Dossier / Elezioni tedesche

Jeremy Schulz oppure Martin Macron?

27.06.2017

Mentre la Germania ricorda Helmut Kohl (e la Cdu di Angela Merkel continua a guidare i sondaggi) il candidato socialdemocratico cerca ancora un’identità, guardando ora a destra e ora a sinistra. Ma non si decide e confonde gli elettori. Intanto, torna il “vecchio” Gerhard Schröder e infiamma la platea della Spd: «Venceremos!»

IL pubblica “Noch 4 Jahre?” (“Ancora quattro anni?”), la newsletter sulle elezioni tedesche curata da Edoardo Toniolatti. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 

La morte di Kohl

 
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La morte di Helmut Kohl ha naturalmente monopolizzato le prime pagine dei giornali, dedicate a ricordi e celebrazioni del Cancelliere che tirò giù il Muro (o, come titola la Süddeutsche Zeitung introducendo una bella galleria fotografica, «l’uomo che portò l’unificazione»).
 
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«Helmut Kohl è morto»

 
Numerosi gli speciali anche in tv, ovviamente; molto presente il ministro delle Finanze di Kohl, Theo Waigel, presidente onorario della Csu e uno dei padri dell’euro.
 
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Theo Waigel (So che cosa vi state chiedendo: sì, quelle sopracciglia sono vere)

 
Probabilmente avrete già letto in giro decine di editoriali sulla figura di Kohl, sul suo significato non soltanto per la Germania ma per l’Europa intera, e forse anche sullo scandalo dei fondi neri che mise fine alla sua carriera politica e rappresentò la rampa di lancio per Angela Merkel: mi limito quindi a segnalare solo un paio di articoli, che magari vi sono sfuggiti ma a cui vale la pena dare un’occhiata.

Un lungo profilo in inglese sul sito internazionale dello Spiegel, sull’eredità politica del “cancelliere dell’unificazione”; e una vecchia intervista che Kohl concesse a Limes, nel 1994.

In più, una storia che forse non conoscete: la prima moglie di Kohl, Hannelore, morì nel 2001, probabilmente suicida, dopo che una grave forma di fotodermatite l’aveva tormentata per molti anni. Nel 2008 Kohl si risposò, unendosi in matrimonio con Maike Richter, economista ed ex impiegata della Cancelleria di 35 anni più giovane di lui, che si trova ora a poter gestire completamente da sola l’eredità del marito: Kohl infatti non aveva più alcun rapporto con i figli avuti dalle prime nozze – gli ultimi contatti risalgono al 2011, e a quanto pare Walter, il maggiore, ha appreso della morte del padre dalla radio.
 
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Walter Kohl davanti alla casa paterna. Ha suonato, più volte, ma non è stato fatto entrare

 
Il primo luglio, a Strasburgo, si terrà una commemorazione dell’ex cancelliere: fra gli oratori, naturalmente, è prevista anche Angela Merkel, ma la vedova di Kohl non ne è affatto contenta. Preferirebbe evitare la partecipazione della cancelliera, e limitare gli interventi ad altri leader internazionali – fra i quali, ad esempio, il premier ungherese Viktor Orbán.
 

Merkel

La Cdu è entrata ufficialmente in campagna elettorale.
È stato infatti lanciato il claim per il voto di settembre, mirato a evidenziare il momento favorevole che il Paese sta attraversando e a proiettarlo anche in prospettiva futura: Für ein Deutschland, in dem wir gut und gerne leben – “Per una Germania in cui vivere bene e volentieri”.
Ciò che ha colpito di più i commentatori, però, non è tanto la formula, quanto l’hashtag scelto per accompagnarla.
 
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Il tweet della Cdu che annuncia il claim della campagna. E l’hashtag

 
L’hashtag #fedidwgugl che, va bene, è costituito dalle iniziali delle parole che compongono lo slogan, è completamente inintellegibile, impossibile da ricordare e cacofonico da morire – tanto da far sospettare al giornale Welt che sia stato in realtà creato da Peter Tauber, segretario generale del partito, appisolatosi sulla tastiera del computer.
 
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Il tweet a commento della trasmissione satirica “Extra 3”: «#feidwgugl è il nuovo #covfefe?»

 
Al di là dello slogan, però, si attende il programma, che verrà presentato da Cdu e Csu il 3 luglio.
Per ora i due partiti mostrano unità e armonia, all’esterno, ma in realtà rimangono punti di attrito rilevanti: oltre alle questioni relative ai rifugiati – la Csu preme sempre per un tetto al numero delle richieste di asilo, la cancelliera continua a non volerlo – ci sono difficoltà anche a elaborare un progetto comune a livello fiscale, soprattutto per quanto riguarda le esenzioni alle famiglie con figli piccoli. Le discussioni, comunque, vanno avanti, e un accordo è possibile.
 

