Un formidabile saggio spagnolo può ridestare la “sindrome dei libri a frammentazione”

Ero convinto di esserne uscito. Mi sentivo ormai sicuro di poter leggere uno di quei libri che sono costruiti come un grande viaggio letterario — e addirittura uno molto bello fra questi libri — senza finire con una scimmia di carta sulla spalla. Senza rischiare il dissesto finanziario nel tentativo di sfamarla. E senza dover affrontare quella miscela di compassione e riprovazione che vedo allargarsi negli occhi di chi ha appena sbirciato nel sacchetto in cui qualche pusher ha appena infilato qualche volume improbabile.

Ero davvero convinto di esserne uscito. Poi ho iniziato La España vacía di Sergio del Molino. E mi sono ritrovato di nuovo vittima della sindrome del libro a frammentazione, cioè di un libro che a ogni giro di pagina, come le omonime bombe, fa partire una scheggia e cioè l’insopprimibile e immediata necessità di leggere un altro libro e poi un altro e poi un altro ancora soltanto per il fatto che sono citati in un testo così appassionante. Libri, sia ben chiaro, che quasi mai, fino a un secondo prima, avrebbero potuto suscitare in me il benché minimo interesse. Mi si perdoni l’autobiografismo: chissà che la gogna autoinflitta non funzioni come terapia.

Tutto è iniziato molto tempo fa con La Svizzera degli scrittori, una bella raccolta di saggi di Peter von Matt (sì, è vero, se questa è la premessa, vuol dire che uno se le va a cercare). Al tempo, di elvetico, avevo letto soltanto un paio di romanzi brevi di Friedrich Dürrenmatt e, credo, Homo faber di Max Frisch. Forse anche qualcosa di Robert Walser? Può essere. In ogni caso, dopo aver tracannato in un solo sorso 159 delle 414 pagine del libro di von Matt, ecco la domanda: «Ma che senso ha leggere un libro, pur così interessante e ben scritto, se non si ha idea alcuna degli autori di cui parla?». In sé, il quesito appare innocuo. Anzi, sano. Una lettura ne stimola un’altra. È il criterio con cui moltissimi hanno costruito le loro biblioteche fisiche o immateriali. Poi, però, c’è la variabile “nevrosi”. Per almeno un paio di anni ho letto soltanto libri svizzeri. Decine di libri svizzeri. No, se come tutti i tossici inizio a mentire, la terapia non funzionerà: ho letto più di duecento romanzi di autori svizzeri, uno dietro l’altro.

Mentre cercavo di rendermi degno di proseguire nella lettura de La Svizzera degli scrittori, ho incontrato vere meraviglie: Maria Rosaria Valentini (che è italiana, ma vive da molto tempo in Canton Ticino), Arno Camenisch, Friedrich Glauser e Charles-Ferdinand Ramuz, per citare un solo scrittore per ciascuna delle quattro lingue della Confederazione. Ma ho anche compilato e spuntato lunghe liste di cui mi vergogno, ho letto una montagna di robaccia immonda (certo, che fosse robaccia lo si capiva già dalla copertina, ma nella quarta di quella stessa copertina c’era scritto «È nato a Gambarogno» o «Vive nel Canton Sciaffusa», quindi…) e ho speso un patrimonio. Sono certo che se Armando Dadò, editore locarnese de La Svizzera degli scrittori, avesse sospettato di aver pubblicato un tanto sanguinario libro a frammentazione, con correttezza elvetica, sulla mia copia non avrebbe scritto il prezzo «24 franchi», ma «24+circa 2.500 franchi» (il calcolo si basa sul ricordo di aver molto sfruttato il canale remainders).

 

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La sindrome mi ha poi colpito molte altre volte. Fino a quella che sembrava una graduale guarigione. In tempi più recenti, ad esempio, lo strepitoso Anime baltiche di Jan Brokken (Iperborea) aveva avuto un effetto collaterale modesto e piacevole: la lettura degli otto romanzi tradotti in italiano di Eduard von Keyserling che sono molto brevi e in realtà sono nove — ma l’ultimo, pubblicato da Bietti nel 1932 e poi mai più, si intitola Case crepuscolari e questo mi ha fatto un po’ paura. In ogni caso, il prezzo corretto da stampigliare sulla mia copia di Anime baltiche avrebbe quindi dovuto essere, quantomeno, «19,50+80 euro».

