Dossier / Elezioni inglesi

May chiede l’aiutino (nordirlandese)

09.06.2017

I Tories sono andati al voto per stravincere e poi gestire con più forza la Brexit, ma sono usciti dalle urne più deboli di prima. E ora, per governare, hanno bisogno dell’appoggio del Partito democratico unionista dell’Ulster.

IL pubblica “Fumo di Londra”, la newsletter settimanale sul Regno Unito in tempo di elezioni, curata da Gabriele Carrer. Per riceverla nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

Carrer, insieme con Stefano Basilico, ha scritto anche il libro “Lady Brexit. Theresa May a Downing Street”, appena pubblicato da NR Edizioni, e di cui IL ha pubblicato un estratto.

Scommessa persa. I conservatori di Theresa May sono il primo partito nel Regno Unito ma non riescono a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi a Westminster. La leader tory aveva convocato le elezioni con tre anni di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura per rafforzare la sua maggioranza di lavoro ai Comuni, ferma a 17 deputati. Nel discorso di ringraziamento per la rielezione al suo seggio di Maidenhead, Theresa May ha parlato della necessità di un «periodo di stabilità» per il Paese. Una frase che ha fatto sorridere molti che l’hanno accusata di aver scommesso sulla stabilità del Regno Unito e di aver perso. Theresa May ha fatto sapere di non voler venire meno ai suoi impegni e all’inizio della giornata iniziavano a infittirsi i contatti con il Dup, il Partito democratico unionista dell’Irlanda del Nord. Sommando i loro seggi con quelli dei conservatori la maggioranza ci sarebbe, di 13 seggi (inferiore a quella uscente e, per di più, stavolta si tratta di una coalizione). Alle 12.30 di Londra, il leader conservatore ha visto la Regina Elisabetta (secondo le ricostruzioni dei giornali grande sostenitrice della Brexit) alla quale ha chiesto il permesso di formare un nuovo governo. Parlando al rientro dall’incontro, Theresa May ha ribadito l’impegno a formare un governo per portare a termine la Brexit, confermando che le trattative con l’Ue inizieranno il prossimo 19 giugno. Se accordo sarà tra conservatori e unionisti nordirlandesi, verterà probabilmente sulla linea dura della Brexit. Difficile però prevedere la tenuta di tale coalizione sugli altri punti di governo. Diversi commentatori già parlano di un accordo insostenibile nel medio termine. Ciò che è sicuro è che i risultati hanno sorpreso tutti, mercati valutari compresi.
 
sterlina

Fonte: Bloomberg

 
Intanto, continuano a crescere i problemi interni per la leader del Partito conservatore. È gelo con il suo partito: molti membri del suo governo lamentano di non aver ricevuto sue comunicazioni, mentre diversi ministri sarebbero pronti a sfidare la sua leadership nel caso in cui volesse ammorbidire la Hard Brexit. Nel frattempo, continuano a crescere le richieste interne di licenziamento dei principali consiglieri di Theresa May, Nick Timothy e Fiona Hill, artefici del manifesto e della campagna elettorale.

È stata invece la notte di Jeremy Corbyn, il leader laburista che, sebbene l’establishment del partito gli fosse contrario, nelle ultime settimane di campagna elettorale ha guidato i suoi in una rimonta inaspettata, capitalizzando nelle urne un successo che sembrava impossibile. Non ha vinto e difficilmente verrà incaricato di formare un nuovo governo, ma ha impedito la vittoria a valanga dei conservatori (anche per demeriti a destra) e ha rivoluzionato il partito che fu di Tony Blair e Gordon Brown, mettendo una pietra tombale sulla Terza via e imprimendo una netta svolta a sinistra.

 
risultati

Fonte: BritainElects.com

 

Buone notizie per i conservatori solo a Nord. La leader localedel partito, Ruth Davidson, ha infatti guidato i Tories scozzesi a un risultato storico, strappando diversi seggi ai nazionalisti. Tra questi, anche quello dell’ex primo ministro scozzese Alex Salmond, esponente di spicco dello Scottish national party (Snp).
 
cambiamenti

Fonte: BritainElects.com

 

Dieci appunti su questa sorprendente tornata elettorale.

