Sono siracusano e biondiccio, ma perché ogni volta che mi vedete pensate «ah, beh, certo, i normanni»?

Quando ero piccolo avevo i capelli biondi e gli occhi chiari. Ero sempre insieme a Massimo e suo fratello Andrea, pure loro biondi, occhi chiari: quando giravamo in tre sembravamo i Police. Poi niente, man mano che crescevo il naso si prendeva tutte le risorse destinate allo sviluppo e le sottraeva al resto: altezza, ampiezza degli occhi, colore dei capelli. Adesso infatti i capelli sono sul castano, gli occhi, siccome non ci vedo benissimo e li strizzo sempre non so dire se siano rimasti chiari o siano diventati scuri. Comunque, quando poi sono andato a studiare, prima all’università in Toscana, poi quasi un anno a Milano per una specie di master, ho imparato che se avevo i capelli e gli occhi chiari era per i normanni. Me lo dicevano tutti, anzi secondo me facevano la domanda: ma com’è che sei un siciliano chiaro di occhi e di capelli? apposta per sentirsi saputi e darsi da soli la risposta: Eh già, certo, in Sicilia ci sono stati i normanni. Io annuivo, sì, sì certo, però non è che capissi bene: quando c’erano stati questi normanni in Sicilia? Non se ne erano andati da un pezzo? Io un normanno non lo avevo mai visto, forse si erano trovati male, troppo scirocco, caldo umido.

Mia madre non era normanna, era della Borgata, e nemmeno mio padre era normanno, era dello Scoglio, quindi cos’era successo? Una storia di corna? Mia madre aveva tradito mio padre con un normanno? E quando? Alle elementari, la maestra ci aveva spiegato che effettivamente a un certo punto della nostra storia i normanni c’erano stati: normanni significava più o meno “nord men”, cioè uomini del nord. Il castello Maniace, dietro casa mia, l’aveva costruito uno svevo, diceva la maestra, mille anni prima che noi, la sua classe, ci andassimo in visita scolastica. Gli svevi erano normanni? Sì, ci aveva detto lei, diciamo che fino al Medioevo sì, anche gli svevi erano normanni. Poi ci aveva chiesto: e dov’è la Svevia? Un mio compagno aveva detto: A SUD! per istinto, perché noi eravamo a Sud e ci sembrava naturale che tutto quanto fosse a Sud, e si era beccato una sberla sul cozzo dalla maestra, che poi lo aveva corretto: A NORD, BESTIA! Ricapitolando, pensavo io cercando di non beccarmi a mia volta una manata sul cozzo, normanni significava nord-men, gli svevi erano uomini del Nord, quindi gli svevi erano normanni: il sillogismo non lasciava adito a dubbi. Una mia compagna di classe però aveva obiettato che a questo punto per noi pure i calabresi erano normanni, essendo noi parecchio a Sud, anzi: pure un taorminese, un acitano, un messinese erano normanni. La maestra aveva detto che eravamo troppo piccoli, non capivamo un cazzo, e ci aveva fatti entrare dentro al castello per visitarlo. Federico II, pensavo io mentre entravo, ammesso che fosse di Milazzo, doveva comunque avere i capelli biondi e gli occhi azzurri, sennò che svevo era? Dunque era per forza da là che venivano i miei occhi e i miei capelli chiari. Del resto, il castello di Federico era giusto dietro casa mia, magari mia madre sapeva viaggiare nel tempo ed era in grado di cornificare mio padre nel Basso Medioevo: come avrebbe mai potuto accorgersi, povero papà, di un adulterio commesso dentro un frattale, dentro un’ansa concava dello spazio tempo?

In classe, gli occhi e i capelli chiari erano almeno una ventina su trenta. Tutte queste mamme buttane, pensavo io ogni volta che un milanese mi spiegava l’origine dei miei occhi e dei miei capelli chiari. Mi ricordo che quando un milanese o un toscano me lo faceva notare, non ero contento di essere chiaro, visto che lo ero per via dei normanni. Ogni tanto telefonavo a mia madre, e le chiedevo: senti, ma con papà tutto bene?