La Spd

Le tasse sono state anche al centro del progetto di riforma presentato da Martin Schulz lunedì 19 giugno: un piano ad ampio raggio che tende a sinistra, aumentando i contributi richiesti ai più ricchi e riducendoli ai meno abbienti, ma che prende anche qualche idea a destra, ad esempio proponendo l’abolizione per i redditi mediobassi della Solidaritätszuschlag, la “tassa di solidarietà” di cui avevamo parlato qualche mese fa quando la stessa cosa l’aveva suggerita Christian Lindner, il leader dei liberali della Fdp.

Un progetto che nelle intenzioni dovrebbe piacere un po’ a tutti, e che invece è già stato più o meno da tutti duramente criticato: da sinistra dalla Linke, ad esempio, che ha definito il progetto “privo di coraggio” e del tutto insufficiente (il partito di sinistra, infatti, ha nel suo programma ben altre cifre da far pagare a chi guadagna di più), e da destra dalla Csu, secondo cui quello che i socialdemocratici hanno in mente andrebbe in realtà a colpire principalmente il ceto medio.

Questa storia delle tasse è, per certi versi, rappresentativa di quella che secondo molti commentatori è la principale debolezza della Spd in questo momento: un’eccessiva ambivalenza, l’incapacità di scegliere in maniera decisa che strada intraprendere. All’indomani dell’inaspettato trionfo di Emmanuel Macron alle elezioni amministrative francesi e della assai lusinghiera sconfitta di Jeremy Corbyn alle elezioni politiche nel Regno Unito, quale dei due sceglieranno i socialdemocratici tedeschi come modello da seguire? Come si è chiesto sullo Spiegel il giornalista Jakob Augstein, caporedattore del settimanale di sinistra der Freitag, cosa dobbiamo aspettarci, Jeremy Schulz o Martin Macron? L’esitazione continua fra le due prospettive (per la cronaca, secondo Augstein, Schulz dovrebbe seguire il modello Corbyn) è decisamente controproducente: come ha scritto anche Holger Schmale sulla Frankfurter Rundschau, la conseguenza è l’assenza di un’identità chiara e definita, che consenta agli elettori di individuare una visione coerente e riconoscibile. All’inizio, appena nominato, Schulz sembrava più vicino a Corbyn, con la sua insistenza sui temi della giustizia sociale, e dava l’impressione di puntare dritto alla coalizione rosso-rosso-verde, con Linke e Grünen; dopo il voto locale, però, trovandosi sul groppone tre sconfitte che secondo molti sono figlie proprio di un eccessivo sbilanciamento a sinistra, il candidato della Spd ha fatto una precipitosa marcia indietro e una ricalibrazione verso destra, con, ad esempio, il corteggiamento nei confronti dei liberali della Fdp. Manovre che sanno più di convulsa gestione dell’emergenza che di una prospettiva politica meditata e pianificata, e che rischiano di confondere e deludere l’elettorato.

Che fare, dunque? Una prima risposta la si è potuta avere domenica 25, giorno del Congresso del partito.
 
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Lo stato maggiore della Spd sul palco di Dortmund: da sinistra Thomas Oppermann, presidente del gruppo parlamentare; Katarina Barley, ex segretaria generale e neoeletta ministro della Famiglia; Martin Schulz; il nuovo segretario generale Hubertus Heil e Manuela Schwesig, ex ministro della Famiglia e da qualche settimana governatrice designata del Meclemburgo-Pomerania Anteriore

 
Riunita nella Westfalenhalle di Dortmund, la Spd ha dato il via alla fase cruciale della campagna elettorale, lanciando l’offensiva finale. Più che di presentare i dettagli del programma, però, per i socialdemocratici si è trattato soprattutto di lanciare un segnale: non è ancora detta l’ultima parola. È vero, veniamo da tre inaspettate sconfitte e i sondaggi non ci sorridono (secondo quelli più recenti, il distacco dalla Cdu è compreso fra gli 11 e i 15 punti percentuali), ma non siamo ancora morti, anzi, siamo pronti a lottare: e a interpretare questo messaggio di agguerrito ottimismo è stato soprattutto Gerhard Schröder.

L’ex cancelliere, protagonista della stagione di governo dell’Agenda 2010, ha infiammato la platea con un discorso pieno di coraggio e di speranza. Citando l’incredibile rimonta del 2005, quando i socialdemocratici riuscirono a recuperare in poche settimane quasi tutta la distanza che li separava dalla Cdu, Schröder ha concluso il suo intervento ricordando che «quello che è successo allora può succedere anche oggi» , e lanciando il grido di guerra: «Auf in den Kampf (cioè: “alla battaglia”): Venceremos!».
 
