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Ho giocato contro Goran Ivanišević

di Leonardo Colombati
fotografie
di Diego Mayon
IL 95 27.09.2017

Uno scrittore appassionato di tennis incontra il campione croato sul campo di un lussuoso resort turco. La vittoria nella finale di Wimbledon del 2001 come una tragedia greca, la rivalità con Pete Sampras, gli elogi a Roger Federer. Soprattutto, il mistero della sua seconda vita dopo aver attaccato la racchetta al chiodo, senza paura di confessare: «Avevo trentadue anni, mi sono sentito perduto»

Sto dormendo. Sogno di essere in uno dei giardini della mia infanzia: ci sono le rose, le mosche, la panchina in ferro battuto tutta scrostata su cui sta seduta una bambina con un cono in mano… Driiiiiin… La sveglia trilla nello stesso momento in cui prende a suonare anche il telefono della mia camera d’albergo.

«Pronto?»

«Leonardo?»

«Sì»

«Siamo qui sotto con Goran. La partita era alle otto. Ti stiamo aspettando».

Cazzo!

«Ero già con la mano sulla maniglia», mento. «Tra un minuto sono giù».

Sono le otto e un minuto e la mia sveglia era puntata per le sette, ma il mio telefono di tre generazioni tecnologiche fa evidentemente non è in grado di calcolare il fuso orario di un’ora che c’è tra l’Italia e la Turchia. Già da sessanta secondi (sessantuno… sessantadue…) dovrei trovarmi su un campo di tennis per giocare contro Goran Ivanišević, ex numero due del mondo, medaglia di bronzo olimpica e campione di Wimbledon.

Alle otto e tre minuti sono già nella hall e mi dirigo a razzo verso l’uscita quando sento una voce alle mie spalle che mi dice: «Ehi, sono qui». Mi giro: è lui. Ho ancora gli occhi appiccicosi e gli sono passato davanti senza nemmeno riconoscerlo. Ottimo inizio.

«Mi hanno detto che ti sei fatto male a un polpaccio», mi dice mentre camminiamo verso il campo, circondati dalla succosa vegetazione turca.

«Quattro giorni fa. Volevo essere in forma per poterti battere», scherzo.

In effetti, c’è poco da ridere. Sono qui, in questo spettacolare resort a cinquanta stelle nella penisola di Datça (ci sono elicotteri e foreste, terme da imperatore e cinque spiagge private, piscine a strapiombo e tre ristoranti stellati) per giocare contro una leggenda del tennis, e quasi non riesco nemmeno a camminare.

«I pronostici sono tutti a mio favore», dice lui. «Beh, di solito vincevi quando ti davano per spacciato».

Inseguiti dal canto delle cicale, siamo arrivati al tennis club. Da tre anni Goran dirige qui una sua scuola. Nella clubhouse mi fa scegliere la racchetta. Ne prendo una senza farci troppo caso. Una vale l’altra, no? Quando un ex quarta categoria in sovrappeso e semizoppo deve scontrarsi con un coetaneo di dieci centimetri più alto, di venti chili più magro e con la famosa coppa d’oro sormontata dall’ananas in bacheca, che differenza volete che faccia il tipo di racchetta?

«La prima volta che ho sovvertito un pronostico è stato a dodici anni contro mio padre», mi dice lui. «Giocavamo su un campo fuori Spalato. C’era molta competizione tra noi due. Mi provocava sempre, sapeva come innervosirmi. Io giocavo contro chiunque, e imparavo da tutti. Anche dalla televisione. A quei tempi in Jugoslavia non davano molte partite; ma le finali del Grande Slam non me le perdevo. Il mio idolo era McEnroe: mancino e pazzo, come me. In camera avevo appeso un suo poster».

«Anche io avevo il poster di McEnroe. E non mi perdevo un tuo match».

È vero. Ivanišević è stato un mio idolo da ragazzo. C’era qualcosa nel modo in cui guardava il suo avversario prima di esplodere uno dei suoi servizi supersonici… si capiva che vincere o perdere erano davvero per lui lo zenith e il nadir della felicità. È per questo che sono qui: mi hanno sempre affascinato i secondi tempi delle vite dei campioni dello sport; li vedi giocare, fai il tifo per loro, poi all’improvviso scompaiono per dieci, vent’anni, fino a quando non vengono inquadrati a tradimento appollaiati su una qualche tribuna, grassi e senza capelli, e con l’occhio spento. Figurati uno con la “tigna” di Goran, pensavo venendo qui in Turchia. La noia del dopo-tennis deve averlo ammazzato. A guardarlo, invece, ora che è dall’altra parte della rete, sembra in ottima forma: più magro di quando ha smesso, solo con qualche capello grigio.

