Explicit / Non fiction

«Ich bin Muslim», ovvero come formare imam tedeschi

di ROLLA SCOLARI
27.06.2017

Fedeli in preghiera nella moschea Merkez di Duisburg nel giorno della sua inaugurazione, il 26 Ottobre 2008. La moschea, che ha un minareto alto 34 metri, è tra le più grandi della Germania

La Germania ha creato nelle proprie università delle facoltà di Teologia islamica per formare chi pronuncerà i sermoni nelle moschee locali. Che cosa sta funzionando e che cosa no in questo progetto? Lo racconta un reportage tratto dall’ultimo numero della rivista “Oasis”, che esce il 29 giugno e si intitola “Chi parla per i musulmani? L’Occidente cerca un interlocutore unico, ma l’autorità nell’Islam è pluricentrica”

Il dibattito si riapre ciclicamente. Alla Germania occorre una “legge sull’Islam”, che regoli le comunità islamiche e garantisca sermoni nelle moschee in lingua tedesca, in favore della “trasparenza”, ha detto a inizio aprile Jens Spahn, politico conservatore e uno dei membri del comitato esecutivo dei Cristiani democratici della cancelliera Angela Merkel. Spahn ha inoltre risollevato una questione che da anni si affronta non soltanto in Germania, ma ovunque in un’Europa in cui cresce la presenza musulmana: la formazione degli imam. Nel 2010, quando è stato lanciato un programma in Teologia islamica all’università di Osnabrück, in Bassa Sassonia, nel Nord-ovest del Paese, sia la stampa tedesca sia quella internazionale hanno usato proprio questa espressione. E a giudicare dalle parole di Rauf Ceylan, ancora oggi professore di Sociologia delle religioni a Osnabrück, quella era l’idea anche dei fondatori del progetto: «Abbiamo bisogno di imam socializzati e di casa in Germania – aveva detto allora al sito IslamToday. Influenzano l’orientamento religioso dei musulmani in Germania, hanno un forte impatto sulla versione di Islam che praticheranno i giovani musulmani, se tollerante, conservatore o estremista».
 

