Perché il 91enne volto inconfondibile di più di 200 film potrebbe trionfare al Festival di Locarno con il bellissimo “Lucky”

Sessant’anni esatti di carriera (dall’esordio come il soldato Miller ne La Pista dei Tomahawks nel 1957), più di duecento film all’attivo (con apparizioni in classicissimi come Il Padrino II e Fuga da New York, Alien e Paris, Texas, Paura e delirio a Las Vegas ma anche Il miglio verde o un cameo negli Avengers) e ora — verrebbe da dire finalmente — un film tutto per lui, su di lui. Si intitola Lucky (verrà distribuito anche in Italia da Wanted, in autunno) e nelle parole del direttore del Festival di Locarno Carlo Chatrian è «il viaggio spirituale di un 90enne ateo» scritto e pensato per (ma anche recitato da) Harry Dean Stanton. Se il suo viso scarno, rugoso, scavato dal tempo e dalla vita è uno dei più riconoscibili del cinema americano, la sua interpretazione in Lucky è di quelle che colpisce dritta al cuore. All’apparenza Lucky vive la vita di tanti altri anziani, solo e senza molto da fare, in un’anonima cittadina in the middle of nowhere (in questo caso il deserto californiano). Una prima sigaretta appena suonata la sveglia (seguita da molte altre durante la giornata), un po’ di yoga controvoglia e poi lunghe camminate tra il bar e il drugstore locale, intervallate dagli imperdibili appuntamenti con le parole crociate e i suoi amati quiz televisivi. Finché un giorno, a turbare questa perfetta e quasi immobile routine, arriva una caduta, di quelle senza motivo — se non ricordare al protagonista la sua ovvia mortalità.

Copyright: @Locarno Festival

Lì qualcosa cambia, Lucky scopre di essere lonely (solitario) ma non alone (solo) e il film diventa allora anche il pretesto per raccontare la storia di tutte quelle piccole comunità locali che formano il tessuto più autentico e forte degli Stati Uniti d’America. Una storia vera, vien da dire, citando non a caso il film (A straight story) diretto da David Lynch alla fine degli anni ’90 in cui proprio Harry Dean Stanton ha una piccola parte, come l’aveva avuta in precedenza in due altri capolavori del visionario regista del Montana, Cuori Selvaggi e Fuoco cammina con me. In Lucky la coppia si riforma, questa volta entrambi attori diretti da un altro attore al suo debutto dietro la macchina da presa (John Carroll Lynch) e con il Lynch più famoso a recitare il ruolo di Howard, affezionato cliente del bar di paese al pari del protagonista, tremendamente angosciato dalla scomparsa della sua amatissima testuggine (ribattezzata President Roosevelt). Un animale che, nella sua quasi immobilità, ricorda proprio il lento incedere del trattore di Una storia vera sulle strade blu USA raccontate da William Least Heat Moon, ma rimanda anche al susseguirsi inesorabile e ripetitivo dei giorni che passano.

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Senza rinunciare (spesso) a far sorridere, Lucky è un film che non nasconde i suoi lati riflessivi e perfino filosofici, permeati da una nostalgia sottotraccia più piacevole che malinconica, di chi tanto ha vissuto e quindi può permettersi di indulgere nei ricordi. Per questo Harry Dean Stanton ne è il perfetto protagonista, l’unico possibile e il migliore, alla luce delle sue 91 primavere appena compiute e di una vita davvero da film che lo ha visto — prima soldato (durante la Seconda Guerra Mondiale) e poi attore (a Hollywood) — incarnare in prima persona due ruoli fondanti di quell’America “da rendere di nuovo grande”, non solo a parole. Pescano allora a piene mani nella biografia di HDS le battute e i dialoghi più belli del film, quasi tutti recitati al bar (potrebbe essere il Dan Tana’s, vero rifugio della Hollywood dei bei tempi). Qui, al marine come lui reduce di guerra incrociato al bancone, Lucky rivela il significato del suo soprannome, mentre al gestore che lo accoglie ogni giorno dedica sempre il solito, strambo saluto — identico (rivelano i due sceneggiatori Logan Sparks e Drago Sumonja) a quello riservato al responsabile del valet parking da Ago, altro storico ritrovo di chi conta a Hollywood.

Harry Dean Stanton è tra questi — e non da oggi: Francis Ford Coppola e Ridley Scott lo hanno voluto sul loro set, ma lo stesso vale per John Milius e Wim Wenders, mentre Debbie Harry desiderava tanto ballare con lui («I wanna dance with Harry Dean», cantavano le Blondie in I want that man). Lui — racconta ancora Sparks — «quando si sentiva solo telefonava a un suo amico e poggiava il ricevitore sul tavolo», una vicinanza muta ma palpabile. «All’altro capo della cornetta — magari rossa, come nel film — c’era Marlon Brando».

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