La Cattedrale di Monreale

eberthold werner

Dopo un poco di tempo, oltretutto, ho cominciato a sospettare che dentro la storia dei normanni ci fosse una sfumatura ancora peggiore: tu sei chiaro per via dei normanni, sembrava mi dicessero i toscani e i milanesi, altrimenti col cavolo! Te li sognavi gli occhi chiari e i capelli biondi, adesso saresti olivastro, se non addirittura arabo o nero. Quindi? Che dovevo fare? Mi dovevo mostrare deferente verso i normanni? Di che cosa li dovevo ringraziare? Mischino mio padre, pensavo invece io, non solo le corna, adesso ci sono pure io, suo figlio, che dovrebbe mettersi a ringraziare il rivale normanno di non averlo fatto nascere scuro. Oppure, peggio ancora, chi mi diceva questo stava sottintendendo che i normanni erano responsabili di una specie di frode non riuscita: tu sei di carnagione chiara, mi volevi fregare, ma invece sei siciliano, ti ho scoperto subito perché io la conosco la storia dei normanni, a me non la si fa! Come funzionava? Veramente se non ci fossero stati i normanni noi saremmo usciti tutti olivastri? Mia nonna aveva gli occhi molto verdi, mia zia i capelli rossicci, un altro mio zio gli occhi molto celesti: io ero convinto di somigliare a loro, non ai normanni. I miei zii erano normanni in incognito? Mia madre, le madri dei miei amici, tradivano i mariti con i cognati, con i suoceri? Ma che schifo, scusa, dicevo sbottando tra me e me quando un milanese o un toscano mi faceva notare che ero di ascendenza normanna. A un certo punto, per livore, ho cominciato a prestare molta attenzione alle fattezze di chi mi rivolgeva la domanda, in modo da poter ribattere a tono: sì, i miei sono colori normanni, non c’è dubbio, belli invece i tuoi riccioli scuri, sarà per via del Moro di Venezia? Tua mamma come se la cavava in fisica al liceo? Non è che sa come viaggiare tra i frattali dello spazio-tempo?

Tutti sembravano volersi dimostrare istruiti su cose che riguardavano il mio luogo d’origine: i normanni servivano a dichiararsi edotti circa le indiscusse particolarità storiche e antropologiche della Sicilia, perché agli occhi di chi mi incontrava, la Sicilia non era una regione come le altre, era diversa, aveva una storia tutta sua, c’erano motivi storici, antichi e contemporanei, che la rendevano peculiare rispetto al resto dell’Italia. I siciliani (e solo i siciliani mi sembrava che lo fossero quando me lo spiegavano) erano meticci: potevi incontrarne uno olivastro e col sangue levantino e un altro biondo, ceruleo e con la passione per la poesia provenzale, in tutto simile a uno svevo dell’anno mille, un crogiolo, di culture, architetture, dominazioni, genio italico, commercio fenicio, mollezza araba, un posto speciale. Pure io, a un certo punto, mi ero convinto di essere speciale, forse a causa di quegli occhi e di quei capelli che a casa mia erano del tutto normali, e sul continente invece no, o almeno non su di me, che venivo dalla Sicilia. Ero speciale, pensavo, perché mia madre si era concessa a un normanno: magari, mi andavo consolando, questo normanno nemmeno le piaceva, se lo era fatto piacere per forza, avrebbe preferito concepirmi con mio padre e invece si era sacrificata per me, affinché il nord-man conferisse a suo figlio le stigmate dell’eccezione.

il palazzo della Zisa a Palermo

effems

Io, invece, che avevo sempre abitato in Sicilia, tutta questa importanza alle origini, alla provenienza dei tratti somatici miei e dei miei conterranei non gliela davo. Mi piacevano le cose che piacevano ai toscani e ai milanesi: la pizza, i Cure, Dylan Dog, Indiana Jones, tutte queste spiegazioni, tutti questi normanni, questi arabi, questi Giufà, questi Colapesce, che – non avessi avuto i colori chiari – mi avrebbero dovuto rendere differente, meno italiano, meno europeo, io proprio non riuscivo a vederli, leggevo Ciao 2001 ed ero sicuro che quando mi spiegava i motivi per cui Wild Boys dei Duran Duran era una cacata avesse ragione. Comunque i normanni coi Joy Division, coi Cure non c’entravano tanto: troppo struggimento, troppa malinconia, poca tempra vichinga. Poi sono arrivati i Nirvana: taglialegna rudi, camicie a scacchi e basta, meno venti sul termometro e sotto nemmeno la maglia di lana, America nel suo lembo più a Nord, canzoni tristi, sì, però altro che nord men, chitarre come seghe elettriche, freddo che corrobora, violenza, soprattutto su se stessi. Nella zona del mondo più civilizzata, con tutto a disposizione, uno stato efficiente, economia che girava a palla, c’erano dei ventenni coi soldi che si vestivano male apposta, che nelle foto avevano le palpebre semichiuse per via del tedio esistenziale che stavano provando, però sembravano anche pronti a scattare come una molla e fare a pezzi il fotografo, passivi-aggressivi, in un parola: viziati. Mi piacquero subito, pure io mi sentivo così, a Siracusa, un posto che cadeva a pezzi, in un quartiere popolare, io ero viziato tanto quanto i nordamericani e non lo sapevo, l’ho saputo quando è cominciato il grunge, l’ho saputo nello stesso momento in cui lo hanno saputo a Milano, a Toronto, a Vienna. Che musica era? Pazzesca: era la mia. Tutti i figli di papà del mondo, tutti quanti, dovunque, a buscarsi raffreddori per via di queste camice di flanella senza niente sotto.

