L’ascesa e la caduta di un gruppo di reietti il cui stile nato ai margini della società viene frainteso e trasformato in una moda globale ma soprattutto una città: perché proprio Seattle?

Dicono che Seattle inizi qui, dall’arco in pietra dell’imponente facciata del Pioneer Building. Dalla pergola d’acciaio e vetro, dal busto in bronzo del capo indiano Sealth, dal totem colorato che da ottant’anni veglia sulla piazza. Dicono che Seattle inizi da Pioneer Square.

La mattina, pattuglie di senzatetto cercano di mettere insieme la colazione, questuano soldi, si espongono ai primi raggi del sole placidamente seduti sulle panchine di Occidental Square, fanno triste spettacolo della propria povertà. Di giorno, i negozi, le librerie e le gallerie d’arte attirano turisti che vogliono fare shopping lontani dai grattacieli di Downtown assaporando il gusto della città dei pionieri. I turisti sono attratti dall’Underground Tour che promette un’immersione verticale nei misteri scandalosi della città cancellata dall’incendio del 1889. Nell’arco di 12 ore, 30 isolati furono rasi al suolo senza che un solo uomo perdesse la vita. Il fuoco obbligò l’amministrazione a ridisegnare il profilo urbano. Gli ingegneri alzarono gli edifici di alcuni metri lasciando quel che rimaneva delle vecchie costruzioni incendiate sotto possenti archi. La zona ha mantenuto un residuo del carattere rude e turbolento che possedeva 150 anni fa. L’aria moderata e progressista tiene a malapena a bada l’eco di un passato da selvaggio West. La sera tardi, quando i locali sono chiusi, l’area può assumere un aspetto sinistro, battuta com’è da spacciatori e ubriachi. Esasperati, i residenti di un condominio hanno esposto uno striscione: «Benvenuti nel mercato della droga a cielo aperto». Siamo a una ventina di chilometri di distanza dalla sede della Microsoft, ma pare di stare in un altro mondo.

Se davvero Seattle inizia qui, come assicurano i gagliardetti disseminati nella zona, se davvero il cuore della città è questa miscela di siti storici e luoghi di riparo per senzatetto, di pub chiassosi e lussuose gallerie d’arte, allora è una partenza bizzarra e inattesa, ma è anche l’unica che si possa immaginare per questa città. Chi batte queste strade alla ricerca di vestigia grunge, chi fa un giro turistico rock spinto dalla fama di Seattle capitale mondiale della musica anni Novanta, chi si guarda attorno sperando d’intravedere qualche celebrità dimezzata dal tempo, chi lo fa è destinato a tornare a casa con la ferma convinzione che questa non è una metropoli rock, che il suo successo è stato un incidente, che c’è qualcosa di inspiegabile nell’ascesa di tanti musicisti di talento, tutti assieme, tutti nello stesso posto, affratellati dalle medesime radici geografiche. Ma chi si guarda attorno per capire la città che ha concepito malvolentieri il grunge troverà indizi e suggestioni sul motivo della nascita di uno stile musicale dirompente in un luogo di moderazione e tutt’altro che cosmopolita.

Da qui sono partiti anche i rivoluzionari della Rete informatica e dell’hi tech: dopo la Silicon Valley californiana c’è stata la Silicon Forest del Nordovest. Qui è uscito allo scoperto in modo drammatico il movimento antiglobalizzazione. Qui una piccola caffetteria è cresciuta fino a diventare un marchio planetario. Seattle è la frontiera della frontiera: quando fu fondata, New York aveva 225 anni, New Orleans 130, San Francisco 75. C’è voluto uno sforzo epocale per farne quel che è oggi, un’affermazione di volontà collettiva, ma solo raramente condivisa. Camminateci, per queste strade. Chiedete che cos’è Seattle alle persone che incontrate: vi diranno che è una metropoli finalmente entrata in Serie A, vi diranno che è una metropoli sfortunatamente entrata in Serie A. È una città relativamente giovane e non ha ancora smesso di interrogarsi sulla propria identità. È una teoria di «boom» e «bust», come chiamano da queste parti i cicli di espansione e recessione economica. Ecco, è una città elastica: quando l’ambizione d’essere metropoli la porta al punto di massima tensione, torna bruscamente a essere provincia. È la Città di Smeraldo, un sogno di benessere proiettato su uno scenario naturale mozzafiato. Ma più di ogni altra cosa, Seattle è il confine spostato più in là: da oltre 150 anni i suoi cittadini si domandano in quale direzione sia bene muoverlo, quel confine. Deve aspirare a diventare come le altre città americane? O deve costruirsi un’identità a partire dalle proprie specificità?

La musica riflette questa lotta identitaria, è l’espressione confusa e rumorosa di tale dinamica. Seattle è un ammasso di mattoni, vetro e acciaio eretto su un mucchio di contraddizioni. Lungi dal sanarle, lo stile musicale noto come grunge le ha rese più assordanti.