Alla scuola di tennis di Goran Ivanišević nel resort D-Maris Bay, il campione ha preparato personalmente gli istruttori. In queste foto, gioca con Leonardo Colombati

Iniziamo a palleggiare. Gioco da fermo, il polpaccio non mi fa male; cerco di dimenticarmi che dall’altra parte c’è Goran Ivanišević, mi rilasso, lascio andare il dritto (che è il mio colpo migliore), rimando in back di rovescio… non sfiguro, insomma. Mentre raccogliamo le palline, ricevo i complimenti di Goran (un signore) e gli confesso che l’idea stessa di giocare con lui mi sembra inconcepibile.

«Niente di paragonabile a quando mi sono ritrovato per la prima volta nello stesso spogliatoio con Ivan Lendl», mi dice. «Hai presente che faccia ha Lendl?».

Riprendiamo a giocare. A un certo punto gli chiedo di battere. Voglio poter dire di aver risposto a un suo servizio (tra i più potenti della storia di questo gioco). I primi tre non li vedo nemmeno; il quarto lo stecco; il quinto e il sesto li rimando di là, bloccando la risposta di rovescio. Sono vivo!

«Come è andata con Lendl, quella volta?»

Siamo al bar del tennis club, e chiacchieriamo bevendo una limonata.

«Avevo una paura terribile. Il primo set l’ho perso già negli spogliatoi. Ma poi ho iniziato a realizzare che non stavo andando così male e che Lendl, dopotutto, era umano. Era solo il numero uno del mondo… ma non era poi così tanto meglio di me, potevo giocarci contro».

«Hai giocato con tre generazioni di grandi campioni».

«Sì, ho giocato contro McEnroe e Lendl; e in allenamento anche con Connors e Borg. E poi contro Edberg, Becker, Sampras e Agassi. E alla fine anche con Federer e Nadal».

«Sei riuscito a giocare anche con Nadal? Doveva essere molto giovane».

«Era un bambino. Mi ha battuto 7/6, 6/4. Sono andato in sala stampa e ho detto che avrebbe vinto dieci Roland Garros di fila».

«Con McEnroe condividi una certa predilezione per la teatralità. McEnroe ha elevato l’insulto al giudice di sedia fino a inesplorate vette di poeticità. Tu hai creato alcune delle più fantasiose bestemmie mai udite su un campo di tennis».

«Non ricordarmelo».

«Però una volta ti ho visto pregare. Era il 9 luglio del 2001. Un lunedì. Campo centrale di Wimbledon. Finale. La tua quarta. Quinto set, 8/7, 40-30. Hai appena servito un ace a duecentoventi all’ora. Match point. Alzi gli occhi al cielo e hai tutta l’aria di invocare l’aiuto degli dèi del tennis. Solo che gli dèi del tennis…».

«Sono sadici».

«Eh, già. Questo lo sappiamo tutti, professionisti e dilettanti. Quel giorno, poi, dovevano annoiarsi parecchio, lassù, perché hanno organizzato un vero psicodramma – qualcosa di paragonabile solo al leggendario tie-break tra Borg e McEnroe nel 1980. Infatti, tu, ormai considerato un ex giocatore, sprofondato fino al numero 125 della classifica Atp, entrato nel tabellone solo grazie a una wild card e miracolosamente rinato sui prati dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club fino a guadagnarti il diritto di sconfiggere i tuoi demoni (tre finali perse – peggio di te ha fatto solo Rosewall), tu, l’uomo in possesso di un servizio come un’arma, sul match point tiri la seconda fuori di due metri!».

«In realtà», mi dice Goran, «in quei momenti credo di aver pregato anche dèi più potenti e prestigiosi di quelli del tennis. Dopo vent’anni di sacrifici pensavo di meritarmi quella ricompensa. Ma in vita mia non ho mai avuto vita facile; neanche quel giorno. Ero esausto e avevo paura. Anche Rafter, il mio avversario, doveva averla; ma io non me ne sono accorto».

«Siete sul 40-40 e tu servi un altro ace. Secondo match point. Il pubblico sul centrale trattiene il fiato, la tua prima di servizio finisce pochi millimetri fuori: sarebbe stato un servizio vincente. Invece tu fai il secondo doppio fallo! La telecamera inquadra il tuo volto: sei terrorizzato, sembri sull’orlo di una crisi di pianto. E lo sai qual è la cosa più incredibile? Che Rafter, finora, non ha ancora fatto niente! Stai chiaramente giocando contro te stesso; ed è per questo che quel game travalica i confini dello sport per entrare nel mondo governato dal genio drammatico di Eschilo e Shakespeare».

