Explicit / Non fiction

La vendetta di Zeno

31.08.2017

via Museo Sveviano

Svevo intinse la penna nell’inchiostro del rancore e diede vita a un nuovo genere letterario, il solo che gli consentisse di scrivere il capolavoro che aveva nel cuore. Un estratto da “Il manifesto del libero lettore” (Mondadori)

Giacomo Debenedetti amava raccontare di quella volta che, invitato a Trieste a tenere una conferenza su Proust, venne salutato dal favore della stampa locale entusiasta di accoglierlo nella città del “Proust italiano”. L’allusione era a Italo Svevo naturalmente, fresco del tardivo quanto stupefacente successo francese ottenuto dal suo Zeno. Così Debenedetti si ritrova in sala Italo Svevo in persona, irritato, a quanto pare, dal non sentirsi nominato, tantomeno accostato a Proust.

«Traboccante di felicità – commenta Debenedetti con malizia – di una felicità insieme stupita e conscia, per la gioia che gli era giunta, Svevo era in quegli anni infantilmente avido di sempre nuove lodi e onori».

L’aneddoto serve a Debenedetti per demolire, qualora ce ne fosse bisogno, il cliché del “Proust italiano” che contribuì parecchio alla fortuna di Svevo, ma anche al fraintendimento di cui fu fatta oggetto la sua opera. Un paragone che Debenedetti giudica «insostenibile».

Non è mia intenzione dilungarmi oltre su questo aspetto del problema. Dopotutto non c’è raffronto letterario che alla fine non risulti inconsistente. Il “Proust italiano” dovrebbe suonare alle orecchie del libero lettore, e di chiunque abbia un po’ di sale in zucca, non meno ridicolo del “Dante sudafricano” o dello “Shakespeare giapponese”. Oltretutto anche il raffronto più lusinghiero è un insulto al solo appannaggio dell’artista: la cruda, inviolabile unicità del suo stile.

Se ne parlo è perché mi pare che il contributo di Svevo alla narrativa non si esaurisca nell’adesione entusiasta alla rivoluzione estetica apportata al romanzo all’inizio dello scorso secolo da Titani del calibro di Proust, Joyce e Kafka. La grandezza di Svevo è quella assai più interessante degli antesignani, quella spavalda degli inventori. In un certo senso lui ha creato dal nulla un genere letterario che avrebbe spopolato soprattutto nel secondo dopoguerra. Si fa fatica a immaginare i capolavori di Philip Roth, Giuseppe Berto o Saul Bellow, tanto per citarne alcuni, senza Zeno. Immagino che nessuno si sarebbe stupito se Svevo avesse intitolato il suo famoso libro “Il lamento di Cosini”, “Il male oscuro di Zeno” o “Il dono di Speier”.

(…)

Il perno della vita di Svevo è di certo la decisione di mollare la carriera di romanziere cui rimarrà fedele per due decenni.

C’è una schiera non troppo nutrita e assai significativa di scrittori che, per un certo tempo della vita, e talvolta persino fino alla morte, ha scelto di appendere la penna al chiodo. Alcuni hanno proprio smesso di scrivere, taluni semplicemente di pubblicare, altri ancora hanno sacrificato le ambizioni artistiche sull’altare della saggistica o dell’impegno politico-umanitario: Rimbaud, Valéry, Tolstoj, Melville, Salinger, in un certo senso lo stesso Sartre che scelse di ripudiare la narrativa.

Difficile capire risoluzioni così drastiche, tanto più che ciascuna ha un movente diverso. Fu una crisi religiosa, che lo colpì proprio nel pieno della stesura di Anna Karenina, ad allontanare Tolstoj dalla letteratura, anche se non riuscì a essere fedele fino in fondo al suo proposito di rinnegare una straordinaria vocazione artistica. Ma Dio solo sa se ci provò. Possiamo immaginare che la decisione di Salinger di ritirarsi per sempre dalla vita pubblica (perché dare alle stampe un manufatto letterario è a suo modo un’opera pubblica) sia figlia del misto di orgoglio, disgusto e nevrosi suscitato dal longevo successo planetario ottenuto dal solo romanzo che riuscì a terminare.

