Dopo che il Muro è crollato, è cominciata una forma di partecipazione politica più blanda, quella “contro Berlusconi”, rituale fino alla macchietta (i girotondi). Poi, di nuovo il riflusso, segnato dalla crisi e dall’era delle partite iva e dei call center e quindi del lavoro notte e giorno, feriale e festivo. Sotto questa luce, il Festival diventa l’unica forma consolidata di partecipazione

Il concetto di popolo non è tra i più apprezzati del ventunesimo secolo. Quell’idea, che da metà Ottocento è stata un vero miracolo ideologico-storico-politico – fondendo polis greca e grandi numeri attraverso la rappresentanza politica e i corpi intermedi nello Stato di diritto –, è crollata poco dopo la fine del secolo breve. Forse l’hanno fatta crollare le seducenti teorie complottiste sull’11 settembre? Forse l’ha fatta crollare la fine della sinistra? La recessione? In ogni caso, quando diciamo popolo, oggi, pensiamo a un ammasso di ignoranti paranoici alla deriva, ingovernabile ma paradossalmente manipolabile. Sostanzialmente, stiamo ripetendo, esattamente un secolo dopo, quella che fu la vera parentesi negativa nell’idea di popolo: il trentennio dei fascismi e delle adunate e dei discorsi dal balcone.

Questa rinnovata antipatia per il popolo viene forse dalla stagione del riflusso, che si è davvero compiuta solo nel nuovo secolo: l’affermarsi del centrosinistra a scapito della sinistra ha tolto dalle strade le ultime persone che ancora credevano di poter farsi popolo in senso positivo. La nostra esperienza quotidiana si è definitivamente ridotta a momenti privati immersi nel caos indistinto della vita urbana: senza parrocchie, sedi di partito, piazze, comitati di quartiere, troviamo nelle persone a noi più vicine o care un cosmo dotato di senso, mentre mal sopportiamo la massa di sconosciuti.

Per quanto possa sembrare assurdo, il luogo dove ancora si fa l’antica esperienza del popolo-in-senso-buono è il Festival. Al Festival – di musica, di teatro, di cultura gastronomica, di libri, di cinema – ritroviamo finalmente questa massa non massa, questo popolo breve. Una piccola porzione della società che però non scolora immediatamente nell’indistinzione: un mini popolo di persone per una volta coordinate fra loro da una passione. Se al supermercato o per la strada camminiamo nervosamente tra la gente e la odiamo, ci intralcia, ci fa paura, ci restituisce il sospetto che anche noi siamo nel novero degli zombie, al Festival invece strusciamo spalle e gomiti di centinaia di sconosciuti con cui potremmo avere qualcosa in comune. All’improvviso, la nostra vita non si limita più alla lista della spesa e alle serate con il computer in grembo a guardare Netflix

MOHA/Rockstar Photographers

Benedek Varga

Szieget, festival di musica a Budapest (Ungheria)

Sandor Csudai

Ci sono persone – come mia moglie e le sue amiche – che ormai non sanno più stare senza Festival. Vedono Roma, la nostra città, come una corsa di Mad Max e Furiosa lungo il deserto, un’odiosa fuga in mezzo a potenziali nemici, in un vuoto apocalittico che si interrompe solamente se comincia il Romaeuropa (danza, teatro, musica), Libri Come, la Festa del Cinema, Arf per i fumetti… Non a caso, queste donne sono persone senza cinismo il cui senso della comunità e della cosa pubblica è frustrato costantemente da una certa esperienza della città: quella che prima era un corpo vivente, organico, dotato di senso, ora è un’immonda palla di lardo, una discarica, un luogo inospitale.

Si racconta che l’eroina venne diffusa in certi ambienti di sinistra, tra gli anni Settanta e Ottanta, per intorpidire l’azione politica. È arrivato il riflusso. Poi, a Muro crollato, è cominciata una forma di partecipazione politica più blanda, quella “contro Berlusconi”, rituale fino alla macchietta (i girotondi). Poi, di nuovo il riflusso, segnato dalla crisi e dall’era delle partite iva e dei call center e quindi del lavoro notte e giorno, feriale e festivo. Sotto questa luce, il Festival diventa l’unica forma consolidata di partecipazione.

Ma il Festival è anche mercato. Ogni Festival ha la sua combinazione dei due ingredienti, politica e mercato, ma è evidente che chi organizza vuole contemporaneamente individuare sottopopoli “belli” ma anche offrire questi sottopopoli ai marchi, ai creatori di banche dati. Questo è il nodo da tenere d’occhio. Ai Festival si paga meno, l’offerta e la domanda si incontrano con meno mediazioni, si prendono dieci esperienze al prezzo di una e in cambio si mostra a chi produce cultura dove va il cuore del consumatore colto. Alcuni produttori di cultura rimangono in vita grazie alla pubblicità generata dal Festival. I fruitori massimizzano le loro spese culturali. È meglio che passeggiare nei centri commerciali, no? Staremo a vedere come evolverà. Se il modello si estendesse, potrebbe diventare una nuova forma di organizzazione sociale (comunità costruite dentro i festival, da Burning Man a Internazionale), un Festival che non finisce mai? Oppure si trasformerà in centro commerciale e diventerà la nuova incarnazione del riflusso?

Chiudi