«Sì, era come una tragedia greca, un film western. Rafter era lì, ma era come se non ci fosse; era il mio mortale nemico in un duello sotto il sole, ma così lontano che forse mi stavo sbagliando: forse ero sempre io, forse mi stavo guardando allo specchio…».

Ivanišević ha lo sguardo dei timidi. Mentre ti parla, guarda da qualche parte oltre la tua spalla, ma ogni tanto i suoi occhi disegnano rapide e oblique traiettorie per controllare l’interlocutore. Adesso, però, le sue pupille sono puntate contro le mie: non è un match, non è una sfida, questa volta: mi sembra come una richiesta di attenzione, o forse proprio di empatia. Si capisce che questa cosa – la finale – è cruciale per lui, ancora oggi. Deve averla raccontata un milione di volte, ma sembra non importargli.

«A un certo punto, Rafter (o il tuo doppelgänger)», gli dico, «mette fuori di due centimetri un passante. Tu fai un rapido inchino in direzione dei fili d’erba appena schiacciati dalla pallina e per la prima volta… sorridi».

«Se devo dirti la verità, in quel momento non sapevo cosa stessi facendo. La testa mi diceva una cosa, le gambe un’altra… A rivedermi oggi, quel sorriso sembra dire: “Okay, chi se ne frega, qui è tutto così assurdo che sia quel che sia”».

Mi è simpatico, Ivanišević. Un po’ mi dispiace introdurre l’argomento che più m’interessa – il motivo per cui sono qui. Non vorrei intristirlo. Così decido di godermi in pace la giornata e che ne parleremo più tardi, a cena.

«Se la tua carriera fosse finita prima di quel lunedì a Wimbledon, Goran, credi che starei parlando con la stessa persona, adesso?».

Un vento rifrescante raggiunge il nostro tavolo. È ormai buio: il mare è un rumore distante. Ivanišević siede di fronte a me. Ha accanto la sua fidanzata, Nives Čanović, star della tv croata. È lei che Goran guarda prima di rispondermi: «No. Penso proprio di no», dice. «Sai, qualcuno ha detto che nello sport l’importante è partecipare, ma è un’idiozia. Non c’è niente di bello nell’arrivare secondo, credimi. Pensa al calcio. Chi si ricorda chi ha perso le finali della Champions League o è arrivato secondo in campionato?».

«Non dirlo a me. Sono un tifoso della Roma; un eterno secondo da sempre!».

«Ecco, fino a quel lunedì io ero un eterno secondo, con tre bei piatti d’argento presi a Wimbledon al posto della coppa dorata. Nemmeno io che le ho giocate mi ricordo in quali anni le ho perse quelle maledette finali. Ora, invece, sedici anni dopo, la gente ancora mi ferma per strada e mi ricorda quel sedicesimo game del quinto set, quando ho sconfitto Rafter. Non c’è dubbio che quel match abbia cambiato la mia vita completamente».

«In qualche modo quella è stata anche la fine della tua carriera».

«Quell’anno, a Wimbledon, la spalla mi faceva così male che dopo ogni match non riuscivo ad alzare il braccio. Mi sono operato nel 2002 e sono stato senza giocare per un anno e mezzo. Sono tornato, ma sentivo ancora molto dolore. Così mi sono ritirato. L’ultima partita l’ho giocata a Wimbledon nel 2004. Era il terzo turno. Giocavo contro Hewitt sul centrale. Sapevo che, a meno di un’improbabile vittoria, quello sarebbe stato il mio ultimo match. Non c’era un posto migliore al mondo dove appendere la racchetta al chiodo».

Parliamo un po’ dei tennisti italiani («chissà perché non ce n’è uno, tra maschi e femmine, che abbia un servizio decente») e siamo già al dessert (che Goran non prende): dopo averci girato intorno, è arrivato il momento della domanda fatale. Mi faccio coraggio e gli dico: «Jackie Robinson, una leggenda del baseball, ha detto che un atleta muore due volte: quando la carriera agonistica finisce, quella è una morte».

«È così», mi dice lui, senza guardarmi.

Ma non sono intenzionato a mollare la presa: «Solo pochissime persone al mondo possono dire di aver provato un trauma del genere. Per gli artisti è diverso: il loro tramonto è lento e arriva di solito a una certa età…».

«Io avevo solo trentadue anni», m’interrompe Goran. Che adesso mi guarda dritto negli occhi. «Mi sono sentito perduto, non sapevo cosa fare della mia vita. Tutto lo stress a cui ero abituato non c’era più. E, se devo essere sincero, quello stress mi è mancato molto».