Le moschee del Nordreno-Vestfalia

Oggi, a sette anni di distanza, le università con istituti di Teologia islamica in Germania sono cinque: oltre a Osnabrück, ci sono Münster, Tubinga, Erlangen, Francoforte, mentre l’università Humboldt di Berlino sta mettendo a punto un corso di studi. Finora, però, nessuno di questi centri è diventato un vero e proprio luogo per la formazione degli imam, la maggior parte dei quali in Germania, come altrove in Europa, studia all’estero, in generale nei Paesi di origine: Turchia, Tunisia, Marocco, Egitto, nei Balcani… Non esiste infatti uno specifico corso di studio per diventare imam: a Münster la materia è contenuta nei corsi di Teologia islamica o in quello per diventare insegnanti di religione musulmana, ci spiega Cefli Ademi, professore nell’ateneo. «Chi studia teologia islamica può poi andare a fare l’imam, decidono loro». Nel caso dei sacerdoti cattolici dopo gli studi universitari di Teologia è previsto un tirocinio di due anni. Per cattolici e protestanti, però, ci sono alle spalle centinaia di anni di relazioni tra Stato e Chiese cristiane, spiega Helmut Wiesmann, responsabile per i rapporti con l’Islam presso la Conferenza episcopale tedesca. Per quanto riguarda l’Islam, invece, la situazione è ancora fluida: questi istituti di studio hanno cinque o sei anni di vita, i musulmani sono ancora organizzati come associazioni e non come comunità religiose.
Come nelle facoltà di Teologia cristiana o ebraica, anche nei nuovi istituti di Teologia islamica i curricula di studi e professori sono scelti in concerto da un comitato organizzato a livello federale, con rappresentanti delle università, che hanno l’ultima parola sugli standard scientifici, e membri delle comunità religiose, che si occupano dell’aspetto religioso.
Osnabrück è una cittadina di poco meno di 200mila abitanti, un tempo parte della Lega anseatica. Il suo piccolo centro storico attira turisti e scolaresche da tutto il Paese: vengono a visitare le antiche case in pietra del XIII secolo, gli edifici con le travature a vista, il municipio in cui fu firmata la pace di Vestfalia, che mise fine nel 1648 alla guerra dei Trent’anni, e il museo che ricorda il cittadino più celebre, lo scrittore Erich-Maria Remarque. Come per le campagne attorno, piatte e di un verde acceso interrotto dal rosso dei granai dal tetto a spiovente, sembra difficile immaginare la cittadina come centro per la formazione dei leader religiosi di una religione, l’Islam, che porta con sé l’impressione forte di panorami così diversi, quelli del Medio Oriente e del Nord Africa, dei Balcani, dell’Asia Centrale e ancora più a Est. Due moschee cittadine si affacciano sulla stessa strada tranquilla, fuori dal centro storico, tra capannoni industriali. Una è un centro dei musulmani bosniaci, l’altra è una sala di preghiera che appartiene a DITIB, in turco Diyanet İşleri Türk İslam Birliği, ovvero la sezione tedesca del ministero degli Affari religiosi di Ankara, che da decenni, d’accordo con Berlino, invia i suoi imam dalle scuole della Turchia alle moschee tedesche, dalla Bassa Sassonia alla Baviera.
Per anni, il governo tedesco ha pensato che fosse conveniente appoggiarsi a un’istituzione burocratizzata e ben oliata, e a un modello d’Islam, quello turco, considerato moderato e laicizzato da decenni di kemalismo, fino a quando le spinte islamiste e nazionaliste del presidente Recep Tayyip Erdoğan non sono diventate troppo forti. Le tensioni tra governo tedesco e turco sono risorte a febbraio prima con l’accusa di sospetto spionaggio in favore di Ankara di alcuni imam legati a DITIB, poi con il blocco da parte delle autorità tedesche nei confronti dei politici turchi venuti a fare campagna elettorale in favore del referendum costituzionale del 16 aprile in Turchia. Il referendum, vinto di misura dalla linea del presidente anche grazie al voto estero, è stato considerato da molti politici, osservatori e analisti in Europa come l’ultimo passo per solidificare un potere già oltremodo autoritario.

Uno dei minareti di una nuova moschea in costruzione nel quartiere di Kreuzberg a Berlino (la fotografia è stata scattata nel gennaio del 2007)

