Il grande romanziere è cresciuto in una famiglia appartenente a un gruppo protestante ultrarigorista. Dopo un’infanzia e un’adolescenza ubbidienti, si è allontanato dalla setta e da ogni credo per poi tornare ad avere qualche prudente curiosità per la religione in anni più recenti. Ha raccontato questo aspetto della sua vita in un lungo testo per la rivista “Granta”, che ora esce in volume in traduzione italiana per EDB. Ne pubblichiamo l’incipit

Da bambino non avevo il permesso di andare al cinema. Ce n’era uno in Cowbridge Road, a Cardiff, non lontano da casa mia, e quasi tutti i ragazzi che conoscevo ci passavano la domenica mattina a guardare film senza pretese, serie con i cowboy e i razzi spaziali, Robin Hood e il cane Lassie. Oggi sono colpito da un lampo d’immedesimazione quando, in Proust, leggo del giovane narratore che scruta con desiderio i manifesti teatrali esposti sulle colonnine pubblicitarie di Parigi.
In compenso frequentavo la biblioteca pubblica, che stava nella stessa strada del cinema, un centinaio di metri più in là. È probabile che in questo modo abbia imparato molto di più rispetto ai miei amici che andavano al cinema, ma era un fatto che all’epoca non apprezzavo troppo. Il divieto, al contrario, mi lasciava indignato.
Nel nostro ambiente, ci chiamavamo la Congregazione oppure, a volte, la Chiesa di Dio, ma il mondo ci conosceva come i Plymouth Brethren, i Fratelli di Plymouth. Il movimento si era separato dalla Chiesa d’Inghilterra nel XIX secolo. Gruppi di questo genere hanno la stessa natura fissile dei trotzkisti e le divisioni, di conseguenza, si erano susseguite alle divisioni. Ero nato nei Confratelli della Verità Necessaria, che prendevano nome dalla nostra rivista, Needed Truth, “La Verita Necessaria”.
“Verità” è una parola importante nelle sette protestanti. Il loro testo di riferimento è Il viaggio del pellegrino di John Bunyan, un’allegoria che ha tra i suoi eroi un personaggio di nome Prode-pel-vero. Il dovere dei credenti non consiste soltanto nella ricerca della verità, ma nella sua proclamazione, da compiere con coraggio anche – o specialmente – come atto di sfida verso ogni fallace pretesa di ortodossia. “Protestantesimo” è un termine che va preso alla lettera, perché contraddistingue pur sempre un movimento di protesta.
Mio padre e suo fratello avevano sposato due ragazze che erano cugine tra loro, così da congiungere tre famiglie già abbastanza ampie. Quasi tutti i membri del clan che ne risultava appartenevano alla Congregazione, compresi i miei quattro nonni. Erano proibite le nozze con persone che venivano dall’esterno.
Ogni setta ha bisogno di un suo gergo. Noi non avevamo chiese ma “sale”, le funzioni si chiamavano “incontri”, la congregazione era “l’assemblea” e gli anziani prendevano il nome di “sovrintendenti”.
Di domenica si andava all’incontro per tre volte, e in alcuni casi anche di sabato pomeriggio. Gli adulti partecipavano ad almeno un’altra serata durante la settimana. Avrei anche potuto farcela, ma da una certa età cominciai a non sopportare più il rigido puritanesimo della setta.
In casa non avevamo televisore, né radio o giradischi. Erano tutte cose “mondane”, termine che per noi rivestiva grande importanza. Mi sentivo spesso dire: “Non siamo cittadini di questo mondo”, un’espressione che riprende la Lettera di Paolo ai Filippesi, dove si legge: «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli». La frase era interpretata nel senso che non dovessimo iscriverci a partiti politici o sindacati, né arruolarci nell’esercito o entrare in associazioni di qualsiasi tipo. La Congregazione prestava più attenzione alle futili regole di Paolo che non alla magnanima saggezza di Gesù.
Un’altra brutta parola era “piacere”. Non si frequentavano teatri, concerti o eventi sportivi. Ricordo ancora di quando mi fu spiegato che era più che giusto andare alla fiera dell’auto per acquistare un pullmino per l’evangelizzazione, ma sarebbe stato sbagliato passare una giornata là dentro solo per ammirare le macchine, perché in quel caso non sarebbe stato altro che “piacere”.
Anche andare nella chiesa di un’altra denominazione era un peccato bell’e buono, specie se si trattava di un altro ramo dei Fratelli.
La ribellione adolescenziale di mio padre aveva preso proprio questa forma, come venni a sapere molto tempo dopo. All’età di quindici anni papà partecipò a un incontro degli Open Brethren, gli Aperti. Ora, la distanza tra le loro convinzioni e le nostre era pressoché impercettibile. Un confratello proveniente da un’altra città era ammesso al nostro incontro solo se esibiva una lettera di presentazione firmata dai sovrintendenti della sua assemblea. Gli Aperti, al contrario, avrebbero accolto chiunque affermasse di appartenere alla Congregazione, senza praticare alcun controllo: da qui il loro appellativo. Non sono a conoscenza di ulteriori differenze. Nonostante questo, mio padre finì seriamente nei guai.

Ken Follett

Cattiva fede. Bad Faith

EDB 2017
80 pagine, 7,50 euro

 

Nel libro, che esce oggi nelle librerie, ci sono anche il testo originale in inglese e un’introduzione di Alessandro Zaccuri
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