  1. Il Regno Unito è più diviso che mai. Abbiamo assistito alla più importante spaccatura generazionale nel Paese degli ultimi decenni : i più giovani hanno votato per i laburisti, i più vecchi per i conservatori. E questo rischia di condurre il Regno Unito in un periodo di polarizzazione e instabilità politica cronica.
  2. Theresa May cercava stabilità: ha trovato instabilità. La premier uscente aveva deciso di tornare alle urne dopo aver negato più e più volte la possibilità di convocare nuove elezioni. Voleva quel mandato popolare che le mancava, essendo diventata leader dei conservatori e di conseguenza primo ministro dopo l’addio di David Cameron a seguito della sconfitta del Remain nel referendum sulla Brexit, senza passare da vere primarie. I suoi avversari, infatti, si sono autoeliminati tra guerre fratricide e gaffe. Ha giocato d’azzardo, proprio come il predecessore Cameron. E, come lui, ha perso. A molti Theresa May ha ricordato Sir Edward Richard George Heath, il premier conservatore che nel 1974 convocò le elezioni per rafforzare la sua maggioranza, contro il parere di molti all’interno del partito. Ma il Labour conquistò due seggi in più e, pur non conquistando la maggioranza assoluta, costituì un governo di minoranza dopo le trattative fallite tra i liberali e i conservatori di Heath, che presto si rivoltarono contro il leader che troppo aveva osato. Ma l’affondo più pesante contro Theresa May è arrivato dall’ex leader dell’Ukip Nigel Farage‏ che ha detto: «Corbyn è più forte e sincero di May. Ha conquistato gli elettori del Remain a Londra e quelli dell’Ukip altrove». Duro ma giusto. Poi, più avanti ci si potrà addirittura chiedere quanto sia stata opportuna la scelta di Theresa May di non partecipare (anzi: diciamo pure sottrarsi) ai dibattiti televisivi…
  3. I conservatori sono spaccati. Con Theresa May ferita, c’è chi piange lacrime di coccodrillo. Il primo è sicuramente George Osborne, ex cancelliere e uomo di fiducia di David Cameron, oggi direttore del London Evening Standard dopo la cacciata dalla stanza dei poteri per volere della stessa May e l’addio alla Camera dei Comuni per dedicarsi al giornalismo. In realtà, Osborne è apparso piuttosto felice in televisione durante la nottata elettorale (altro che lacrime, seppure di coccodrillo) e ha accusato Theresa May di aver redatto uno dei peggiori manifesti che i conservatori abbiano mai  presentato. A questo si aggiungono i cameroniani, che hanno più volte lamentato di essere stati emarginati dalla nuova leadership del partito: «Avremmo dato una mano volentieri. Ma non ci hanno voluto». Tra i coccodrilli c’è poi Boris Johnson, capopopolo della Brexit e ministro degli Esteri uscente, pronto a candidarsi alla guida dei conservatori in caso di passo indietro della “figlia del vicario”. Ma sarà fondamentale capire come i conservatori leggeranno il risultato e la scommessa persa da Theresa May: nel caso in cui li riterranno una bocciatura, Boris Johnson non potrà essere il futuro del partito, essendo uno degli esponenti di punta dal governo uscente. Al contrario, se saranno convinti che sia soltanto mancata una personalità carismatica, l’ex sindaco di Londra sarebbe allora sicuramente il favorito in una possibile corsa alla successione della May. Contro di lui potrebbe discendere dal Nord, dalla Scozia, Ruth Davidson, pronta a capitalizzare l’ottimo risultato dei conservatori scozzesi di cui è leader. Lei si è detta non interessata a Westminster, per ora. Ma che cosa accadrebbe se, in caso di corsa alla leadership, si candidasse qualcuno (magari Amber Rudd, segretario agli Affari interni) che propone la Soft Brexit con permanenza nel mercato unico? I conservatori rischierebbero una guerra fratricida senza precedenti.
  4. Il leader laburista Jeremy Corbyn è il vincitore. Il corbynismo ha vinto, il blairismo è morto. La percentuale di voto popolare ottenuta dal partito sotto la sua guida è superiore non soltanto a quella conquistata nel 2015 dal già “più a sinistra” Ed Miliband, ma anche a quella che ha portato al governo i conservatori di David Cameron sempre due anni fa. Corbyn ha detto di aver cambiato il sistema e il volto della politica britannica. E ha ragione: ha messo una fortissima ipoteca sul partito, mettendo a tacere il fronte più liberale e moderato che lo accusava, alla luce del suo radicalismo di sinistra, di essere impresentabile agli occhi dei britannici. La sua vittoria coincide con la sconfitta del blairismo, dell’idea di una sinistra liberale e sociale, aperta al mercato. Tra le priorità del suo programma, infatti, c’era un pacchetto di ri-nazionalizzazioni in stile anni Settanta. Non sembra esserci così più spazio nel Labour per i liberali, destinati a rimanere senza casa viste le difficoltà dei liberaldemocratici. Rimane una domanda: la sinistra socialista è in grado di conquistare la maggioranza?
