Nella Grotta dei Santi, in provincia di Grosseto, un gruppo di scienziati si isola dal mondo per un mese per studiare i resti della specie che ci ha preceduti e che viveva nell'anfratto a picco sul mare 50mila anni fa

La Grotta dei Santi, in provincia di Grosseto, è l’unico sito preistorico italiano dove i ricercatori si isolano per un mese dal resto mondo. Porto Ercole è a mezz’ora di navigazione. La caverna, a picco sul mare. Ci si alza e si va a dormire con i rondoni che nidificano e strillano lì dentro. Nelle tende, la notte, anche quando le onde accarezzano appena la scogliera, si sperimenta l’effetto centrifuga perché la volta di pietra fa da cassa di risonanza. Al risveglio, stalagmiti, lastre calcaree e concrezioni rocciose sfumate di verde hanno forme a cui non riesci a dare nome e proporzione: barcolli fino a prepararti un caffè sui fornelli da campo. Sette ore al giorno, un generatore elettrico incastrato tra gli scogli ronza come un Cessna e permette di accendere le lampade e di ricaricare i computer. Per il resto, si vive negli avari giochi di luce che concede il sole prima di risprofondare tra acqua e montagne. Corpi e stoviglie si lavano nel Tirreno, dopo essere scesi tra i massi per dieci metri di dislivello.

«Ma questo è il solo modo per sentire la loro presenza», dice Adriana Moroni, ricercatrice dell’Università di Siena e responsabile degli scavi. «Di vivere tra di loro». Si riferisce ai neandertaliani, che hanno occupato la grotta tra i 50 e i 40mila anni fa, quando la temperatura media era di vari gradi più bassa di quella attuale. Gli uomini di Neanderthal sono i nostri parenti più stretti, comparsi nel vecchio continente 200mila anni fa e spariti una manciata di millenni dopo il nostro arrivo in Europa. I primi altri. «La mia idea è che là dove noi tendiamo a esteriorizzare, loro fossero più proiettati all’interno». È solo una sensazione, ammette Moroni. Nonostante alcune teorie cerchino di dimostrare il contrario, non esistono prove inconfutabili di un pensiero simbolico neandertaliano. O per lo meno, non esistono quelle che noi siamo abituati a considerare prove: nessun dipinto rupestre, nessuna statuetta, nessuna collana.

«In realtà non possiamo sapere se avessero una qualche forma di espressività artistica, che magari non si è conservata. Per me l’importante è mettersi in testa che il nostro modo di vedere e comunicare l’universo, di essere intelligenti, non è l’unico possibile». Indica Giada, il suo border collie che scodinzola tra le taniche. «Lei capisce al volo il mio umore soltanto da come muovo mani e occhi. Ma quando lei mi lecca io che cosa capisco, veramente, di quello che prova?». Nel sangue eurasiatico scorre qualche punto percentile di DNA neandertaliano. Ci siamo accoppiati, li abbiamo assorbiti. «Un’ulteriore testimonianza della nostra vicinanza biologica. Ma non va sottovalutato l’effetto farfalla. Una minuscola differenza può ingenerare conseguenze abissali». Immaginiamo, per esempio, come sarebbe oggi il mondo se per qualche ragione l’evoluzione avesse premiato i dislessici. Uomini tali e quali a noi, soltanto dislessici nella loro totalità. Niente documenti, tradizione scritta, Stele di Rosetta. Niente Storia.

Però anche le tracce dei Neanderthal, a loro modo, ci parlano. Le cortecce porose, che i ricercatori risciacquano nelle bacinelle sulla riva, sono in realtà ossa frantumate per raggiungerne il midollo. Di uri, cavalli, stambecchi, rinoceronti. Mancano le parti terminali delle zampe: probabilmente cominciavano a macellare i grandi mammiferi sul luogo di caccia, portavano qui dentro solo i pezzi più buoni. Ci sono pure frammenti di calliste e di cozze. Il mare, durante l’occupazione paleolitica, restava a cinque chilometri. Erano i Neanderthal a portare qui le conchiglie, per cibarsene? Chissà. «Anche noi per mangiare dobbiamo arrangiarci: organizziamo conferenze e raccogliamo sponsorizzazioni locali», dice Adriana.

I neandertaliani hanno messo a punto una tecnica di lavorazione della pietra perfetta e, in tutta la loro lunga storia, l’hanno mantenuta inalterata. «Questo ci induce a pensare che abbiano mantenuto inalterato anche il loro schema mentale». Non ci sono rivoluzioni neandertaliane, geni neandertaliani. «Ma naturalmente si tratta del punto di vista di un Sapiens», precisa Moroni. «Il calcare cavernoso di cui è fatta la grotta è inadatto a fabbricare strumenti. La materia prima doveva essere reperita fuori dalla cavità. Tuttavia i neandertaliani utilizzavano per la maggior parte selce raccolta nelle vicinanze: i loro spostamenti non dovevano avvenire su territori troppo vasti», dice Sem Scaramucci, dottorato di ricerca a Siena sulle materie prime litiche.