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Il contrasto con Ankara

Sono anche tensioni politiche di questo tipo, oltre alle difficoltà d’integrazione e ai timori sulla radicalizzazione delle giovani generazioni, che spingono i politici tedeschi a cercare, attraverso la formazione degli imam, di istituzionalizzare l’Islam locale e soprattutto di farlo parlare tedesco, quando ancora la maggior parte delle prediche sono in arabo e turco. «I salafiti in Germania sono stati i primi a rendersi conto che occorreva parlare tedesco, e che non si dovevano dividere le comunità su base etnica», spiega Silvia Horsch al-Saad, musulmana, docente all’Università di Osnabrück presso l’Istituto di Teologia islamica. I salafiti, musulmani ultraconservatori che attuano alla lettera l’esempio del Profeta dell’Islam e dei suoi primi Compagni, possono essere quietisti, non violenti, oppure jihadisti, quindi orientati a una militanza aggressiva.
Amine Kabaktepe, il capo coperto da un velo nero, di origini turche, è una studentessa della professoressa Horsch. Ha iniziato a studiare Teologia islamica perché era già coinvolta, assieme alla madre, nel dialogo interreligioso all’interno della sua moschea, e, benché voglia specializzarsi in design e non proseguire dopo la laurea negli studi religiosi, pensa che per le moschee del Paese sia necessario formare persone con l’abilità di comunicare proprio perché «c’è qualcosa che manca, in quest’area, e il vuoto è colmato da altri: se guardi online, ci sono soltanto siti salafiti». I salafiti rappresentano in Germania la minoranza dei musulmani, ma il loro numero è in rapida crescita. Hans-Georg Maaßen, capo dell’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione, l’intelligence interna tedesca, ha dichiarato a settembre che i salafiti nel Paese sono saliti a 9.200: erano 8.900 nel giugno 2016 e 5.500 tre anni fa.
Le moschee radicali sono molto poche, e sono spesso fuori dai radar. Il problema secondo Daniel Koehler, direttore del German Institut on Radicalization and De-Radicalization Studies (GIRDS), è che l’attenzione delle moschee tradizionali è focalizzata sulle vecchie generazioni e non sugli adolescenti, i salafiti invece sono attivi su internet, organizzano eventi sportivi, raggiungono i giovani… Il loro lavoro sul terreno e online è molto efficace.
Gli imam nelle associazioni religiose non sono più, come nei Paesi islamici di provenienza, soltanto leader della preghiera, ma svolgono un ruolo sempre più centrale, non soltanto religioso, ma anche politico e sociale. Secondo Koehler quindi non c’è alternativa alla cooperazione tra istituzioni nazionali e le associazioni islamiche. «Occorre una squadra di imam formati in Occidente, nati e cresciuti qui, che conoscano il sistema sociale e legale: servono corsi accademici, un dibattito sui fondamenti dell’Islam nelle nostre università. Poi occorre creare le connessioni tra questi imam e le comunità, rendere attrattivo per le comunità l’utilizzo di questi imam, per esempio garantendo incentivi finanziari per chi li assume».
Il problema finanziario, accanto a quello educativo, non è da poco, e va a insinuarsi in un terreno che crea forti controversie in Germania, anche nell’istituzione di facoltà di Teologia islamica, nella formazione degli imam, nelle relazioni tra Stato e associazioni musulmane.

Un gruppo di visitatori attende l’inizio di un tour guidato alla moschea Yavuz-Sultan-Selim a Mannheim, in occasione dell’open day delle moschee che si svolge ogni anno il 3 ottobre, il giorno in cui in Germania si celebra la Riunificazione tedesca

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Lo Stato, le chiese, le tasse

La Costituzione tedesca, che sancisce la libertà di culto e non indica una religione di Stato, mette le basi per una forte cooperazione tra Stato e comunità religiose, che godono del diritto di raccogliere tasse dai propri membri. Per poterlo fare, una comunità deve essere riconosciuta legalmente come Körperschaft des öffentlichen Rechts, corporazione di diritto pubblico. I requisiti per questo riconoscimento sono diversi: la costituzionalità dell’associazione, il numero di membri, la durata della presenza sul suolo nazionale. La Chiesa cattolica e quella protestante assieme agli ebrei e ad altre fedi sono riconosciute come comunità religiose, riscuotono tasse che permettono di pagare le proprie strutture, le attività, i salari di preti e pastori. L’Islam non è ancora stato riconosciuto come tale e uno dei problemi maggiori che affrontano le autorità tedesche è la mancanza di una leadership unificata. In breve, se cattolici, protestanti ed ebrei hanno un rappresentante unico che si interfaccia con lo Stato, la natura stessa dell’Islam e la sua storia – come emerge anche dai saggi pubblicati su questo numero di Oasis – offre una realtà diversa.
Nella Conferenza Islamica Tedesca, un forum del ministero dell’Interno tedesco nato nel 2006 per il dialogo a lungo termine con le diverse realtà islamiche nel Paese, siedono oltre una decina di organizzazioni musulmane. «Il dialogo mira a migliorare l’integrazione istituzionale e sociale dei circa 4 milioni di musulmani tedeschi», è scritto su un opuscolo di presentazione. La stessa Conferenza riconosce che le organizzazioni islamiche presenti nel Paese non necessariamente rappresentano i 4,3 milioni di musulmani sul territorio: «Circa il 20 per cento dei musulmani appartiene a organizzazioni religiose o congregazioni, benché il numero di musulmani che frequenta regolarmente le moschee sia più alto. Sono attive in Germania circa 2.350 associazioni di moschee con 2.300 imam», anche se la cifra di luoghi di culto e sale di preghiera non registrate secondo i media locali sarebbe molto maggiore. Tra i musulmani tedeschi il 74 per cento è sunnita, il 12 per cento alevita (un gruppo religioso presente soprattutto in Anatolia), il 7 per cento è sciita. Le associazioni si dividono su base etnica e linguistica.
 

