Arabia Saudita e Iran si contendono la guida del mondo islamico e tengono in ostaggio il Medio Oriente
(e non solo). Ecco perché la nuova crisi geopolitica con il Qatar non va sottovalutata, specie ora che c’è Trump

I duellanti, il romanzo breve di Joseph Conrad, racconta una lunga e irrazionale contesa tra due ufficiali francesi al tempo di Napoleone. Feraud e D’Hubert, i due rivali, si odiano, si inseguono e si affrontano sullo sfondo delle campagne tragiche e gloriose della Grande Armée napoleonica, ma l’origine della loro insana rivalità resta oscura. L’Arabia Saudita e l’Iran sono i Feraud e i D’Hubert del mondo reale, gli arcinemici storici che tengono in ostaggio il Grande Medio Oriente e lo condannano al caos eterno. L’origine della loro rivalità, a differenza di quella di Feraud e D’Hubert, è sotto gli occhi di tutti malgrado sia citata con circospezione nei paper dei centri studi di politica internazionale. Ci sono ovviamente solide questioni storiche che vanno indietro fino ai tempi d’oro dell’impero persiano (dal Ⅲ al Ⅶ secolo) e del Califfato (dal Ⅶ al Ⅷ secolo), e poi anche più recenti ragioni geostrategiche, energetiche e nazionaliste, alla base della rivalità tra i due Paesi, ma il punto centrale della disfida infinita è che Arabia Saudita e Iran si contendono la guida del mondo islamico su una linea di divisione che risale al 632 dopo Cristo, l’anno della morte di Maometto. Gli eredi del fondatore dell’Islam si divisero sulla successione del Profeta: a prevalere fu la fazione del suocero Abu Bakr e a soccombere quella che sosteneva il cugino Alì (sciita significa grosso modo “del partito di Alì”). Quello scisma di quattordici secoli fa infiamma ancora oggi il quadrante mediorientale, e non accenna a spegnersi.

I sauditi sono i custodi dei luoghi sacri dell’Islam, Medina e Mecca, e a suon di petrodollari anche i leader del mondo sunnita, quello maggioritario; gli iraniani sono i combattenti rivoluzionari della minoranza sciita, circa il 13 per cento del totale dei musulmani. Le società dei due Paesi, in particolare quella iraniana, non sono monolitiche e talvolta mostrano segni di vitalità che vanno oltre la rigida ortodossia musulmana, ma le élite al potere a Riad e a Teheran, ovvero il clan dei Saud associato agli imam dell’ala più ortodossa dell’Islam, il salafismo wahabita, e gli Ayatollah iraniani che controllano il governo e muovono le guardie rivoluzionarie, sono tutt’altro che una caricatura da scontro di civiltà. L’esecuzione per terrorismo del predicatore sciita Nimr al Nimr, a gennaio del 2016 in Arabia Saudita, e il conseguente assalto a Teheran dell’ambasciata saudita, ha riacceso la tensione tra i due Paesi.

Ci sono stati anche dei momenti in cui le monarchie saudita e (allora) iraniana hanno tenuto buoni rapporti e collaborato sotto l’egida americana contro l’Unione Sovietica, la “politica dei due pilastri” di Richard Nixon, ma nel 1979 con la Rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini c’è stato un ribaltamento di fronte: l’Iran è diventato anti americano e quindi filo sovietico, ed è cominciata una specie di Guerra Fredda mediorientale, che in realtà è stata tutto tranne che fredda.

L’Arabia Saudita dei Saud e l’Iran degli Ayatollah combattono da decenni una guerra indiretta, per procura, dall’Iraq alla Siria, dal Libano ai territori palestinesi, dal Bahrein allo Yemen, dalle primavere arabe all’Afghanistan fino al Qatar. Il terrorismo islamico (sunnita) che flagella l’occidente è uno dei sottoprodotti di questa rivalità religiosa, strategica e geopolitica. Per contrastare l’idea khomeinista di esportare la rivoluzione sciita nel mondo musulmano, i sauditi hanno finanziato l’estremismo sunnita in un’articolazione di offerta politica che va dai Fratelli musulmani ad Hamas, da Al Qaeda allo Stato islamico, più mille altre sigle unite dalla piena condivisione ideologica dell’Islam salafita e wahabita.