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Gerhard Schröder e Martin Schulz

 
Sul podio è poi salito Martin Schulz, che ha sfruttato l’atmosfera di entusiasmo con un discorso dai toni decisamente più forti rispetto al passato. Molto duro l’attacco a Merkel, su più fronti ma su uno in particolare: quello della cosiddetta “demobilitazione asimmetrica” (asymmetrische Demobilisierung), uno dei punti di forza della Cancelliera. Merkel è infatti estremamente abile non tanto a galvanizzare i suoi elettori, quanto piuttosto a raffreddare quelli altrui: evitando di puntare su scelte radicali che potrebbero scontentare qualcuno, e presentando la sua leadership quieta e affidabile proprio come core del messaggio elettorale, è riuscita a neutralizzare l’urgenza di una svolta e la voglia di cambiamento su cui i suoi avversari avevano sempre scommesso, e ne è uscita ogni volta vittoriosa. “Demobilitazione asimmetrica”, dunque, significa questo: un raffreddamento del dibattito e delle posizioni, ricondotte a poche coordinate genericamente condivisibili, che consente – soprattutto in una fase di relativo benessere – di raccogliere il voto un po’ di tutti, nel comfort di un tranquillo weiter so (“avanti così”) di cui la Cancelliera è indiscussa campionessa mondiale.

Ma è proprio questo aspetto a non andare giù a Schulz, questa narcotizzazione del dibattito, questo rifiuto a prendere posizione durante la campagna: un atteggiamento che il candidato Spd non ha esitato a definire un vero e proprio “attacco alla democrazia”.

È l’immagine di un partito nuovamente fiducioso e unito dietro il suo candidato, quella che esce dal Congresso di Dortmund. Un partito consapevole delle difficoltà ma che non ha perso la speranza, forte del fatto – spesso citato dai suoi dirigenti – che secondo alcuni sondaggi quasi il 60 per cento degli elettori è ancora indeciso: una terra di conquista sterminata che, secondo i piani, dovrebbe rispondere bene all’atteggiamento votato all’attacco emerso dal discorso di Schulz, e che probabilmente costituirà il frame comunicativo dei socialdemocratici da qui a settembre.
 

Gli altri a destra

Con l’ufficializzazione della coalizione di governo che guiderà lo Schleswig-Holstein, un accordo “Giamaica” fra Cdu, Grünen e Fdp, diventa sempre più chiara l’ascesa dei liberali. I sondaggi li danno più o meno in crescita, saldi ormai oltre il 7 per cento, e potrebbero davvero rivelarsi i king-maker di queste elezioni – un ruolo che, probabilmente, condivideranno con i Grünen: entrambi i partiti, infatti, si stanno mantenendo un po’ sul vago riguardo alle alleanze preferibili, proprio perché ben consapevoli che certo, Merkel ha un bel vantaggio, ma nulla è ancora deciso.
 

Gli altri a sinistra

Anche per i Grünen sono stati giorni di Congresso: il partito ecologista si è riunito a Berlino per dare una svolta al trend discendente che lo ha visto protagonista in questi mesi e invertire la tendenza, come ha detto in un’intervista allo Spiegel la candidata Katrin Göring-Eckardt.

I Verdi puntano su un programma in cui le questioni energetiche sono centrali: la rinuncia alla produzione energetica da carbone da realizzarsi entro il 2030, ad esempio, e l’obiettivo – sempre a partire da quell’anno – di commercializzare solo auto elettriche e a emissioni zero. Figurano anche temi sociali, come il matrimonio egualitario per tutti su cui ci sarebbero tra l’altro interessanti convergenze con Spd, Linke e Fdp; ma è soprattutto un messaggio di unità quello che i Grünen hanno voluto lanciare dal palco di Berlino, per ridare speranza a molti militanti delusi.

Messaggio di unità che, però, è durato giusto un paio di giorni.

Winfried Kretschmann, esponente dell’ala più a destra e “realista”, è l’unico Ministerpräsident dei Grünen: è infatti a capo della coalizione nero-verde che governa nel Land sudoccidentale del Baden-Württemberg, ed è dunque una voce piuttosto autorevole nel partito. Bene, qualche giorno dopo il Congresso è girato molto un video che lo vede criticare aspramente i vertici, colpevoli di imperdonabile dilettantismo nell’affrontare questioni serie e complesse (come quella delle auto elettriche, in particolare) e preda di slogan irrealizzabili. «Non avete idea», dice Kretschmann: se vi accontentate del 6 per cento va bene, ma per governare ci vuole ben altro, sia in termini di programmi sia di visione generale.