La forma degli strumenti in pietra neandertaliani viene predeterminata accuratamente fino dalle prime fasi della scheggiatura grazie a un’apposita preparazione del blocco di materia prima (nucleo) che consente di ricavare supporti standardizzati. Lo sfruttamento del nucleo avviene secondo piani paralleli. «Invece i primi uomini moderni giunti in Europa dall’Africa, come gli uluzziani, scheggiavano la pietra con procedimenti diversi. Soprattutto ottenevano prodotti più versatili, che venivano fissati in manici e aste di legno per ottenere svariati utensili e armi. Questo significa, nel caso dei neandertaliani, maggiore investimento tecnologico nella fase della scheggiatura che si traduce in una produzione di oggetti “eleganti” dotati intrinsecamente di ottime caratteristiche ergonomiche», dice Adriana Moroni. Eppure, di certo, pochi millenni dopo l’arrivo dei Sapiens, i neandertaliani sono scomparsi. Li abbiamo sterminati? Assorbiti? Battuti sul piano della competizione per le risorse? O che altro? Chissà.

Proprio grazie alle caratteristiche dell’industria litica, e ai dati di cronologia assoluta, sappiamo chi furono gli occupanti della Grotta dei Santi. Non ci sono né resti umani né sepolture. Non è nemmeno chiaro quali fossero, e se ci fossero, dei veri e propri rituali funebri neandertaliani. «A differenza delle sepolture del Paleolitico superiore, quelle neandertaliane non contengono corredi funebri», dice Giulia Capecchi, dottorato di ricerca in antropologia fisica. A scavare, ci sono anche archeologi di microfauna, paleontologi, laureandi, per un totale di tredici persone. «È un numero verosimile per un clan neandertaliano», dice Vincenzo Spagnolo, anche lui fresco di dottorato ed esperto di organizzazione spaziale degli accampamenti preistorici. «Un clan troppo piccolo per un accoppiamento interno, purtroppo», scherza. «La società era fluida, con passaggi da un gruppo all’altro. Possibile ci fosse un campo base centrale, circondato da piccoli insediamenti satellite per spedizioni mirate». Viktor, studente francese, dice: «Stando qui per settimane ho sviluppato un senso di appartenenza tribale, ho riscoperto una territorialità atavica. Quando sentiamo una barca avvicinarsi scattiamo tutti giù sugli scogli, anche se razionalmente basterebbe una sola persona per dire agli incursori di allontanarsi».

Eppure, capita che l’anno del Signore 2017 irrompa con prepotenza. Una bionda rifatta si sbraccia dal tender di uno yacht, a una ventina di metri dalle stoviglie appoggiate sulla scogliera. «Ma che bellino», grida. «Ma che l’è, un ristorantino?».

Qualche giorno dopo, una coppia di cinquantenni distinti si avvicina in motoscafo. Una studiosa, sporca di terra rossa e ferrosa, sta appendendo i panni a una corda tesa tra due rocce.

«Ma che fa?», urla la signora.

«Stendo».

«In una grotta?».

«Sono una scienziata».

«Sì, certo», la signora ostenta una risata. «Una squatter sei te!», e il motoscafo riparte.

O, ancora, un sub crede di aver scovato un approdo deserto e, fatti pochi passi sgraziati con pinne e maschera, si vede correre incontro Giada, inferocita. I due si guardano un istante senza comprendersi, e scappano da dov’erano venuti, lui in giù, lei in su.

Le interferenze della civiltà, tuttavia, sono poche.

Dodici facce di cui imparare a memoria i lineamenti, la pelle perennemente condita dal Tirreno, uno stesso ambiente che si abbraccia in un solo sguardo, per un mese, esaurire parole e argomenti e starsene in silenzio a sentire la marea notturna e gli uccelli, che non dicono niente. «Ci sentiamo a casa, realizzati», fanno gli studiosi. La speranza è che dei Neanderthal non condividano anche la sorte. L’unica a percepire uno stipendio è Adriana Moroni, che porta dalla sua cucina a qui pentole e fornelli, dal suo soggiorno tavoli e sedie. Reperire finanziamenti per questo tipo di ricerca è difficile, quasi impossibile. «Io faccio quanto è in mio potere perché i ragazzi si meritano tanto. Vorrei che ci si accorgesse della loro grande professionalità, acquisita attraverso anni e anni di studio. Sono necessari borse di studio e assegni di ricerca». Generosità? «No, lo faccio per me. Tutti noi abbiamo bisogno di riempire il vuoto, di dare un senso alla vita. E in fondo anche io sono irrimediabilmente Sapiens».

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