«Immagino che siano la routine degli allenamenti, lo spirito agonistico e una certa dose di vanità appagata che manchino di più quando si smette».

«Non mi è mancata la luce dei riflettori, perché non mi è mai piaciuta. Mi è mancata la competizione, la voglia di vincere – che poi è ciò che distingue un campione da uno che fa semplicemente sport. Ancora oggi, se sono a casa e gioco a carte e perdo, butto il mazzo per aria. Qualsiasi gioco io faccia, voglio vincere. Ti ripeto, de Coubertin è famoso per aver pronunciato la frase più ipocrita e stupida mai detta sullo sport. Lo sport è vincere, vincere e ancora vincere. E quando perdi, fa male. Specialmente se il tuo è uno sport individuale. Negli sport di squadra, se perdi puoi dare la colpa a un tuo compagno o all’allenatore; ma nel tennis puoi incolpare solo te stesso. Era per evitare di odiarmi che scendevo in campo e trasformavo il mio avversario in un nemico: che tu sia mio padre, mio figlio o un mio amico, non importa. Per quelle due-tre ore non sei amico mio, ti odio. Per una birra e quattro chiacchiere in allegria c’è tempo dopo la partita».

Cinque spiagge tra le quali fa spola un servizio navetta, sette bar, un centro acquatico dove fare vela, surf, immersione, una spa: sono solo alcuni dei servizi offerti dal D-Maris Bay

«Chi è stato il tuo nemico numero uno?».

«Sampras», mi dice. E i suoi occhi cambiano, lo sguardo diventa improvvisamente cupo, feroce. «Sampras mi ha rovinato la vita. Mi piace, Pete: è un grande campione e un bravo ragazzo. Ma mi ha ROVINATO la vita. Ho perso così tante semifinali e finali contro di lui! Lo odio, sportivamente parlando».

Mentre ascolto Goran, mi viene da pensare: dov’è finito Sampras? Cosa fa Borg quando non appare quei dieci minuti all’anno nel Royal Box del centrale di Wimbledon? Che ne è stato di Connors? Quali secondi tempi hanno organizzato per le loro vite? Sono sicuro che anche per loro, come per Ivanišević, appendere la racchetta al chiodo non dev’essere stato uno scherzo.

«C’è voluto un po’ di tempo prima di riprendermi dalla sensazione di vuoto che mi aveva lasciato la fine della carriera», mi dice Goran.

«Quando sei rinato?».

«Per fortuna mia figlia è nata nel 2003. Fare il padre è stata la mia salvezza».

«Hai provato anche a fare il coach, ultimamente».

«Sì, ho allenato Čilić per tre anni, e poi Berdych. È molto più stressante che giocare. E poi, questi nuovi tennisti non ti ascoltano. Appena gli suggerisci di cambiare qualcosa, si offendono. Sono troppo concentrati su se stessi; si creano un loro mondo da cui non escono mai. Ai miei tempi ci divertivamo tra noi giocatori, in giro per il mondo. Adesso ogni giocatore ha il proprio manager, un coach, un fisioterapista, un pr, e parla solo con loro. Durano di più, per via della preparazione. Ma è una vita noiosa: la palestra, i massaggi… Io, quando giocavo, non ho mai avuto un massaggio se non quando ero infortunato; non sono mai andato in palestra: l’allenamento era sul campo da tennis. E anche il cibo… Mangiano cinquantasette volte al giorno, sono fissati col gluten-free, con le diete…».

«Beh, mi pare che anche tu ci stia attento, no? Ti ho visto mangiare molto poco».

«Ora sì, ma quando giocavo non ci badavo molto. Mi ricordo che una volta, a Key Biscane, il match veniva continuamente rimandato per pioggia. Erano ormai le due del pomeriggio; per rilassarmi stavo facendo due passi fuori dal club, quando ho visto l’insegna di un Kentucky Fried Chicken. Sono entrato e ho divorato un intero cestino di ali di pollo fritte. Un’ora dopo ero in campo. Stavo così male che mi sono dovuto ritirare!».

Prima di salutarci, chiedo a Goran un pronostico su chi vincerà gli U.S. Open.

«Federer è il favorito», mi dice. «Lui è la classe assoluta. Anche quando sbaglia è bello da vedere. E poi ci sarà una sorpresa, sicuramente…».

«Purtroppo io sono infortunato», gli dico.

«Già», fa lui, «una grave perdita per il torneo». L’ultimo saluto è affettuoso. Ci diamo appuntamento per un’improbabile rivincita. Goran Ivanišević si volta e se ne va, scomparendo nell’aria lattiginosa della notte turca, portandosi via il mistero della sua seconda vita.

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