Il suo entourage minimizza e anzi parla di un vero e proprio atto di spionaggio, ma è innegabile che il suo sfogo rappresenti molto bene la linea di frattura fra le due anime del partito, quella più realista e quella invece più radicale, che continuano a non trovare un punto di fusione effettiva e mettono così davvero a rischio il risultato di settembre.
 
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Winfried Kretschmann

 

Bonus Tracks

A Berlino è stata aperta la prima moschea “liberale”, fondata (e guidata, in qualità di imam) dall’avvocatessa e attivista per i diritti delle donne Seyran Ates: un’iniziativa mirata a combattere il tipo di Islam propagandato dai terroristi e ad aprire sempre più le comunità musulmane ai valori occidentali della tolleranza e dell’illuminismo.

E a Colonia si è tenuta una marcia contro il terrorismo, organizzata dalla ricercatrice Lamya Kaddor e dall’attivista Tarek Mohamad: un’iniziativa tesa a mostrare la presa di distanza, da parte del mondo musulmano, dagli atti di violenza perpetrati in nome della religione.

La manifestazione, però, non ha avuto il successo sperato: si attendevano circa diecimila persone, ne sono arrivate invece meno di tremila.

Per ricordare il “cancelliere dell’unificazione”, decisamente consigliabile una raccolta di saggi, in inglese, sugli anni di governo di Helmut Kohl, sul suo stile e sulla sua eredità: The Kohl Chancellorship, a cura di Clay Clemens e William E. Paterson, esperti di politica internazionale.

Una delle voci più critiche dell’approccio scelto da Kohl per la riunificazione della Germania fu, all’epoca, quella di Jürgen Habermas: il filosofo sosteneva, infatti, che le modalità facessero pensare più a un’annessione da parte della Repubblica Federale che a un vero e proprio processo di rifondazione – che tra l’altro, ricorda Habermas, sarebbe stato necessario visto l’articolo 146 del Grundgesetz, la Costituzione. Non soltanto: la fretta con cui Kohl scelse di cavalcare il momento, approfittando anche della favorevole congiuntura internazionale, aveva portato a concentrarsi quasi esclusivamente sull’aspetto economico, garantendo così una moneta comune e il libero mercato ma tralasciando il lavorìo culturale e politico necessario alla creazione di istituzioni democratiche pienamente condivise. I Länder dell’Est, dunque, si sono ritrovati inseriti in un contesto per il quale, uscendo da una dittatura, non erano politicamente preparati: ciò che Habermas definiva un “deficit normativo”.

Molto utile, per approfondire, Dopo l’utopia, libro-intervista pubblicato all’epoca da Marsilio, in particolar modo i capitoli centrali.

Poi, due libri per capire un po’ di più la Germania.

Uno è perfetto se cercate qualcosa di leggero e divertente, ma non stupido, da leggere sotto l’ombrellone, visto che ormai è quasi luglio: Scusatemi! Sono tedesco, di Detlef Gürtler, giornalista ed esperto di economia fondatore della rivista brand eins. Un essay brillante e ironico, che scherza un po’ con gli stereotipi dei tedeschi che abbiamo in mente sfruttandoli al tempo stesso per spiegare comportamenti, attitudini e “visione del mondo” (Weltanschauung).

Se invece cercate qualcosa di più ponderoso, fatevi un regalo e comprate Germany. Memories of a Nation di Neil MacGregor, ex direttore del British Museum di Londra. Nel 2014 MacGregor ha realizzato con la Bbc una serie di podcast dedicati alla Germania, diventati poi questo libro straordinario, davvero fondamentale per capire questo Paese e la storia, la cultura che si porta dietro. Son più di 500 pagine, ma datemi retta: una volta preso in mano non lo mollate più.

Infine: sapete che cos’è Gamescom?

È la fiera di videogiochi più grande d’Europa, e una delle più importanti del mondo, che si tiene ogni anno ad agosto a Colonia. Un evento fondamentale nel mondo videoludico, visitato da centinaia di migliaia di professionisti del settore e semplici appassionati, che possono provare in anteprima le novità più interessanti.

Bene: quest’anno ad aprire Gamescom ci sarà Angela Merkel.
 
Qui potete recuperare i numeri precedenti

Un ringraziamento poi a hookii.it, che rilancia le nuove uscite di questa newsletter.

Infine, se vi va, mi potete trovare su Il Segnale, insieme a Daniele Bellasio, Francesco Maselli e Gabriele Carrer, per capire qualcosa di più di politica italiana, francese e inglese.

E se proprio non ne avete ancora abbastanza, ho anche un blog, Sutasinanta, dove ogni tanto scrivo di altre cose.

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