Dopo gli attacchi islamisti del 2015 in Francia e quelli successivi, in Belgio e altrove, siamo più chiusi e paurosi, quindi più deboli. Pubblichiamo un’anticipazione de “Il buio su Parigi. Oltre la cronaca nei giorni del terrore” (Rubbettino), in cui l’inviata di Sky TG24 racconta in prima persona quel periodo e come l’Europa sia cambiata sotto i suoi occhi negli ultimi due anni.

La sera del 23 marzo 2016 a Bruxelles, dopo una giornata passata in giro a raccontare le evoluzioni dell’inchiesta e il lutto della città, abbiamo concluso le dirette ancora una volta a Place de la Bourse. Era da poco passata la mezzanotte, avevo restituito la linea allo studio per l’ultima volta quel giorno, lasciato in camera il pezzo per la notte e poi mi sono guardata intorno e mi sono resa conto che la piazza era vuota. Sulla scalinata del palazzo della Borsa c’era solo un gruppo di ubriachi che ridevano, urlavano e cantavano cori da stadio. Nessuna veglia notturna. Nessun via vai ininterrotto di gente comune che viene a omaggiare le vittime, nessuna preghiera in più, nessuna lacrima in più. Eccola la differenza più frustrante rispetto a Parigi: la solidarietà che si attenua. L’abitudine all’orrore. Mohamed Abrini, l’ultima “canaglia del canale”, amico d’infanzia degli Abdeslam, viene arrestato l’8 aprile. A differenza di Salah, chiuso ormai dal giorno dopo la sua cattura in un inespugnabile silenzio e in una fede incrollabile, Abrini parlerà con gli inquirenti, fornendo dettagli importanti sull’organizzazione e sulla dinamica degli attentati e degli esecutori.

L’epilogo di Salah e Abrini mette fine alla parabola di sangue iniziata il 13 novembre, ma già ispirata dagli attacchi di gennaio. I soldati della morte di Parigi e Bruxelles sono, infatti, diretta emanazione della cellula di Verviers, scoperta pochi giorni dopo le stragi di Charlie Hebdo e dell’Hyper Cacher dalla polizia belga, una cellula che stava preparando un attentato imminente in Belgio per dare man forte ai “fratelli” che avevano agito in Francia, una cellula già allora scelta, nutrita e coltivata da Abdelhamid Abaaoud che, scampato al blitz di Verviers, ha passato i mesi a seguire a selezionare e a istigare tra la Siria e il Belgio i suoi nuovi adepti poi mandati a morire allo Stade de France, nei caffè attorno a Republique, al Bataclan, all’aeroporto di Zaventem e nella metro di Maelbeek. Un commando del terrore che si temeva fosse solo il primo. Un nuovo modello di combattimento pronto a essere ripetuto da altre parti, attacchi coordinati e ravvicinati, contro luoghi della quotidianità, difficili da presidiare o anche solo da immaginare come obiettivi. Tutto questo potendo attingere a un nutrito bacino di foreign fighters, addestrati al massacro. Figli dell’Europa usati contro l’Europa. Uno scenario che ha lentamente mutato la paura in panico: come ci si può difendere da una minaccia così pervasiva e indefinita? La risposta a questa domanda di rado è la solidarietà. Per definizione si tende la mano a qualcuno quando si è in una posizione di vantaggio, ma quando nel baratro ci siamo finiti anche noi, l’istinto ci guida anzitutto a salvare la nostra di pelle. L’imperativo è trovare le forze per risalire la china, mettendo una gamba avanti all’altra senza accollarsi ulteriori pesi, persone, cause. Un individualismo che ho visto emergere lentamente e manifestarsi nei successivi episodi che hanno insanguinato l’Europa.

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La profezia più funesta alla fine non si è realizzata. Lo Stato islamico si è rivelato molto più debole delle aspettative. Nessun esercito della morte pronto a colpire. Nessun attacco coordinato. Dalle tenebre di una mancata integrazione, di una richiesta d’asilo negata, di uno squilibrio mentale già conclamato sono emersi, invece, i cosiddetti “lupi solitari”. Nizza, Rouen, Berlino e poi Londra raccontano le storie tragiche di iniziative singole e anche i mezzi utilizzati: camion e auto lanciati contro la folla, coltelli, pugnali e machete sono il risultato di un’evidente difficoltà per gli estremisti di procurarsi armi più convenzionali. Merito in parte di un lavoro di intelligence e prevenzione coordinato che porta i suoi frutti, forse anche di un boicottaggio dei canali classici della criminalità organizzata nei confronti del terrorismo di matrice islamica, sicuramente di un progressivo indebolimento dell’Isis, che perde posizioni e adepti anche nelle sue roccaforti in Siria e in Iraq. Eppure, questo non ha impedito il lento deteriorarsi della comune compassione. A ogni nuovo attacco, il cordoglio e il lutto è durato sempre meno, le voci di unità e rivalsa hanno risuonato sempre più fievoli. Messi ciclicamente di fronte all’orrore abbiamo semplicemente imparato a chiudere gli occhi più rapidamente.

«Un male incerto provoca inquietudine, perché, in fondo, si spera fino all’ultimo che non sia vero; ma un male sicuro, invece, infonde per qualche tempo una squallida tranquillità» – scriveva Alberto Moravia – e una fredda indifferenza, aggiungerei io. E ciò che è peggio è che in ogni candela che non viene accesa, in ogni istinto a proteggere anzitutto il proprio pianerottolo, in ogni sguardo sospettoso, in ogni porta che si chiude, in ogni muro che si alza c’è un avamposto conquistato dall’armata del terrore, un manifesto della fragilità della società occidentale da poter mostrare vivido a chi è indeciso se arruolarsi negli squadroni del fondamentalismo. La paura germogliata dalle ceneri e dal sangue di Parigi, primo atto di una guerra che ci siamo ritrovati improvvisamente in casa, una guerra in cui ognuno di noi si è riscoperto potenzialmente vittima, quella paura si è rivelata un tarlo capace di erodere le giunture della nostra società, fondata negli ultimi 60 anni sui cardini dell’accoglienza, dell’inclusione, sulla scommessa di un continente unito e dunque più forte. Anche questo c’è dietro un’Europa che si sfalda, anche questo ci spinge verso il rifugio illusorio offerto dai populismi e dai nazionalismi, anche questo ci ha colpevolmente anestetizzato di fronte alle sofferenze altrui, rinvigorendo un egoismo che difficilmente potrà essere foriero di un’evoluzione, perché, come la storia insegna, l’assioma più pericoloso, da cui hanno succhiato linfa estremismi, conflitti e indicibili genocidi, si basa su due semplici parole messe in contrapposizione: “Noi-Loro”.

Giovanna Pancheri

Il buio su Parigi. Oltre la cronaca nei giorni del terrore

Rubbettino 2017
156 pagine, 15 euro

 

In libreria dal 14 luglio
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