Fatevi raccontare l’Italia da chi non parla ancora col ditino alzato

All’inizio dell’estate ho partecipato a La Città Incantata, un festival di fumetto, illustrazione e animazione a Civita di Bagnoregio curato da Luca Raffaelli. Civita è un borgo medievale eroso dal vento che soffia nella sua valle: è soprannominata la città che muore. La notte, tornando al borgo dalla città nuova, in quel paesaggio d’incanto, ho sentito due dei migliori fumettari della mia generazione raccontarsi a vicenda che da ragazzi sentivano le voci nella testa. Uno dei due ha detto a me e all’altro che un giorno decise di non scacciare dalla mente la voce furiosa per provare a capire cosa stesse dicendo. Mi sembra di ricordare che non ne venne a capo. Durante il fine settimana in compagnia di questa diversa specie di narratori sono stato felice. Le loro chiacchiere erano ispirate e prive del “dover essere” che condiziona noi scrittori fin dalla prima volta in cui ci viene rinfacciato di non essere Italo Calvino. Queste persone piene di talento e immaginazione — Tuono Pettinato, Rita Petruccioli, Fabio Tonetto, Ratigher, Taddei e Angelini, LRNZ — mi mostravano un mondo parallelo in cui talento e immaginazione non vengono oberati dal dovere di predica. Nelle pause, in camera, leggevo i loro libri: la storia di un Suv talmente a prova di degrado che può diventare una prigione (Monolith di LRNZ/Recchioni/Uzzeo); il memoir dell’artista da bambino intelligente e pieno di emozioni (Il magnifico lavativo di Tuono Pettinato); le avventure di un Anubi dio egizio emigrato nella provincia italiana, tra eroina e mosche da bar (Anubi di Taddei-Angelini). Ciascuno dei libri è a sé, si sguinzaglia da sé dove meglio crede, ma presi nell’insieme fanno quel che si chiede agli scrittori intellettuali: raccontare il passato, il presente e immaginare con libertà dove stiamo andando. Riflettendo su questi libri e sui tanti fumetti di autori della mia generazione che ho letto in questi anni, ho cominciato a fare questo ragionamento: a eccezione di ZeroCalcare e Gipi, i talenti del fumetto italiano non sono considerati intellettuali al pari di noi scrittori, che scriviamo libri come si deve e ragioniamo a proposito del mondo e della cultura sulle pagine dei giornali. Eppure questi artisti stanno ripensando l’immaginario italiano.

Un paio di anni fa, Ratigher ha vinto il Premio Micheluzzi per Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. È una “storia di provincia” come se ne leggono tante nei nostri romanzi. Ma ha un tocco magico. Parla di adolescenza, amicizia tra ragazze, ribellione e malattie gravi. I dialoghi sono sfuggenti e stilizzati, profondi e demenziali: Ratigher ha uno stile da cui qualunque scrittore italiano potrebbe imparare. Le sue ragazzine sono brutte, seducenti, irriducibili, mammone. Il libro è accompagnato da un adesivo che scherza con il problema di ribellarsi: «We are not girls, we are silver-bullets for your middle-class brains». Ragazzine che si credono a caccia di borghesi-vampiri. (Recentemente, Ratigher ha sostituito il gigante Igort alla guida dell’editore Coconino). Qualche mese fa Paolo Bacilieri ha pubblicato Palla, storia d’amore dall’atmosfera mista tra Pier Paolo Pasolini e l’artista americano Charles Burns, dove un uomo si innamora vergognosamente di una palla di materia organica che gli comunica con la telepatia. Parla di telepatia anche L’intervista, capolavoro di Manuele Fior (peraltro candidato agli ultimi Eisner Awards con un altro libro): un Nord-Est provinciale del futuro prossimo, un mondo pulito, ossessionato dalla sicurezza, dove una mente superiore arriva a conquistare o plagiare le altre menti per proporre una speranza in un futuro più armonico. Nelle sue pagine, un’Italia solare, medievale e con un tocco di fantascienza anni Sessanta, un’architettura slanciata e vuota che fa pensare a Michelangelo Antonioni.