Finché ero stato bambino, solo musica scema, le cassette mie e di mio fratello lasciamole perdere: compilation che si chiamavano Monstruo, Bimbomix, Canzoni per l’estate, con dentro Raf, Sandy Marton, i Novecento, Movin’ On, Maniac, What a Feeling. Io e i miei compagni di classe delle elementari avevamo un rito: ci sfidavamo a Pac man e a Centipede, e per ottenere il massimo della prestazione era consentito indossare le cuffie dello stereo dei nostri padri o dei nostri nonni mettendo una canzone che desse l’adrenalina, What a Feeling, Maniac, Self Control. Chi perdeva poi diceva: vabbé ma tu avevi Self Control in cuffia, a me è toccata Una gita sul Po di Gerardo Carmine Gargiulo, per forza che ho perso. Cosa c’era di siciliano, di peculiare, di normanno o di arabo in questo modo di passare i pomeriggi negli anni Ottanta? Boh, io non lo sapevo, non sapevo nemmeno di vivere in Sicilia, io vivevo nel soggiorno di casa mia, dentro l’aula di quinta E della Mazzini, su Canale 5 con Bo e Luke e il pupazzo Five, su Teleuno Tris con il Grande Mazinga, le minne di Venusia che erano due missili, su Radio Marte che trasmetteva il bootleg di un concerto degli U2 ai tempi di Unforgettable Fire, all’Ara di Ierone, finalmente pulita e senza erbacce, allestita per il Magna Grecia Festival, gruppi all’epoca ancora sconosciuti ai più: i Litfiba di 17 Re, i Denovo, i That Petrol Emotion, i Thin White Rope, eravamo al di là dello Stretto, forse, sì, ma a quanto pare non eravamo lontani da niente.

A Milano, a Pisa, invece, ci vedevano come dei miracolati dai normanni, altrimenti col cavolo che avevamo gli occhi chiari e i capelli biondi: che canzoni avrei cantato, con che videogiochi avrei giocato sull’Atari se mia madre non fosse stata in grado di cornificare mio padre con Federico II di Svevia?

Poi il grunge, quella cosa da viziati. Mio zio Dario ogni tanto mi diceva: prestami questo cd, che ne ho sentito parlare. Lui era un fan di Bennato: Così non va, Veronica, non ci sto più, Restituiscimi i miei sandali, Sei come un Juke Box, Venite tutti a Nisida, cantava mentre si faceva la barba, era stato giovane e impegnato in politica in anni diversi dai miei. Quando avevo sei anni mi spiegava che al compimento del mio diciottesimo avrei dovuto votare il Pdup, come faceva lui, e alzava il pugno sinistro. Io lo imitavo, però da sdraiato, sul letto, gli dicevo sì, sì, perché come nome mi piaceva, uno poteva dirlo e sputacchiare in giro impunemente. Mio zio aveva dodici anni più di me, nella sua stanza c’era un cassetto chiuso a chiave. Io, un’altra mia zia più grande di me di soli tre anni, mio fratello, più piccolo di me di tre, ci dannavamo per capire che cosa tenesse là dentro, immaginavano cose oscene e segrete: preservativi? Lettere profumate? Pizzini con istruzioni sulla lotta armata? Volevano fare un colpo di Stato, lui e i suoi amici del Pdup? Un giorno lo scassiniamo con la chiave della carne Simmenthal, dentro ci troviamo tre cassette di Bennato, nemmeno originali, quelle TDK da 120, registrate, due adesivi “Red Devil”, il Manuale delle giovani marmotte, un facsimile del Gronchi rosa: ma questo è scemo, pensiamo noi, richiudendo. Sia come sia, questo mio zio si fa prestare il cd dei Nirvana, poi mi fa: ma che vogliono questi? In che senso, gli chiedo io, che nel frattempo sto studiando filosofia a Pisa. Lui mi dice: sembra il punk dei depressi, di quelli che hanno tutto, dei viziati, sono tristi, ma come si fa? Io poi ci ho pensato: aveva ragione, era la ribellione dei viziati, uno si può arrabbiare anche da inetto, può suonare distorto anche da figlio di papà che ha i soldi per la droga, anzi forse è arrabbiato proprio perché i soldi per la droga ce li ha in tasca, e allora esce fuori il grunge, a Seattle, a Siracusa, a Pisa. I miss the comfort in being sad, dicevo a mio zio. Ho capito, mi diceva, ho capito: ma la lotta? Che lotta? chiedevo io. Le battaglie, diceva lui, sul territorio. Che territorio? Io, mio zio, mia zia, mio fratello, Massimo e Andrea coi capelli biondi eravamo a Siracusa, Sud-Est della Sicilia, un po’ più a Sud di Tunisi, i discorsi erano questi: il grunge, i Cure, essere così viziati da finire per arrabbiarsi, con le tasche piene a studiare da fuori sede, atteggiarsi a straccioni malinconici e tendenti alla crisi di nervi, senza però poi esserlo per davvero, fare scena: qual era il nostro territorio? La Sicilia? Cos’era per noi la Sicilia? Esisteva? O esistevano solo le nostre stanze?