Così mentre gli iraniani cercano da sempre di creare una mezzaluna sciita dall’Asia al Mediterraneo, armando il terrorismo anti israeliano e sostenendo gli Assad in Siria ed Hezbollah in Libano, e oggi ci stanno riuscendo grazie al disimpegno americano, al successo in Iraq, alla tenuta del regime in Siria e all’alleanza strategica con Hamas a Gaza e con l’emiro del Qatar, la risposta dell’Arabia Saudita è stata di due tipi: una ufficiale di rafforzamento dei legami tra i Paesi sunniti in funzione anti iraniana attraverso la creazione di organismi transnazionali come il Consiglio di cooperazione del Golfo (1981); e una sotterranea di diffusione della dottrina salafita, ovvero il ritorno a un Islam puro, quello risalente ai primi anni successivi alla morte del Profeta, ancora non contaminato da dominazioni straniere e dalla collusione con l’occidente. I primi avversari dei salafiti sono per ragioni dottrinarie e storiche i musulmani sciiti, considerati apostati, rinnegati, peggio degli infedeli (il sentimento di odio era ricambiato da Khomeini nei confronti dei salafiti di stampo wahabita al potere in Arabia Saudita). Ma i gruppi salafiti sono sfuggiti di mano all’apprendista stregone saudita, al punto che le principali sigle estremiste e terroriste, nonostante condividano la stessa ideologia islamista e abbiano usufruito del sostegno di circoli vicini al potere di Riad, hanno come obiettivo quello di abbattere il regno dei Saud e le altre monarchie del Golfo considerate corrotte e vendute agli americani.

La Rivoluzione khomeinista del 1979 è all’origine del duello attuale. Un anno dopo, nel 1980, il sunnita Saddam Hussein che regnava su un Iraq a maggioranza sciita e confinante non solo geograficamente ma anche culturalmente e religiosamente con l’Iran ha invaso i vicini scatenando una guerra di otto anni che ha provocato quasi un milione di morti. La pulizia etnica dei sunniti iracheni contro i connazionali sciiti è continuata negli anni dell’invasione di Saddam del Kuwait, quando la minoranza sciita si era schierata contro il despota e con la coalizione internazionale, ed è continuata fino a diventare una guerra settaria negli anni dell’invasione americana dell’Iraq post 11 settembre 2001.

Gli attacchi all’America del terrorismo di matrice sunnita (Al Qaeda) hanno scatenato la reazione dell’occidente che ha provato a cambiare registro in Medio Oriente con la famigerata dottrina del regime change: sostanzialmente fidarsi meno dei dittatori mediorientali che per anni hanno garantito il flusso del petrolio, l’argine nei confronti dell’espansionismo sovietico e una relativa stabilità nella regione. Una garanzia però alquanto debole, intanto perché non ha mai coperto Israele ma soprattutto perché ha partorito e nutrito il mostro islamista. L’idea di cambiare i regimi dispotici, aprire le società arabe e promuovere la democrazia in Medio Oriente, errori strategici e tattici a parte, non ha però tenuto conto che nel mondo musulmano l’Islam politico è un’ideologia solida, radicata e molto più credibile rispetto ai vaghi e tutto sommato recenti concetti occidentali di democrazia e di libertà. Inoltre l’occidente guidato dagli americani non ha saputo reggere l’impatto dell’opinione pubblica interna che si è opposta alla campagna irachena a mano a mano che le stragi settarie, tra sunniti e sciiti, i primi sostenuti dai sauditi e i secondi dagli iraniani, hanno dato il via alla carneficina.

Quando a poco a poco l’America si è ritirata, l’Iraq a maggioranza sciita è passato sotto l’influenza diretta dell’Iran in particolare dopo che Barack Obama ha deciso di far rientrare in patria le decine di migliaia di soldati americani dislocati in Mesopotamia, anche perché con i marines ancora sul terreno per gli Ayatollah sarebbe stato più complicato amministrare l’Iraq e semmai l’Iran si sarebbe dovuto limitare a quella guerriglia insurrezionale che negli anni precedenti ha cancellato ogni ipotesi di convivenza civile tra le due religioni. La contromossa saudita all’Iraq iranianizzato è stata il sostegno ai gruppi sunniti iracheni che hanno alimentato il fuoco della guerra settaria. Lo scontro si è poi spostato in Siria, dove continua ancora oggi.

Le primavere arabe, altra conseguenza del cambio di strategia americana in Medio Oriente, hanno visto sauditi e iraniani su fronti opposti, con i sauditi a difesa dei regimi e gli iraniani a sostegno dei Fratelli musulmani, che sono salafiti ortodossi esattamente come i sauditi ma anche sostenitori di un unico Stato islamico globale liberato dalle monarchie del Golfo e per questo sono nemici giurati dei sauditi e alleati degli iraniani.

Lo scontro politico principale è stato in Egitto. I leader della Fratellanza, dopo il colpo di Stato del generale Sisi sostenuto dai sauditi, si sono rifugiati in Qatar con la benedizione iraniana. Il fronte si è allargato al Bahrein, e allo Yemen, dove i sauditi sono impegnati a sedare le rivolte sciite sostenute dagli iraniani, ma lo scontro totale è in Siria dove il tutti-contro-tutti ha devastato per sempre il Paese.

