Dopo il libro e dopo il film, il 6 ottobre arriva finalmente “Suburra”, la prima produzione italiana di Netflix, ambientata nella capitale. Un gioco di specchi con la realtà

Dopo sette giorni di pioggia ininterrotta su Roma, Suburra si chiudeva con la caduta del governo Berlusconi (12 novembre 2011). Non sappiamo come si aprirà la serie in arrivo a ottobre, ma non è escluso che esca in concomitanza di una rocambolesca vittoria elettorale di Berlusconi. Un modo come un altro per cercare un gioco di specchi con la cronaca ora che la giustizia ci ha lasciato orfani di Mafia capitale. Tutto molto ridimensionato. Addio Coppola, addio Scorsese, bentornata “banda del trucido”. Repubblica, il Fatto e Netflix ci avevano investito parecchio ma anche i giudici hanno dovuto ammettere che Buzzi e Carminati non erano all’altezza delle aspettative.

La serie però potrebbe fare tesoro di un anno vissuto pericolosamente in mano al Movimento Cinque Stelle. Lo diceva pure “il Samurai” Claudio Amendola quando andava in giro per talk show a promuovere il film: «La città è malata, ora tocca ai Cinque Stelle e secondo me governeranno almeno dieci anni». Con dieci anni così potremmo fare sei stagioni. Perché la Roma di Virginia Raggi garantisce una continuità in salsa eco-fantasy con la decadenza post-apocalittica della Roma di Sollima. Gli autori potrebbero attingere a piene mani al complotto dei frigoriferi abbandonati, alla funivia senza appalti, alle chat su WhatsApp, ai gabbiani che troneggiano sulle piramidi di «materiali post-consumo», come amano definire la mondezza i Cinque Stelle. Tanto, come diceva il refrain del film, «non sono stato io, è stata Roma» (che per il mercato inglese diventava un più concreto e sinistro «Rome will fall» – tranquilli, ci stiamo impegnando).

La prima produzione originale di Netflix in Italia arriva dieci anni dopo Romanzo criminale, da tutti considerato come una svolta per la fiction italiana. Suburra invita quindi al bilancio di un decennio decisivo per la crescita della nostra serialità, un periodo scandito da progetti impensabili prima dell’arrivo di Sky e Netflix. Romanzo criminale, Gomorra, 1992, The Young Pope raccontano una nuova era della produzione audiovisiva italiana e dimostrano che un’altra fiction è possibile. Messe insieme, disegnano un’epica nazionale equamente divisa tra Roma, Milano, Napoli. Un’epica costruita nel segno del crime, del noir e in generale di un ritrovato rapporto con la scrittura di genere, a eccezione del progetto di Sorrentino. The Young Pope prolunga semmai nella serialità televisiva la mitologia della Grande bellezza, brand pensato per il mercato americano da sempre sensibile ai rilanci delle anticaglie felliniane (Roma, la Chiesa, il Papa, i cardinali con gli occhiali da sole, le suore, i nani). Vedremo se il pubblico preferisce la Roma trascendentale, quella criminale o un incrocio tra le due qual è Suburra. Di certo, la serie chiude simbolicamente e rilancia questa prima stagione della nostra fiction proiettandola nel mercato globale dei cento milioni di abbonati Netflix.

Suburra, la serie tv di Netflix

Suburra, la serie tv di Netflix

«È la prima volta che dirigo una serie e ho accettato perché le serie tv ora sono il simbolo più alto della produzione cinematografica», confessa Michele Placido nei panni dello showrunner. Alla guida di Suburra però ci è finito in modo rocambolesco, con un curioso gioco di specchi tra Romanzo criminale e Suburra (Sollima diresse la serie dal film di Placido che ora ha girato la serie dal film di Sollima). Il regista di Acab e Suburra è stato chiamato per dirigere Soldado, il sequel di Sicario, sostituendo all’ultimo momento Denis Villeneuve finito nel frattempo a Blade Runner 2, così eccoci a Michele Placido, uomo di fiducia di Rai e Cattleya che sperano non li deluda come Buzzi e Carminati. Per Netflix, Suburra significa invece provare a incrementare gli abbonamenti italiani e far fruttare il miliardo e mezzo di dollari investito in Europa, augurandosi di replicare il successo di Narcos e non la falsa partenza di Marseille.

Però il punto di forza di Narcos, oltre alla mitologia di Pablo Escobar, era una strategia promozionale costruita prevalentemente sui social, con contenuti video originali e diffusi “dal basso”. Sin qui, in termini di marketing, attorno a Suburra si è visto poco (mentre ricordiamo ancora i finti busti della Banda della Magliana all’Eur per promuovere Romanzo criminale). Con l’archiviazione di Mafia capitale, costruzione mediatica gratuita e più incisiva di qualsiasi promozione virale, le cose si mettono male. Ma siamo ancora in tempo per un’operazione tipo il pollo fritto di Breaking Bad con cui hanno lanciato la terza stagione di Better Call Saul. Magari dopo l’estate spuntano i chioschi coi rigatoni alla Samurai mentre su Netflix vedremo i tutorial per imparare a legare la pajata, ora che finalmente è uscita dalla clandestinità ed è riemersa dal mondo di mezzo.

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