Arrivo a Pisa nel ’92. È piena di gente come me: calabresi, pugliesi, liguri, veneti, una di Ascoli Piceno coi capelli rossi, che mi piaceva da morire, tutti quanti con Trust dei Cure per fingere di essere tristissimi a causa di un amore da melodramma, che avevamo dovuto lasciare a Catania, a Gallipoli, ad Ancona, e che ora a sua volta metteva la stessa canzone in loop per atteggiarsi a cuore infranto. Una tecnica per risultare affascinante. Io faccio così con la più bella ragazza di filosofia, capelli rossi, occhiali con la montatura nera: sarà che io ero normanno, lei era normanna, e tendevo verso una sorta di purezza della razza. Non mi sentivo molto triste, devo dire, però mi sarebbe tanto piaciuto sembrarlo. Per darmi un tono, giravo sempre con una copia de Il tramonto dell’Occidente, volevo si capisse che la mia malinconia aveva un fondamento teoretico. Un giorno, tanto per attaccare bottone le chiedo: di dove sei? Lei mi fa: di Ascoli. Io, incauto: ah, bellissima l’Emilia Romagna. Lei mi fa: no, veramente è nelle Marche. Io manco lo sapevo che le Marche erano una regione d’Italia, la maestra geografia non ce la faceva mai fare, perdiamo solo tempo, diceva, e ci portava fuori, al castello Maniace, o sulle tracce dei corinzi, i nostri fondatori olivastri, levantini, con gli occhi scuri. Le dico: e le Marche non sono una zona dell’Emilia Romagna? No, mi fa quella di Ascoli, sono una delle venti regioni d’Italia. Ah, dico io, certo. Poi per impressionarla: io sono siciliano. E com’è che hai i capelli chiari e gli occhi verdi? mi chiede lei. Niente, le dico, sai, i normanni. Lei mi fa: io comunque stasera vado al Macchia Nera, c’è una cover band dei Cure. Ah, le dico io, allora no, non vengo, e le faccio vedere il lettore cd portatile, schiaccio il tasto eject e le mostro cosa stavo ascoltando: Wish, dei Cure, segnatamente alla traccia Trust, le faccio sapere, perché una di Catania… ma lascia perdere, le dico. Quella di Ascoli allora mi dice che lei va al Macchia Nera apposta per struggersi su Trust, pensando a uno di Fermo… ma lascia perdere, mi dice. La sera vado al Macchia Nera, la cover band fa schifo, Trust non è in scaletta, quella di Ascoli si sta baciando con uno di Gallipoli che fa Scienze dell’informazione, occhi scuri, capelli neri e ricci, mi avvicino, li interrompo, le dico: ma non lo vedi che è olivastro? Se ne frega, ricomincia a baciarselo. Io esco su viale delle Piagge: ma chi si credono di essere quei due? Borg e la Bertè? Incontro uno di Cairo Montenotte con il lettore cd e le cuffiette, gliele tolgo: che ascolti? Trust, mi dice lui: sto pensando a una ragazza di Savona che… ma lascia perdere. Poi mi chiede: tu invece ti diverti? Ma staminchia, gli dico io, quella che mi piace si sta baciando con uno. Chi?, mi chiede lui, quella di Ascoli? Eh, gli faccio io. Certo, mi dice lui, ovvio. E perché?, gli chiedo. In Emilia Romagna è pieno di normanni, mi fa lui, è normale che lei s’invaghisca di uno olivastro. Ma che maestra avevi alle elementari, scusa? gli chiedo io: non lo sai che Ascoli è nelle Marche? Sì vabbe’, mi fa lui, comunque le cose succedono adesso, il passato, i normanni, i corinzi, che c’entrano? Chissà con che colori nasce il figlio di questi due: lui corinzio, lei normanna, un po’ come Borg e la Bertè, e poi chissà dove andranno ad abitare, in Svezia? In Emilia Romagna?

