sarebbe «occupato dell’assassinio di Rémi Fraisse» un manifestante ucciso da un poliziotto durante la protesta contro la costruzione della diga di Sivens. La dichiarazione è stata molto criticata dalla stampa e ha contribuito a far riaffiorare l’aggressività del personaggio, un attributo smorzato durante la campagna presidenziale e che era stato a lungo considerato il principale punto debole di Mélenchon.

Per il Front national la questione è relativamente diversa. Il partito è sempre stato un movimento di protesta nazionale, e abbiamo già notato come il doppio turno e l’incapacità di fare alleanze larghe impediscano a Marine Le Pen di arrivare a vincere le elezioni. L’elezione presidenziale poi, ha sì fatto segnare dei record in termini di percentuale e di voti assoluti, ma è stata vissuta come una sconfitta dalla base e dal gruppo dirigente. Al Front national si aspettavano un risultato sopra il 40 per cento e tra il primo e il secondo turno si parlava di un obiettivo di 80 deputati all’Assemblea. Invece il dibattito disastroso e il risultato al di sotto delle aspettative hanno prodotto, nell’ordine:

-Il ritiro temporaneo dalla politica di Marion Maréchal Le Pen, che rappresentava il volto molto mediatico e conservatore del partito, era stata eletta all’Assemblea nazionale nel 2012 ed era fondamentale per gli equilibri politici nel Sud-est della Francia, dove il Front national ha sempre ottenuto ottimi risultati ma oggi non ha candidati forti nei collegi favorevoli;

-La polemica molto aspra tra Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, e il resto del partito sulla posizione da tenere sull’euro. Philippot ha fondato una sua associazione politica autonoma (Les Patriotes) e ha minacciato di lasciare il partito se la posizione dell’uscita dall’euro dovesse essere abbandonata, ricevendo risposte del tipo “che faccia pure, non abbiamo bisogno di lui”;

-La fine della brevissima alleanza con Nicolas Dupont-Aignan, unico candidato alle elezioni presidenziali a schierarsi per Marine Le Pen al secondo turno. Dupont-Aignan ha abbandonato subito la nave e ha presentato candidati in tutte le circoscrizioni;

-Una grande difficoltà nei sondaggi con le proiezioni che danno il Front national a rischio persino nella costituzione di un gruppo parlamentare (servono 15 deputati).

 

Il partito sta iniziando a ragionare seriamente del proprio futuro, ed è previsto un congresso a inizio 2018. L’obiettivo è arrivarci meno divisi di ora e con la leadership dell’opposizione alla presidenza Macron. Vaste programme.

 

Per oggi è tutto, domenica si vota, io sarò la mattina ospite di Omnibus a La7 e seguirò lo spoglio a Roma su Radio 1, per chi vuole.

A lunedì, per commentare il voto!

 

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