L’ora di religione

A Münster e Osnabrück e negli altri istituti di Teologia islamica non si formano dunque imam, come in un primo tempo era stato annunciato dalla stampa. I primi laureati, ci spiega Cefli Ademi, il professore di Münster, andranno soprattutto a insegnare religione islamica nelle scuole, uno dei primi risultati ottenuti attraverso il lavoro della Conferenza islamica assieme alle associazioni: l’ora di religione a scuola non sarà più soltanto cristiana. «Finora – spiega – non c’erano centri di educazione e le comunità dovevano pensare a importare gli imam da fuori, e questa è una questione centrale, perché queste persone hanno un minor grado di conoscenza della società tedesca. Detto questo, l’imam oggi non è un lavoro molto attraente per uno studente con una laurea, anche per questioni economiche. Le aspettative su questi corsi sono molte, soprattutto da parte di politici che sperano in una migliore integrazione, e di poter stabilire un Islam liberale, molto laico, dimostrando una comprensione molto ristretta della questione: dalle sue origini, l’Islam non ha la stessa separazione tra Stato e Chiesa che esiste in Occidente. I politici inoltre vedono le comunità come troppo conservatrici, le comunità vedono le università come troppo legate al governo».
Tuttavia, le richieste di iscrizione agli istituti di Teologia islamica sono molte, soprattutto a quei corsi per diventare insegnanti di religione. E non sono pochi gli studenti, soprattutto donne, che vi vedono una grande opportunità lavorativa. Sarah Heritani, una delle studentesse del professor Ademi, velo panna su jeans e camicia, è di origini siriane. Racconta come nel suo villaggio, fuori Münster, esista soltanto una moschea turca, con sermoni in turco, lingua che lei non parla. «I turchi, come altri, dicono “questo è turco”, e pensano sia religioso. C’è una fusione tra religione, cultura, nazionalità. Nelle scuole pubbliche invece presto ci saranno professori che insegneranno la religione islamica e saranno tedeschi di origine araba, turca, macedone…», spiega. Anche lei e le sue amiche, tutte studentesse sulla ventina, pensano che sia arrivato il momento che l’Islam parli tedesco nelle moschee. Eppure, proprio negli stessi giorni, un libro del giornalista Constantin Schreiber, veterano del Medio Oriente con un’ottima conoscenza della lingua araba, accende il dibattito. Inside Islam è un reportage, ci ha detto lo stesso Schreiber, non una ricerca con velleità scientifiche. Il reporter ha visitato tredici moschee in diverse città tedesche – Berlino, Amburgo, Lipsia, Magdeburgo, Potsdam e Karlsruhe – ascoltando in incognito i sermoni degli imam, mai in tedesco. Il libro ha sollevato controversie ed è valso al giornalista critiche, benché il cronista si avvalga dell’aiuto di studiosi esperti di Islam per decodificare i sermoni: «Nel migliore dei casi erano prediche che suonavano come storie di un altro mondo, di un Medio Evo arabo mitizzato, tra datteri e cammelli, nel peggiore trattavano gli argomenti dell’integrazione e della socializzazione in Germania come qualcosa da temere ed evitare. Basti pensare a quando un imam ha parlato del “pericolo del Natale”».
Resta il fatto che i contenuti dei sermoni del venerdì, in Germania come altrove in Europa – in Italia il ministro dell’Interno Marco Minniti ha chiesto una legge per imporre l’italiano nelle moschee – spesso sfuggono alle autorità, preoccupate dal processo di integrazione, proprio perché non sono nella lingua del Paese. Uno soltanto degli imam delle moschee visitate in otto mesi da Schreiber parlava un tedesco “stentato”. «Abbiamo 2.600 moschee in Germania e non conosco un singolo imam che abbia un’educazione europea – aveva detto a Deutsche Welle nel 2009 Bassam Tibi, professore siriano di Scienze politiche, naturalizzato tedesco, e musulmano praticante. Come possono mostrare a un musulmano che vive qui come comportarsi? Questi imam probabilmente mi diranno di non integrarmi». Appunto da qui, nasce il dibattito sulla necessità, come ha ricordato Daniel Koehler, di una formazione locale di predicatori, la cui fattibilità però solleva questioni che si ricollegano ancora una volta allo status legale della comunità islamica: «L’Islam non è riconosciuto in Germania come comunità religiosa: le associazioni musulmane non ottengono soldi dalle tasse per pagare imam con una formazione universitaria: anche per questo li vanno a prendere da Turchia, Tunisia, Egitto, perché sono gratis. Se formiamo imam di alto livello, chi li paga? Chi paga uno che ha una laurea universitaria? Il dibattito è: da dove devono arrivare i soldi? La stessa cosa vale per quegli imam che vanno a lavorare nelle prigioni come cappellani. Non c’è dubbio che occorra formare gli imam qui, ma c’è anche un’ulteriore domanda da porsi: le comunità poi li accetteranno?».