L’idea che quei due facciano un figlio mi ripugna: non posso consentirlo, penso, cosa direbbe di me il dottor Mengele se non impedissi questa unione? Torno dentro, li trovo che ancora si baciano: senti, le dico, ma voi due lo sapete che l’Occidente sta tramontando? E che fate per impedirlo? Niente! E poi guarda che io i capelli chiari ce li ho solo per via dei normanni, che ti credi, altrimenti venivo olivastro, capelli scuri, col sangue levantino, sempre pronto a mercanteggiare, a trasformarmi in un pesce, a fare cose da Giufà, a parlare col verbo alla fine, non ti lasciare ingannare dalle apparenze: e poi ricordati che alla fine la Bertè voleva tornare con Panatta. Lei lo implorava e lui niente: non ne voleva più sapere.

Inutile, non si scollano.

 

Palazzo dei Normanni a Palermo

lasterketak

Nel 2000 ho ventisei anni, ho finito il servizio civile da obiettore e mi sono laureato. Cambio città, vado a Milano, un master di un anno solo. Nel frattempo, però, in un anno solo, a casa mia parte il boom, il turismo, la Sicilia orientale esplode, l’isola, lo scirocco, l’anima araba e quella normanna, occhi chiari e pelle scura, le ristrutturazioni del centro storico, i B&B, la new economy, arriva gente da fuori, continentali, nord men che, leggiamo sui giornali, vengono a scoprirci. I lettori di romanzi si chiedono: ma come parlano questi siciliani? Camilleri è un best seller: che lingua usa? Che ne so, mai capito, va a ritroso, scrive in un modo tutto suo, un po’ artistico e un po’ furbo: una specie di marchio di fabbrica, tutti capiscono che è siciliano, a tutti vengono in mente gli arabi e i normanni, però è una lingua sua, inventata, un salto indietro, però contemporaneo, Camilleri ha ottant’anni, è vero, scrive adesso, è vero pure questo, ma scrive come un siciliano di ottant’anni fa. Funziona: il siciliano di ottant’anni fa è più riconoscibile di quello che parlo io a Milano, se ne accorgono tutti che è siciliano, è un marchio, si vende bene.

Come mi devo regolare, allora? Qual è l’idea che hanno di me i non siciliani e, dagli anni Zero in poi, anche i siciliani stessi? La Sicilia, ogni tanto provo ad argomentare, è un’isola per modo di dire, è enorme, è una specie di nazione, e comunque da Messina a Villa San Giovanni non sono neanche tre km, venti minuti di traghetto, è Italia, è Europa, è continente, non serve nemmeno il ponte, tutte queste peculiarità, queste stranizze d’amuri, questi occhi di capra dove sono? E l’insularità, allora? mi dicono i milanesi, e Sgalambro? Boh: io quando sono andato a iscrivermi a a Pisa, dieci anni fa, gli dico, ci sono andato in aereo, Fontanarossa era già da un pezzo il terzo aeroporto d’Italia, ho preso un volo che costava niente: Wind Jet, la prima low cost italiana, era catanese. Chi l’aveva portata? Un nord man? Forse. Si chiamava Pulvirenti: era chiaro o era scuro di pelle? Non me lo ricordo. Mi ricordo che l’aereo ci aveva impiegato sì e no un’ora e mezza. Insularità di cosa? Mentre volavo nemmeno me ne ero accorto che ero partito da un’isola. Nel 2015 mi danno una cattedra in Umbria. Di nuovo via dalla Sicilia, di nuovo sul continente, di nuovo mi sento dire che non sembro tanto un siciliano: sarà per via dei normanni, dico, che ci vuoi fare, ormai ho la risposta pronta.

A Natale torno a casa, in aeroporto viene a prendermi mia madre: senti, mi dice, ti devo parlare. Brutte notizie, penso io. Ora che hai un lavoro fisso, mi dice, ora che ti sei sistemato, certe cose te le posso anche confidare. So tutto, la interrompo io: è dai tempi dell’università che so tutto. Ah sì? mi fa lei: e che sai? Mio padre è un normanno, le dico io. Tuo padre è un cretino, mi fa lei: si è comprato una motocicletta, dice che vuole arrivare fino a Capo Nord. Ah, le faccio io, certo: a conoscere i nostri antenati. Che antenati? mi fa lei. Niente, le dico, non ti preoccupare: stasera con papà ci parlo io.

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