Dossier / Elezioni inglesi

May After May

16.06.2017

Nella settimana successiva al voto, deludentissimo per i Tories, nel Regno Unito si è parlato soltanto di un tema: la Brexit. Soft, hard o così hard che forse sarebbe stato meglio rimanere nell’Ue?

Volti rilassati, quelli dei laburisti. A differenza di quelli dei conservatori, che tradivano un po’ di imbarazzo misto alla delusione per il risultato delle elezioni generali della scorsa settimana. Nove settimane fa, quando la premier e leader dei conservatori Theresa May aveva convocato le consultazioni convinta di ricevere una schiacciante investitura popolare, nessuno avrebbe scommesso i suoi due centesimi su questo scenario. Eppure alla prima volta del nuovo parlamento alla Camera dei Comuni l’atmosfera era proprio quella descritta poche righe più sopra, opposta a quanto speravano i conservatori e a quanto era profetizzato da una buona parte dei sondaggisti e dei commentatori. Theresa May ha dovuto sopportare il discorso del leader laburista Jeremy Corbyn che ha ribaltato i suoi slogan elettorali: ora, si vantava Corbyn, era lui l’unico in grado di offrire una «strong and stable leadership», l’unico capace di fronteggiare la «coalizione del caos» tra i conservatori – spaccati su tutto, a partire dalla Brexit per finire con il conto delle ore che restano alla May a capo del partito e del Paese – e gli unionisti nordirlandesi.
Theresa May è infatti divenuta ormai ostaggio delle due ali in competizione nel suo partito, divise dalla stessa questione – forse l’unica – su cui sembravano pronte a unirsi: la Brexit. Durante una lunga seduta di gabinetto, i suoi ministri hanno chiarito alla premier che sarà necessario trovare un consenso tra i partiti a Westminster per poter procedere con le trattative per l’uscita dall’Unione europea. Alla guida del fronte per la Soft Brexit c’è il cancelliere Philip Hammond, convinto che il Regno Unito debba rimanere all’interno del mercato unico europeo e dell’unione doganale. Hammond ha fatto suo il messaggio dell’ex premier David Cameron che, in una conferenza in Polonia, ha caldeggiato un confronto tra tutti i partiti dicendosi sicuro che dopo le elezioni ci saranno maggiori spinte per un’uscita morbida. L’altro fronte è guidato da Michael Gove, tornato nella stanza dei bottoni come ministro dell’Ambiente, che ha ribadito l’impegno dei conservatori a tagliare nettamente i ponti con Bruxelles. Con lui c’è l’ex amico e compagno nella campagna per il Leave, Boris Johnson, che in questi giorni appare più occupato nel quietare le acque interne al partito circa una sua possibile sfida alla leadership della May che preoccupato dagli scenari della Brexit.
Si parla di un accordo in stile norvegese, con il ritorno del Regno Unito nell’European free trade association (Efta), associazione del libero mercato lasciata nel 1972 prima di entrare nell’Ue. Ma un nuovo ingresso nell’Efta comporterebbe il permanere di Londra sotto la giurisdizione della Corte di giustizia europea, prolungando una “sudditanza” che molti deputati conservatori considerano inaccettabile. I laburisti negano contatti con i tory che propongono una Soft Brexit ma continuano a fare appelli al premier affinché abbandoni la retorica del “no deal”. Ciò che è certo è che, ingabbiata dal suo governo, Theresa May dovrà offrire maggiori garanzie a imprese e cittadini, mettendoli al primo posto nella sua agenda negoziale.
Ma Brexit è un processo irreversibile? «Le porte sono aperte», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, ridando speranza a quei remainer che sperano che il Regno Unito possa cambiare idea e rimanere nell’Ue. «Fino a che il negoziato non sarà finito la porta resterà sempre aperta, anche se la decisione è stata presa dal popolo sovrano britannico e va rispettata», ha affermato il capo dell’Eliseo nella conferenza stampa successiva all’incontro con il premier britannico Theresa May a Parigi di martedì. In quell’occasione May ha perso i fogli del discorso ma non ha perso l’agenda: i negoziati per la Brexit inizieranno come da programma la settimana prossima. «La trattativa sulla Brexit continua», ha detto Macron, auspicando un metodo «chiaro»: «Voglio che il negoziato sull’uscita del Regno Unito dall’Ue e sulle nostre relazioni future cominci il più presto possibile e venga condotto in modo coordinato con la Commissione europea». Dal canto suo, May ha sottolineato che Londra intende «mantenere forti relazioni con l’Ue e con i singoli Stati» anche dopo l’uscita, pur senza mettere in discussione l’intenzione di lasciare l’Unione.
Macron e May hanno annunciato un piano d’azione contro terrorismo, la propaganda e i discorsi di incitamento all’odio e al terrorismo su internet. Ma su Brexit, nonostante le porte aperte di Macron, Londra non vuole fare marcia indietro. Infatti, l’83 per cento dei britannici ha votato per un partito (conservatore e laburista) che ha inserito nel suo manifesto la Brexit, senza possibilità di ripensamenti. Cambiano solo gli approcci. E se le elezioni di giovedì scorso hanno un lascito questo appare evidente: la Brexit incentrata sullo stop all’immigrazione promessa da Theresa May non è più sul tavolo.
Così, gli europeisti ai Comuni continuano a sperare nell’uscita morbida e hanno qualche ragione a sorridere. I conservatori sono costretti a chiudere un accordo rinnegando il mantra «nessun accordo è meglio di un pessimo accordo» per evitare che Jeremy Corbyn entri a Downing Street da qui a poco. Infatti, a questo punto qualsiasi accordo che non contempli una fase di transizione e una stretta relazione con l’Ue rischierebbe di portare contraccolpi imprevedibili per i conservatori. Ma ci sono anche i leader laburisti vicini ai sindacati che premono forte sulle garanzie per i posti di lavoro assicurati dall’adesione al mercato unico. Corbyn aveva promesso nel suo manifesto di porre fine alla libera circolazione delle persone ma i vertici del partito sembrano convinti che alla fine prevarrà la difesa dei posti di lavoro. Così, tra gli europeisti a Westminster cresce la convinzione che un solo accordo sia possibile: quello che contempla i contribuiti a Bruxelles e le decisioni del Parlamento europeo sui temi transfrontalieri, che significherebbe gli stessi livelli di immigrazione. Ma a questo punto, non sarebbe meglio il Remain? Se lo chiedono in molti, compresi gli euroscettici delusi dalla sconfitta di Theresa May e della sua linea dura sul divorzio dall’Ue.

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