Si può ridere (anzi, si deve ridere) della Summer of Love del 1967 a San Francisco. Ma bisogna riderne nel modo giusto

Esattamente cinquant’anni fa, nei mesi estivi del 1967, il movimento hippie iniziò la sua prima, profumata e inebriante fioritura a San Francisco, California. È un’epoca di cui potete ridere — di cui anzi dovreste ridere, come segno della vostra intelligenza — ma non dovreste riderne troppo — o, per meglio dire, dovreste riderne nel modo giusto, ricordandovi che il riso è saggezza ed estasi, e non nel modo sbagliato, con la risata sguaiata della cultura commerciale, di Hollywood, della perfidia corporate e della morte. Ma dov’ero rimasto? Avevo iniziato la prima frase del mio articolo. Quello che volevo dire è questo: cinquant’anni fa sbocciava la Summer of Love e, sebbene voi ne possiate ridere — ecco dove mi ero perso — non dovreste pensare che tutte quelle sue assurdità fossero indistintamente ridicole, anche se forse il ridicolo era intrinseco a quel mondo, e al suo scivolamento in su, o aufhebung verso l’alto, Die Knospe verschwindet im Hervorbrechen der Blüte. Ma, oh mio Dio!, lasciatemi provare di nuovo.

Volevo dire che in quei giorni, finite le scuole superiori, vivevo in Page Street a San Francisco, a pochi passi dall’incrocio tra Haight e Ashbury, che era il centro mondiale del cosmo hippie. E ogni pomeriggio, quando tornavo a casa dopo aver scaricato libri in un magazzino di libri, mi facevo inghiottire da una folla di persone che, a giudicare da come erano vestite, sembrava fossero arrivate nel quartiere di Haight-Ashbury direttamente dalla guerra franco-prussiana o dalle badlands degli Apache o da un pellegrinaggio induista o da un villaggio messicano o da un convegno di uscieri, per perdersi in fantasticherie mistiche simili a — a che cosa erano simili? Per provare a scoprirlo, compravo in Haight Street il più hippie dei giornali hippie, l’Oracle di San Francisco, un mensile che usciva meno spesso di una volta al mese. Solo che l’Oracle era incomprensibile. Altrimenti, racconterei che cosa c’era nelle sue pagine. Comunque, lo leggevo avidamente. Ho notato che, a quanto pare, non mi dispiace leggere cose che non capisco. È una capacità che ho acquisito nel quartiere di Haight-Ashbury. È una buona cosa.

L’essere hippie era un’esplosione della condivisione. Gli hippie erano solidali gli uni con gli altri, non soltanto in California ma in tutto il mondo. I guidatori hippie caricavano gli autostoppisti hippie. Però, qual era la base di questa solidarietà? Credo che fosse una questione di ridere in modo selettivo. Nel 1967 Ronald Reagan, l’attore di Hollywood, fu eletto governatore della California con un programma di destra e disse: «Un hippie è qualcuno che assomiglia a Tarzan, cammina come Jane e puzza come Cheetah». L’essere hippie era un riconoscimento collettivo del fatto che anche soltanto il ritmo della battuta di Ronald Reagan era orrendo. L’essere hippie era un fremito di disgusto per la stucchevole falsità di questo tipo di battute. Era un fremito di disgusto per le convinzioni sentimentali — un disgusto per l’autocompiacimento — un disgusto, soprattutto, per la terrificante mancanza di odore.
Il disgusto degli hippie, in ogni caso, era ironico e l’ironia era la loro genialità.

(Traduzione di Guido De Franceschi)

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