Scarpe di visitatori all'ingresso della moschea di Colonia, in occasione dell’open day del 2007

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Un po’ di Levante a Berlino

Il quartiere di Neukölln, a Berlino, ospita molte di queste comunità, che si ritrovano in sale di preghiere ricavate in edifici che sembrano quelli della mutua o oratori di periferia. Nell’area vivono tedeschi, soprattutto giovani, che hanno puntato all’affare immobiliare in una zona in odore di gentrificazione, tra caffè hipster, ristoranti levantini e macellai halal. Qui si sono stabilite infatti negli anni migliaia di immigrati turchi e arabi. In alcune vie si potrebbe chiudere gli occhi e pensare di essere ad Aleppo, o Hebron… Si parla arabo per strada, con diversi accenti levantini, le scritte, in arabo e tedesco, raccontano le origini dei nuovi proprietari: “Verdure Damasco”, “Caffè Oum Kalthoum”, dal nome della stella egiziana della canzone araba. Ci si può sedere un sabato pomeriggio in un ristorante e assaporare hummus come se si fosse a Tulkarem, in Cisgiordania, tra un’ordinazione presa in tedesco e una in arabo. Sono soprattutto i rifugiati siriani che negli ultimi anni hanno scelto Neukölln come casa, ma la storia del quartiere ha già un legame antico con il Medio Oriente. È stata costruita nel 2005 la bella moschea di Columbiadamm, circondata di pini a pochi passi dal parco di Tempelhoff, ovvero la pista di atterraggio dell’ex aeroporto nazista, diventato nel 2015 rifugio di emergenza per oltre 5.000 immigrati, soprattutto siriani. Le decorazioni dai colori accesi della moschea si ispirano all’arte ottomana del XVI secolo e guardando l’edificio si potrebbe pensare di essere a Istanbul. E un po’ lo è, visto che il terreno dove sorge la moschea è turco, ceduto dall’imperatore Guglielmo I all’Impero ottomano nel XIX secolo per farne un cimitero islamico, come raccontano le antiche lapidi nel giardino. È nello stesso quartiere che si trova uno degli uffici locali di Islamrat, una delle molte associazioni islamiche tedesche, parte della Conferenza Islamica, con legami con il movimento islamista turco Millî Görüş, nato dal mentore di Erdoğan, Necmettin Erbakan. Burhan Kesici, segretario generale di Islamrat, ha fatto parte di diversi comitati per il coordinamento tra centri di Teologia islamica e associazioni musulmane, e oggi è impegnato a Berlino nel progetto per l’avvio di un istituto simile all’università di Humboldt. È stato in passato al centro di una controversia perché allontanato dal comitato per l’università di Münster. La sua nomina era stata bloccata dal governo federale per problemi di “costituzionalità”, in un momento in cui Millî Görüş era sotto particolare scrutinio da parte delle autorità. Oggi, seduto accanto a una scrivania sulla quale è aperto un volume di opere di Goethe in tedesco con il testo a fronte in turco, non pensa che le università nazionali possano formare gli imam. «Possono insegnare la teologia islamica, possono insegnare a quelli che desiderano diventare imam un metodo, ma un imam ha compiti diversi». Quello che propone è che l’università possa stabilire principi fondamentali, ma poi ci deve essere un tirocinio pratico, altrove. Per quanto riguarda la sua organizzazione, quell’“altrove” resta la Turchia. «Siamo molto preoccupati dell’esperimento delle università teologiche in Germania».