“A Sound Garden”, una delle sei installazioni sonore di Douglas Hollis (1982-1983)

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Seattle inizia a Pioneer Square, ma è dall’altra parte di Elliott Bay che sbarcarono i primi pionieri. Il 10 aprile 1851 due famiglie dell’Illinois chiamate Denny e Boren, in seguito raggiunte dai Bell e dai Low, vendettero le proprie fattorie, caricarono i propri averi su quattro carri e si diressero a ovest, verso una nuova vita. Pensavano di stabilirsi nella Willamette Valley, una zona fertile dell’Oregon compresa pressappoco tra le odierne Eugene e Portland. Non immaginavano che sarebbero finiti centinaia di chilometri più a nord, di fronte al braccio dell’Oceano Pacifico oggi conosciuto come Puget Sound. La mattina del 13 novembre la loro goletta Exact gettò l’ancora al largo di Alki Beach, nell’attuale zona di West Seattle, dall’altra parte della baia rispetto a Downtown. Erano due dozzine di uomini, donne, bambini. Erano ottimisti: battezzarono l’insediamento New York Alki, vale a dire «New York a breve». Dopo un secolo e mezzo, l’intellighenzia cittadina si sta ancora domandando se quei pionieri avessero torto o ragione, se davvero questa città può aspirare anche solo a una frazione della grandezza di New York. E soprattutto se debba farlo.

I bianchi furono bene accolti dagli indiani Duwamish e Suquamish guidati dal capo Sealth. Fu lui a incoraggiare un medico e commerciante di Olympia chiamato David Maynard a unirsi ai nuovi arrivati. Nel febbraio 1852 il dottore si trasferì da Alki in una zona più riparata dalla intemperie a Elliott Bay, nell’attuale Pioneer Square. I terreni immediatamente a nord furono presi da Carson Dobbins Boren, Arthur Denny e William Bell. Su suggerimento di Maynard, la nuova città fu battezzata Seattle, il termine in lingua inglese che più s’avvicinava alla pronuncia di Sealth in lingua Lushootseed.

La città cominciò a diventare tale nell’ottobre del 1852, quando un altro pioniere di nome Henry Yesler costruì una segheria sul molo. Sapendo che l’attività avrebbe fornito l’impulso economico in grado di fare di Seattle una città e non solo una speranza, Maynard e Boren gli regalarono una striscia di terreno compresa fra le loro. Il commercio del legname divenne un formidabile motore dell’economia e per decine d’anni fu il principale mezzo di sostentamento di uomini sufficientemente duri e audaci da venire quassù. I tronchi erano fatti scivolare a mano lungo Mill Street, l’attuale Yesler Way, nel cuore di Pioneer Square. Transitavano per la segheria alimentata a vapore, erano caricati sulle navi dirette a San Francisco, venduti a 35 dollari ogni mille. «Urrah per Seattle!», strillava The Columbian, il giornale della vicina Olympia. «Sarebbe sciocco supporre che la segheria non diventerà una miniera d’oro per Mr. Yesler, oltre a contribuire a migliorare la bella località di Seattle e la terra fertile che la circonda, attirando colà il contadino, il manovale, il capitalista».

Lavori in corso per l'Experience Music Project di Paul Allen (2000)

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A fine Ottocento, grazie a un’astuta campagna di pubbliche relazioni, Seattle divenne la porta d’accesso all’Alaska, il punto di partenza della corsa all’oro. Furono in 40.000 a imbarcarsi dal porto di Elliott Bay su navi dirette verso lo Yukon e un arricchimento che speravano facile e immediato. «La prosperità è qui», annunciava il Seattle Post-Intelligencer. A guadagnarci furono i commercianti che fornivano attrezzatura, alloggio, ristoro e svago ai cercatori d’oro diretti a nord. Le cronache d’epoca raccontano che l’equipaggiamento degli esploratori era ammassato lungo le vie in cumuli alti 3 metri. Fiorirono bar, bordelli, localacci che alimentarono la dubbia nomea della città e di Yesler Way, la sua famigerata Skid Road. Così come i tronchi scivolavano verso il mare, l’umanità raccoltasi attorno all’attività del legname e alla ricerca dell’oro cadeva verso il degrado fatto di alcol, risse, prostituzione. Il termine Skid Road indica oggi i quartieri malfamati di tutte le città americane, ma la prima, l’originale, è di Seattle. La capitale della temperanza nasconde un passato impresentabile.

Yesler Way era e resta una linea di divisione. Basta guardarla oggi. A nord i grattacieli di Downtown, il pensiero di conquista che s’erge su un terreno che un tempo apparteneva a foreste e ghiacciai. A sud gli edifici in mattoni rossi che rimandano a un passato di sogni svaniti. A nord la pioggia di quattrini della new economy che abbellisce la città. A sud le traiettorie sghembe dei derelitti che chiedono requie alla vita. Anche la topografia riflette la frattura: le strade a nord corrono parallele alla costa secondo la sobria razionalità di Arthur Denny, quelle a sud sono orientate rispetto ai punti cardinali secondo la volontà capricciosa di David Maynard, frutto di uno scatto d’ira alimentato dall’alcol. Da una parte c’è la Seattle «di chi ha fatto i sogni giusti al momento appropriato», dall’altra quelli che «hanno tentato e fallito, e alcuni che hanno raggiunto il successo senza diventare rispettabili».

Anche i musicisti rock di Seattle hanno fatto i sogni giusti al momento giusto. Alcuni hanno raggiunto il successo, altri hanno fallito, pochi sono diventati rispettabili. Fossero vissuti nell’Ottocento sarebbero stati dalla parte di Maynard.

Claudio Todesco

Grunge. Il rock dalle strade di Seattle

Arcana edizioni. © 2017 Lit Edizioni. Per gentile concessione
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