Per Netflix il regista ha trasformato il suo film d'esordio (del 1986), in una serie tv. Riuscirà a mantenere lo spirito dell'originale ambientandolo ai giorni nostri?

L’ultima fatica del prolifico Spike Lee è stata Chi-raq (2015), un musical in rima ispirato alla Lisistrata di Aristofane che univa in vincolo virtuoso femminismo e campagna anti armi. Era anche il primo film in assoluto prodotto dagli Amazon Studios. Forse proprio perché passato ingiustamente in sordina, per il suo nuovo progetto Lee è stato reclutato da Netflix. Dal 23 novembre lancerà la serie tratta dal suo film d’esordio She’s Gotta Have It (1986), costato pochissimo, girato in 12 giorni, che incassò 7 milioni di dollari e segnò un capitolo cruciale della storia afroamericana. Rivisto oggi, l’originale è ancora in-cre-di-bi-le. Sul serio.

Quasi interamente in bianco e nero (la serie sarà a colori), si presenta come un “documentario” su una ragazza, Nola Darling, e la sua allergia per la monogamia. È una che sa il fatto suo – «gli uomini si dividono in due categorie: quelli decenti e i cani» – ma è anche passionale, emancipata – «Certi mi dicono che sono una freak, ma io non credo nelle etichette». Esce con tre uomini: Jaimie, galante ma con la fissa dell’anima gemella; Greer, belloccio ed egomaniaco; Mars, spassoso, imprevedibile però infantile (ora sarà ispanico: anche nell’originale era un “regaz” di quartiere, interpretato da Spike Lee che inventò così il suo alter ego ossessionato dai Knicks e testimonial Nike insieme a Michael Jordan). Lee aveva coinvolto come attori anche la sorella Joie e il padre Bill, bassista jazz e compositore della colonna sonora, interpunzione elegante e orecchiabile che dirige il tono tragicomico della storia. Questa volta il regista ha lanciato un appello per reclutare musicisti che collaborassero alla serie.

Quante altre cose cambieranno? Senz’altro una scena di stupro, che Lee criticò duramente a posteriori. Escluso ciò, il film è davvero un’esperienza liberatoria e galvanizzante per una spettatrice (soprattutto, immagino, se afroamericana). Una sfida sarà tradurre questo sentimento nel presente: in apertura si inquadra il ponte di Brooklyn, evitando deliberatamente lo skyline di Manhattan e portando invece in primo piano Dumbo. Ambientato per lo più a Fort Greene, She’s Gotta Have It è anche un film sull’orgoglio brooklynite (incluse testimonianze pre-gentrificazione su Bed Stuy, area all’epoca marginale ora epicentro del fermento cultural-creativo).

Sapendo che il film è stato tra i primi a raffigurare afroamericani come cittadini cosmopoliti e alla moda, chissà come Lee trasporterà i suoi personaggi in quest’evoluzione urbana, oggi che un film immenso come Moonlight può finalmente vincere l’Oscar.

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