 

Civita di Bagnoregio

Il motivo per cui trovo questi intellettuali in incognito più radicali e importanti di noi scrittori non dipende dal talento — quello lo abbiamo anche noi — ma dall’aria di libertà che si respira nel loro mondo e che sicuramente dipende in parte dal fatto che nessuno si aspetta da loro alcuna direzione spirituale (tranne forse da ZeroCalcare?). Nessuno cerca tra le loro fila un nuovo Elio Vittorini, un’Elsa Morante, un Alberto Moravia, figuriamoci un Pasolini (succedere ad Andrea Pazienza sarà un’esperienza simile? Lo chiederemo a loro). Se si chiede a questi artisti un’eco dello spirito post-punk di Frigidaire, sembra più un incoraggiamento che una forma di castrazione: Angelini e Taddei, gli autori di Anubi, hanno appena pubblicato un libro che ricorda le atmosfere di Ranxerox, la mostruosa storia di futuro borgataro di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore, uno dei classici della cultura italiana. Il libro di Angelini e Taddei si chiama Malloy, gabelliere spaziale e il suo protagonista è un esattore fiscale interplanetario che è la caricatura di quel fascismo interiore italiano raccontato da film come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto o Il conformista. Ogni tanto noi scrittori riceviamo degli inviti a partecipare a riviste o antologie. La premessa è spesso che noi intellettuali possiamo, con la cultura e l’immaginazione, separare il grano dal loglio in un mondo che va a rotoli, e raccontare quelle piccole realtà del mondo presente che meritano, secondo noi, di essere salvate. Denunciare, distinguere, redimere. È il fardello dello scrittore intellettuale italiano erede del Novecento: a te rimane la sensibilità, in questo mondo brutto e distratto, e tu puoi riscattare quelle forze buone da cui rinascerà la speranza. Lo scrittore è l’unica fonte di lucidità. E benché nel fondo noi scrittori italiani siamo quasi tutti marxisti, e dunque dovremmo concentrarci sui rapporti di forza economici, nei fatti ci trattiamo come curatori del bello e del buono per salvare la poca brava gente della nazione dall’avanzata dei barbari. È una visione eroica della storia e cerca compulsivamente di trasformare gli intellettuali in eroi, di costringere gli ZeroCalcare a diventare dei Saviano. È una visione lontana dalla realtà. Serve a consolare e intrattenere una carovana diretta verso la fine del mondo eurocentrico.

Per immaginare il futuro e cogliere il presente è necessario voler farne parte, averne sete, curiosità. La posizione dell’intellettuale italiano oggi è complicatissima: al fine di conservare la nostra aura ci tocca parlare come se ci facesse schifo tutto tranne le piccole cose buone — le “buone pratiche”, le comunità locali. Cose che in effetti mi piacciono molto. Se da un lato il côté novecentesco è ancora necessario per un intellettuale occidentale, allo stesso modo, davanti a certe riunioni di riviste o di redazione, provo la chiara sensazione che con queste premesse — sentendoci sempre i più bravi e i più buoni invece che i più appassionati al mondo e i più inventivi — noi scrittori non potremo offrirvi l’immaginazione forte e sincera che possa farvi intravedere il futuro incerto in cui ci stiamo avventurando.

 

Il manifesto dell'edizione 2017

Gli artisti di cui ho scritto qui non si esprimono ancora col ditino alzato. Sono spericolati e riescono spesso ad aprire le porte della percezione. Non posso fare una lista completa, ma basterebbe partire dall’avanguardia e la provincia nell’opera di Alessandro Tota (Fratelli,  Il ladro di libri con Pierre Van Hove), l’antifascismo picaresco di Alessio Spataro (Biliardino) e Lorena Canottiere (Verdad), il cosmonauta di Toni Bruno (Da quassù la Terra è bellissima), la maternità tatuata e vulnerabile di Nicoz Balboa (Born to lose), lo psicotico Viaggio a Tokyo di Vincenzo Filosa, e ancora Sara Colaone (Leda), Flavia Biondi (La generazione), Roberto La Forgia (Il signore dei colori)… È un elenco incompleto, fatto da un esterno: per avere un’idea più precisa bisogna leggere riviste come fumettologica.it o Hamelin.

Per quel che riguarda noi, il punto è che questi intellettuali che non sanno di esserlo ci stanno disegnando in tempo reale, non semplicemente accusandoci di non essere all’altezza di qualche precedente generazione dorata che ha fatto la guerra o ha costruito il Paese o combattuto per la giustizia. Questi artisti stanno dipingendo fantasiosamente la realtà come la sentono. Ogni tanto qualcuno diventa mainstream e viene sistematizzato, anche contro la sua volontà. Sono più utili così, presi prima che le loro vignette e i loro segni diventino rito annacquato.

La società civile, tutto sommato, continua a chiedere agli intellettuali di esprimersi sul mondo. Abbiamo le nostre pedane più o meno alte su cui salire per dire ad alta voce cosa crediamo stia accadendo. Il fatto che decine di scrittori raccontino l’Italia agli italiani che leggono giornali e riviste, mentre soltanto un paio di fumettari o poco più hanno pulpiti simili, è uno spreco di genio.

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