Anche la comunità sciita di Berlino ha dubbi. Nello sciismo, l’imam ha un ruolo molto più centrale nell’interpretazione dei testi sacri, è l’unica figura che “può far parlare il Libro”. Se per Ali Taouil, rappresentante a Berlino per la comunità sciita IGS, in generale dal punto di vista musulmano l’apertura di facoltà di Teologia islamica è un passo positivo, l’insegnamento scientifico delle università non è compatibile con la loro visione. La formazione degli imam nelle hawza, i seminari di insegnamento sciiti – i più famosi sono a Qom, in Iran, e Najaf, in Iraq – dura anche dieci anni, «e qui in Germania non ci sono hawza». «Occorre assicurarsi che l’educazione sia di qualità – spiega Ali Chahrour, un altro rappresentante di IGS a Berlino. Se formi un imam, devi essere certo che sia riconosciuto dalla comunità». La comunità locale sciita è molto più interessata all’apertura, avvenuta ad aprile, di una filiale berlinese dell’università al-Mustafa, una delle università religiose più importanti dell’Iran, legata quindi al governo di Teheran.
Per ora, come ci aveva anticipato a Osnabrück la studentessa Amine, iscritta a Teologia islamica, i vertici delle associazioni musulmane pensano nella maggior parte dei casi che «tutto ciò che arriva dalla Germania non può essere islamico», quindi anche l’insegnamento nelle università locali. È un approccio però destinato a cambiare, ci dice nel giardino della sua villetta nella periferia di Berlino Lydia Nofal, convertita, numero due a Berlino della ZMD, Zentralrat der Muslime in Deutschland, maggiore organizzazione ombrello del Paese che raccoglie sotto di sé diverse associazioni islamiche. «La maggior parte delle moschee turche esiterebbe oggi a prendere imam formati in Germania. Eppure, tutte le moschee sono in competizione tra loro, per attirare fedeli – ricordiamo che le associazioni rappresentano secondo il ministero dell’Interno soltanto il 20 per cento dei 4,3 milioni di musulmani di Germania. Proprio a causa di questa competizione alla lunga le moschee che non parlano tedesco e che non hanno imam formati in Germania, preparati a confrontarsi con un pubblico di fedeli sempre più giovane e sempre più tedesco, perderanno fedeli. È l’effetto della presenza delle seconde e terze generazioni. Queste hanno un’altra vita, un’altra cultura: vogliono confrontarsi con qualcuno che sia come loro. Ci vorrà del tempo, ma alla fine il cambiamento arriverà».

Questo reportage è un’anticipazione dal nuovo numero della rivista Oasis, in libreria dal 29 giugno, intitolato Chi parla per i musulmani? L’Occidente cerca un interlocutore unico, ma l’autorità nell’Islam è pluricentrica

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