Su Hbo dal 10 settembre e su Sky Atlantic da ottobre si potrà guardare l'ultima serie del creatore di “The Wire” David Simon: “The Deuce”. Una storia che viene direttamente dalla New York sporca del 1972, con James Franco e Maggie Gyllenhaal

Per chi ha frequentato la pulitissima, sicura, elegante New York di questo secolo, emersa dal crollo delle torri e dal pragmatico sogno della tolleranza zero di Rudolph Giuliani, il mito di una sordida Times Square di prostitute e cinema porno, con gli albergacci dei poeti beat e le storie trans di Lou Reed, è una parte del folklore, come la leggenda di un fantasma in un albergo di lusso.

The Deuce, che esce a settembre su Hbo e da noi su Sky, racconta quel mondo e quel mito con umanità e una fantastica attenzione al dettaglio. The Deuce è il soprannome della quarantaduesima strada, quella che taglia in orizzontale la parte più a Sud di Times Square: negli anni Settanta, era nota per le sue passeggiatrici e i suoi passeggiatori.

È una serie corale, che ruota intorno al marciapiede e a uno dei suoi bar: il protagonista, interpretato da James Franco, ne diventa proprietario grazie ai legami con la mafia italiana. Franco interpreta anche un secondo personaggio, per ora minore: il gemello del protagonista, un giocatore d’azzardo. Maggie Gyllenhaal è una prostituta senza protettore decisa a uscire dal mestiere alle proprie condizioni, magari grazie alla sottocultura nascente dei film porno, luogo di incontro fra l’avanguardia e la professione più antica al mondo. Tutto intorno, un bel pullulare di personaggi e comparse: le prostitute, i protettori, i mafiosi, quelli del porno, tutta una centrale di polizia, ragazze in cerca di libertà scese da un autobus a Penn Station, e un paio di hipster di buona o media famiglia che si intrufolano nella scena per raccontarla o scoprire se stesse.

Volevo vedere che effetto mi avrebbe fatto descrivere la serie senza menzionare prima i loro autori: gli scrittori di crime alto George Pelecanos e Richard Price, insieme al vecchio compagno di avventure David Simon, il creatore di The Wire, genio scorbutico il cui problema negli ultimi anni è stato sapere di aver realizzato la serie più intelligente e sperimentale della storia della televisione (Twin Peaks non è televisione, è una biennale finita per caso in televisione, The Wire invece è proprio televisione, eppure sembra l’abbiano scritta Rousseau, Tocqueville e Shakespeare).

Una nuova serie di David Simon non viene più accolta con entusiasmo e trepidazione. Treme, che raccontava la scena musicale di New Orleans all’epoca dell’uragano Katrina, ha portato la poetica di Simon quasi al paradosso della non narrazione. Se The Wire aveva stabilito, un po’ come Joan Didion per il reportage narrativo, che il realismo si può fare in scala 1:1, raccontando le cose talmente in dettaglio che sembra di trovarsi nel commissariato o sul portico con lo spacciatore in tempo reale, anzi nei tempi morti della realtà, Treme sembrava puntare alla sospensione della trama.

James Franco veste i panni dei gemelli Vincent e Frankie Martino

Paul Schiraldi, HBO

Paul Schiraldi, HBO

Paul Schiraldi, HBO

Paul Schiraldi, HBO

Paul Schiraldi, HBO

L’ideale di dinamica narrativa di Simon è riprendere due poliziotti che si annoiano mentre fanno la posta sotto casa a uno spacciatore. Attraverso la conversazione strampalata ma non virtuosistica, personaggi che semplicemente passando per strada ci rivelano come procedono le altre trame, frasi intrasentite dalla radio della macchina, ci si compone in testa l’arazzo. The Wire, affresco politico-criminale, non lo si poteva “ascoltare” come un radiodramma: ogni fotogramma rivelava dei segreti. Per spiegare il funzionamento di una comunità, Simon quasi ferma il tempo per indicare la simultaneità degli eventi. C’è chi cede alla quarta puntata.

Oggi però il trio Pelecanos-Price-Simon ha deciso di provare a fare un piccolo compromesso. Rispetto a quanto descritto sopra, The Deuce è una serie più furba, più sorniona. L’ammiccante vintage delle giacche di pelle, le basette, i boa sintetici dei papponi: non si è lontani dal camp sfacciato di The Get Down di Baz Luhrmann, dalla moda delle serie in costume, e dal divertito passatismo dei film di Quentin Tarantino, dei fratelli Coen di A proposito di Davis, dell’inevitabile Boogie Nights di Paul Thomas Anderson.

Così, chi non conosce la storia di David Simon può affrontare questa serie come un’empatica ballata su un’era in cui il sesso era proibito ma anche più vissuto, in cui ci si poteva sfogare nelle cabine di proiezione monoposto dei negozi specializzati.

Chi, invece, vive nel ricordo della serie più bella di sempre, può godersi la più grande qualità di Simon: il tempo è quasi fermo perché lo spazio è dinamicissimo. Le sue serie sono plastici per trenini elettrici, progetti architettonici fatti col cartoncino, partite a SimCity. In The Deuce, la costruzione di un bordello – come alzare i muri tra le stanzette, dove mettere il bar, come decorarlo – riesce a raccontare desideri e paure dei personaggi come nessun plot.

In The Deuce si vedono nascere e chiudere locali, cambiare le insegne dei cinema e le passeggiate delle passeggiatrici, si imparano i tragitti con cui la gente torna a casa dal lavoro all’alba e conoscendo tutto dell’interno di una macchina della polizia si capisce la psicologia del poliziotto che non ha fatto carriera. Sarà pure lento, ma è vasto, è grande.

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