Journal / Orologi

Alpinismo e tecnologia

IL 94 07.08.2017

Simone Moro sul Kangchenjunga

Ale D’Emilia

Simone Moro, unico ad aver scalato quattro ottomila in inverno, ha aiutato Garmin a sviluppare il Gps watch Fenix 5, che usa in alta quota

Simone Moro ha scalato quattro ottomila in inverno, mai nessuno prima di lui: Shisha Pangma, Makalu, Gasherbrum II e Nanga Parbat, lo scorso anno. La stagione più difficile è la sfida perfetta, che non permette sbagli, per questo bergamasco di quasi 50 anni che ha iniziato ad andare sull’Himalaya nel 1992: «Da allora, ho partecipato a 55 spedizioni, e sono sempre tornato», racconta prima di decollare pilotando un elicottero, sua altra passione e professione.

Moro è tornato da poco da una spedizione sul Kangchenjunga con Tamara Lunger che prevedeva l’attraversamento di tutta la cresta. Alla fine, i due hanno rinunciato. «Ho perso troppi amici che non hanno saputo farlo o lo hanno fatto troppo tardi. La rinuncia è una grandissima virtù», dice. Moro affronta la montagna in stile alpino, senza ossigeno, con pochi compagni: un’arrampicata leggera. La dotazione minima tecnologica per una scalata himalayana è: «Telefono satellitare, macchina fotografica e Fenix 5 di Garmin». Un Gps watch che Moro ha contribuito a sviluppare: «Prendo gli strumenti, li uso, do un feedback. Per esempio, ho chiesto maggiore chiarezza nelle impostazioni: aiuta nelle situazioni estreme, quando in alta quota sei un po’ annebbiato. O di tenere l’altimetro barometrico oltre a quello satellitare, perché ti dà la tendenza metereologica. O di aggiungere la rilevazione Gps a intervalli di tempo maggiori: in quota vado lentissimo, non serve a ogni secondo». Ma come si ricaricano i dispositivi? «Al campo base c’è un piccolo generatore o i pannelli solari. In alta quota abbiamo batterie di ricambio molto piccole ad alto voltaggio, da 40 o 50mila milliampere».

 

Simone Moro sul Kangchenjunga

Ale D’Emilia

La tecnologia è una delle cose che più sono cambiate rispetto a quando Moro ha cominciato a frequentare il Nepal: «Nel 1992 il telefono satellitare pesava 20 kg e un minuto di chiamata costava 20 dollari», ricorda. «È cambiato molto anche il modo di comunicare». Soprattutto, non c’erano i social, uno strumento che l’alpinismo ha imparato a conoscere: «La voglia di narrare, di coinvolgere si è rivelata un’arma a doppio taglio. La gente ti scrive, ti chiede, si offende: rischi di rimanere intrappolato in dinamiche cittadine. Sul Kangchenjunga avevo l’inReach di Garmin che trasmetteva la mia posizione a un portale, dove chi voleva poteva seguirmi. E poi una volta alla settimana facevo una telefonata che veniva registrata e un disegnatore si immaginava la mia situazione. Io che pure ho usato molto i social, sto facendo marcia indietro. Nell’orgia di comunicazioni non voglio che si perda l’oasi di libertà e silenzio che è per me l’alpinismo».

La tecnologia non ne ha mutato l’essenza: «È sempre l’arte di sopravvivere: per raggiungere la cima e tornare a casa. È un compromesso tra abilità umane e strumenti come una tuta calda, un Gps. Ma l’uomo resta protagonista. Con il Fenix 5 mi è capitato di trovare nella nebbia la mia tenda, fondamentale per sopravvivere, evitando i crepacci perché avevo registrato il percorso prima. Ma se avessi delegato al solo Gps non so se sarei arrivato: ce l’ho fatta perché ho memorizzato alcuni dettagli della via. La tecnologia è indispensabile ma non sostituisce l’uomo. In alcuni punti, non ti viene comunque a prendere nessuno». L’elicottero chiama. Progetti futuri? «Un’avventura invernale, in un luogo diverso dal solito»

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