La triste vicenda di Melville ha il pregio di avvicinarci al nostro tema. Non raccontiamoci sciocchezze: l’insuccesso è una brutta bestia per chi scrive. Il fiasco letterario è un trauma paragonabile solo a una grande delusione sentimentale o a un lutto. Ci vuole una titanica fiducia in se stessi, una dose massiccia di disinvoltura e autoironia per non gettare la spugna. Un libro che non vende, di cui pochi si accorgono, ti svuota e ti fa vergognare. Non è solo questione di vanità, di amor proprio, sebbene entrambi c’entrino, eccome. Quando viene meno la speranza che anima gli artisti, il patto implicito sottoscritto con il lettore (io scriverò e tu mi leggerai), il romanziere si sente come il pittore che si accorge di aver esposto i suoi quadri in un museo buio. Non tutti hanno la perseveranza con cui Singer si ostinò a scrivere i suoi romanzi in una lingua morente, o la spavalderia di Stendhal di scommettere sulla posterità.

Svevo di certo non ce l’aveva. A dispetto di molti colleghi della sua generazione, quando si trovò a optare tra una vita bohémien e una comoda esistenza borghese, abbracciò quest’ultima con convinzione. Rampollo di una buona famiglia ebraica, contrasse un matrimonio con una donna facoltosa. Si distinse come uomo d’affari abile e cosmopolita, e premuroso family man. I due romanzi scritti nella giovinezza, passati crudelmente inosservati, vegliavano su di lui quale monito a non riprovarci, a contentarsi di ciò che aveva: l’aspirazione alla gloria letteraria era come il sale per il cardiopatico, lo zucchero per il diabetico. Ecco il terreno morale in cui germoglia La coscienza di Zeno. L’eccesso di entusiasmo per il successo ottenuto da quell’opera così originale, rimproveratogli da Debenedetti, non è altro che il senso di trionfo di chi sa di aver consumato la sua vendetta sulla vita. Poteva il suo capolavoro non recarne subdola traccia quasi a ogni riga?

Non si considera mai abbastanza il posto occupato dalla vendetta nell’ispirazione artistica. Le opere migliori suonano spesso come una meschina delazione a danno di un ambiente che l’artista conosce sin troppo bene. Valga per tutte l’esempio dantesco: cos’è l’Inferno se non un enorme macigno che uno dei massimi geni letterari di sempre ha sentito l’esigenza di togliersi dalla scarpa? Se la giurisprudenza medievale avesse contemplato il reato di diffamazione, temo che Dante avrebbe speso il poco che aveva in avvocati.

Di recente Philip Roth ammoniva:

«Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita».

Da sempre la scrittura è un oggetto contundente nelle mani di un sociopatico.

Talvolta questo gretto intrico di sentimenti viene tematizzato in forma esplicita: pensate al Conte di Montecristo o a Kill Bill. Più spesso è un umore diffuso, uno state of mind. È facile figurarsi Flaubert che, dal suo eremo normanno, scrive pieno di odio, sghignazzando della bêtise universale.

Girard ha mostrato come i capolavori della narrativa siano molto spesso un atto di accusa contro le menzogne romantiche.

Immagino che La coscienza di Zeno, qualora lo avesse preso in considerazione, gli avrebbe offerto parecchi spunti. La penna svelta di Zeno è intinta nell’inchiostro del rancore. Come ogni risentito di buon gusto Zeno sa come dissimulare i suoi sentimenti, per questo è così omertoso e menzognero. Gli piace farsi passare per malato sebbene goda di ottima salute, e per buontempone malgrado sia un vile egoista incline alla maldicenza (come ciascuno di noi, del resto). Usa le bugie per dire la verità, e l’auto-denigrazione per discolparsi e per accusare capziosamente gli altri. Il perfetto paziente per una psicoanalisi. Non c’è niente di meglio della terapia per spingere qualcuno a sparlare a cuor leggero di sé, di genitori e parenti vari, della donna amata o del rivale in amore. Il che spiega perché Svevo l’abbia scelta per dare voce al suo personaggio più riuscito. C’è chi sostiene che volesse fare la parodia dell’analisi freudiana, metterla alla berlina; mi pare più plausibile dire che se ne sia servito per dar vita a un nuovo genere letterario, il solo che gli consentisse di scrivere il capolavoro che aveva nel cuore.

Alessandro Piperno

Il manifesto del libero lettore. Otto scrittori di cui non so fare a meno

Mondadori, 2017
156 pagine, 18,50 euro
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