  5. Nessuno vuole governare con i conservatori. I liberaldemocratici l’hanno messo nel manifesto programmatico, i laburisti non se lo sognano neppure, così come l’Snp. L’unica chance è il Partito unionista democratico dell’Irlanda del Nord, euroscettico e di destra, che rifiuta di parlare con i laburisti fintantoché Corbyn, in passato solidale con i terroristi dell’Ira, sarà a capo del partito. L’intesa potrebbe essere abbastanza agevole sulla Brexit, meno su temi economici e sociali.
  6. Nessuno può prevedere che cosa accadrà alla Brexit. Con questa composizione del Parlamento è impossibile fare calcoli sull’agenda dei negoziati (dovrebbero iniziare il prossimo 19 giugno), ma anche sulla natura stessa del divorzio alla luce delle proposte così diverse tra i partiti: i conservatori vogliono una Hard Brexit, i laburisti una Soft Brexit, i liberaldemocratici un secondo referendum. Quello che sappiamo è che 8 elettori su 10 hanno detto sì alla Brexit: queste sono le cifre sommando il voto popolare ottenuto da conservatori (sostenitori di una versione più dura del divorzio) e i laburisti (che nel manifesto hanno promesso la permanenza nel mercato europeo).
  7. Londra è europeista ma corbynista. I seggi di Londra sono finiti nelle mani dei laburisti. Forse per timore della Brexit, il mondo della finanza non si è fidato dei conservatori ma si è consegnato a Jeremy Corbyn, con un passato di acceso euroscettico, la cui riluttanza a sostenere pienamente il Remain è annoverata da buona parte degli analisti tra le cause della vittoria del Leave. Anche perché, come abbiamo visto in queste settimane, è un formidabile uomo da campagna elettorale. Forse, quella del Remain non era una causa a lui molto cara.
  8. La Scozia è più vicina. I risultati in Scozia con l’arretramento dell’Snp e l’avanzata di partiti unionisti, conservatori e laburisti, sembrano mettere la pietra tombale sulle possibilità di un secondo referendum sull’indipendenza scozzese (che, dicono i sondaggi, fallirebbe come quello del 2014).
  9. L’elettorato dell’Ukip sembra essersi diviso perfettamente tra laburisti e conservatori. In maniera abbastanza sorprendente visto che questi ultimi avevano praticamente adottato il manifesto proposto dal partito di Farage nel 2105. Si tratta di un quadro assai diversi da quello delle elezioni locali di inizio maggio in cui le proposte di destra sociale del partito di Theresa May avevano convinto buona parte dei sostenitori dei nazionalisti. Sembra la dimostrazione concreta che se i conservatori vogliono governare devono farlo dal centro e da destra. Intanto, Paul Nuttall, leader dell’Ukip, ha annunciato le dimissioni. Poche ore prima Nigel Farage, uno degli architetti della Brexit, ha detto di star considerando un suo ritorno in campo.
  10. Il Project Fear non funziona. Come era già capitato nel caso del referendum sulla Brexit, profetizzare l’apocalisse in caso di vittoria dell’avversario causa solo danni. È successo a Theresa May che, dopo aver dipinto laburisti, nazionalisti scozzesi e liberaldemocratici come i i «nemici del popolo» e la «coalizione del caos» ha rischiato di vederli tutti assieme a guidare il Paese. A tal proposito, i conservatori sono divisi su una nuova tornata elettorale nel giro di poco tempo: da una parte c’è chi pensa che le cose non possano che peggiorare, dall’altra chi invece è convinto che il caos altrui possa portare alle urne un numero maggiore di elettori conservatori.

 

Bonus: Il Fixed Term Parliaments Act del 2011 è di nuovo in azione: senza la maggioranza dei due terzi del Parlamento il governo non può indire nuove elezioni. In questa situazione politica sarebbe clamoroso se Labour e Snp decidessero di appoggiare un’eventuale richiesta dei conservatori. Difficilmente quindi si tornerà alle urne e il futuro del Regno Unito appare così ancora più incerto.

Chiudi