La crisi in Qatar nasce per ragioni di clan contrapposti, i qatarini e i sauditi, che pretendono di guidare il mondo sunnita, con Doha che si è convinta di poter scalzare Riad e per questo sostiene i Fratelli musulmani e gioca di sponda con gli iraniani. Sullo sfondo resta però la rivalità tra sauditi e iraniani, ulteriormente complicata dalla presenza in Qatar della più grande base militare americana in Medio Oriente, Al Udeid, e di centinaia di soldati turchi nella base a 30 chilometri dalla capitale. In realtà è proprio la presenza di americani e turchi, di fatto la Nato, ad aver rallentato la tentazione saudita di andare oltre la rottura dei rapporti diplomatici con il Qatar e di imporre un cambio di regime a Doha. Le tredici richieste arabe al Qatar sono state respinte in blocco dall’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, la cui politica fin dal colpo di Stato del 1995 organizzato dal padre Hamad bin Khalifa Al Thani contro il nonno è quella di affrancarsi dall’egemonia saudita. Dagli anni Novanta a oggi, la politica estera qatarina è una combinazione tra «che cosa possiamo fare per farci notare?» e «che cosa possiamo fare per irritare i sauditi?», ha detto al New York Times l’analista Mark Lynch. L’obiettivo è quello di assumere la leadership del mondo sunnita. Da qui una vasta gamma di scelte apparentemente contraddittorie del Qatar – dialogo con Israele, asilo ai leader di Hamas, rapporti con l’Iran, partecipazione all’intervento militare alleato in Libia, sostegno ai Fratelli musulmani – ma coerenti se viste in questa luce.

Sul fronte economico e del soft power, l’emiro ha costruito un Qatar globale, dinamico, influente, capace di differenziare gli investimenti e di saper contare, grazie ad essi, nel mondo occidentale (il paradosso è che il nuovo principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, con l’agenda Vision 2030 sta provando a ripetere il miracolo qatarino). È improbabile che il Qatar rompa le relazioni con l’Iran, con cui condivide la gestione del più grande giacimento di gas del mondo, il North Dome, peraltro protetto dalle forze armate iraniane con una specie di gentleman agreement. I sauditi chiedono anche che gli oppositori islamisti dei regimi arabi non ricevano asilo a Doha e soprattutto si aspettano che l’emiro smetta di finanziare i gruppi terroristi e infine chiuda Al Jazeera, la tv che fa da megafono alla ribellione salafita contro l’establishment arabo e le monarchie del Golfo.

Tornando ai duellanti, a complicare le cose nel rapporto tra sauditi e iraniani ci sono gli interessi geostrategici turchi, assieme all’annosa questione curda e ai mai celati tentativi di Ankara di imporre l’antica egemonia ottomana sulla regione. C’è anche il ruolo della Russia, oggi il principale alleato dell’Iran cui ha concesso che Assad restasse al potere in Siria. Mosca gioca una partita sua da potenza globale, e non solo regionale, ma l’attivismo mediorientale di Vladimir Putin potrebbe anche essere soltanto un tentativo di scambio con gli americani sulla questione che gli interessa di più, ovvero l’annessione della Crimea e l’arretramento dei confini orientali della Nato.

Il protagonista principale, dopo i duellanti, resta l’America, anche quella ondeggiante di Donald Trump. Con George W. Bush, l’Iran era uno dei tre Paesi dell’asse del male, stremato dalle sanzioni e con numerose decine di migliaia di soldati americani alle porte. Obama ha scelto la strada del disimpegno dal Medio Oriente e ha spostato il tradizionale asse geostrategico americano da Riad verso Teheran, lasciando l’Iraq agli Ayatollah e siglando con loro il patto sul nucleare che ha ridato vitalità economica e politica al regime sciita. La politica obamiana ha spinto il Qatar a giocare un ruolo da protagonista nel mondo sunnita, a scapito della leadership di Riad, e ha provocato la reazione saudita in Siria e in tutto il Medio Oriente. Trump non sembra avere alcuna visione strategica, se non quella di fare il contrario di quanto faceva Obama e con le dichiarazioni anti Iran e il suo viaggio in Arabia Saudita del maggio scorso ha ridato centralità alla monarchia di Riad e, via Twitter, ha fatto intendere di aver suggerito ai sauditi l’idea di punire il Qatar, probabilmente perché nessuno gli aveva ancora detto che gli Stati Uniti hanno in Qatar la base aerea da cui parte la guerra contro l’Isis.

Sauditi e iraniani probabilmente continueranno a sfidarsi all’infinito in questo conflitto per procura, ma la crisi in Qatar rischia di sfuggire di mano e di trasformare la rivalità in una guerra aperta, specie se il padrino dei duellanti è uno come Donald Trump.

Chiudi