Ma la vera illusione è poi arrivata con Galizia di Martin Pollack (Keller). Questa quasi frastornante scorribanda letteraria nell’Europa orientale (sì, si parla di quella Galizia, non di quell’altra, iberica, in cui sgorgano le torme di turisti che si fingono pellegrini sul Camino de Santiago) è un libro bellissimo. E la traduzione di Fabio Cremonesi è scintillante. E c’è addirittura una bibliografia finale. Ma questa volta niente. Nessuna scheggia. Nessun acquisto supplementare. «Certo che almeno Le botteghe color cannella di Bruno Schulz…». «No, neanche Bruno Schulz! Sono guarito. Guarito perfettamente».

 

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Poi, ecco La España vacía — la traduzione di questo saggio narrativo sarà prossimamente pubblicata da Sellerio, che di Sergio del Molino ha già in catalogo il potente romanzo Nell’ora violetta. Per chi è appassionato di cose iberiche La España vacía, cioè “la Spagna vuota”, è un capolavoro. È un ibrido di perlustrazione letteraria, saggio antropologico, racconto storico, memoir, reportage giornalistico, atlante sentimentale. E parla della Spagna interna, aspra e sempre più disabitata, cioè di tutta quella Spagna che si sente davvero tale — le due Castiglie, l’Aragona, l’Estremadura, la Rioja — e che è appunto vuota e dimenticata. Il nume tutelare del libro è Don Chisciotte. La Spagna vacía, infatti, è la sua terra.

Per un po’ ho resistito. «No, Gustavo Adolfo Bécquer non lo leggo!». Eppure del Molino ne parla, e come ne parla!, per molte pagine… «No, il poeta romantico spagnolo dell’Ottocento non lo leggerò!». E così è stato. Ma quell’Adam Zagajewski che è irresistibilmente citato mentre parla di Leopoli? «La Galizia, un’altra volta! Ma non eravamo nella Spagna vuota? Ma è una provocazione!». Comunque, Tradimento di Zagajewski l’ho comprato e letto. Ma quel Juan Benet a cui si fa riferimento del tutto en passant, ma proprio nella stessa riga in cui è citato en passant anche Thomas Bernhard — dico, Thomas Bernhard! — con cui peraltro non c’entra nulla? Già autoinflitti due romanzi seducenti e del tutto illeggibili di Benet, comprati sussurrando a un libraio come durante l’acquisto di un porno zoofilo: passi per Nella penombra (Adelphi), ma non si chiede ad alta voce un volume di 480 pagine, Ritornerai a Región, che è noto come una specie di Finnegans Wake spagnolo e che è pubblicato dall’editore mestrino Amos, sconosciuto ma evidentemente spericolato. E Ramón del Valle-Inclán, che non avevo mai affrontato? Già comprato (quattro titoli) e letto (solo due, finora). E Miguel de Unamuno, che va ulteriormente approfondito? E Julio Llamazares? E un saggio sul carlismo? L’unico sollievo nasce dall’aver già letto, a suo tempo, le mille pagine de Il giorno del Watusso di Francisco Casavella, che con la Spagna vuota non ha niente a che fare — è ambientato in Catalogna — ma è citato ne La España vacía con un paio di frasi incuriosenti e quindi sarebbe stato a rischio.

Naturalmente, se avessi ceduto davanti ai molti riferimenti a Benito Pérez Galdós — che, sì, è uno degli imprescindibili della letteratura spagnola, ma ha scritto, tra le altre cose, un famoso “ciclo” (gli Episodios nacionales) composto da quarantasei romanzi — mi sarei sentito in pieno diritto di trascinare in tribunale, per circonvenzione di incapace, l’editore de La España vacía. Che comunque mi ha già fatto spendere almeno il sestuplo dei 23 euro dichiarati come prezzo di copertina. In ogni caso, visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, e quindi nelle note a piè di pagina, no, non ho mai letto il Don Chisciotte. E, tra l’altro, ora che ci penso, non ho più finito neanche La Svizzera degli scrittori.

Sergio del Molino

La España vacía

Turner 2016
292 pagine, 23 euro

 

La traduzione italiana sarà pubblicata da Sellerio nel 2018
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