Dossier / Elezioni tedesche

Grosse Koalition R.I.P.

25.09.2017

Angela Merkel vince ma non stravince. La Spd arretra, avanza la destra esterna. La Jamaika (intesa come accordo di governo) è sempre più vicina

IL pubblica “Noch 4 Jahre?” (“Ancora quattro anni?”), la newsletter sulle elezioni tedesche curata da Edoardo Toniolatti. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 
Il voto di domenica ha certificato quello che già sapevamo: Angela Merkel rimarrà cancelliera e guiderà la Germania per la quarta volta. È tutto il resto, però, a essere una novità. O meglio, come recita un titolo dello Spiegel: una cesura.
 
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«ZfD – Zäsur für Deutschland», gioco di parole dello “Spiegel” con AfD: per la prima volta, infatti, un partito di destra estrema entra nel Bundestag

 

Questi i risultati e la composizione del Bundestag:

 
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Fonte: wahl.tagesschau.de

 
Sia per l’Union che per la Spd non ci sono mezzi termini: è una sconfitta. Per entrambi i partiti è il risultato peggiore dal 1949, ben al di sotto delle aspettative e dei sondaggi (anche i meno generosi) di questi giorni. Certo, Merkel ha “vinto”, nel senso che la Cdu è arrivata prima e lei guiderà il nuovo governo, ma, come ha detto la stessa cancelliera commentando i numeri nella Konrad-Adenauer-Haus, il quartier generale della Cdu a Berlino, «ci aspettavamo un risultato diverso».
 
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Il tweet di Thomas Wieder, corrispondente da Berlino di “Le Monde”, che descrive bene l’atmosfera

 
E probabilmente la cancelliera si aspettava un risultato diverso anche per la Spd, e soprattutto per AfD, che, con questi dati confermati, sarebbe il terzo partito del Bundestag. La conseguenza è quella a cui accennavamo nel numero scorso: in questo scenario, una ripetizione della Grosse Koalition consegnerebbe la guida dell’opposizione al partito di estrema destra, e le offrirebbe un’occasione troppo ghiotta di continuare nella sua campagna di “unica alternativa” a un sistema dei partiti autoreferenziale in cui “sono tutti uguali”.  Un rischio enorme, che però può già dirsi scongiurato: tutta la leadership della Spd, dal segretario generale Hubertus Heil al capogruppo al Bundestag Thomas Oppermann a Manuela Schwesig fino allo stesso Martin Schulz, ha fatto capire chiaramente che il partito andrà all’opposizione. La Grosse Koalition è morta domenica sera.

Una mossa che tutti, nel partito, dipingono come una presa di responsabilità verso la democrazia tedesca, per non lasciare un ruolo cruciale nelle istituzioni ai populisti di destra, ma che ovviamente è anche nell’interesse del partito: una nuova alleanza con Merkel, dopo un risultato così basso e dunque in una posizione di debolezza molto pronunciata, allontanerebbe ancora di più militanti e simpatizzanti che già non hanno vissuto benissimo questi 4 anni di coabitazione. Paradossalmente, e come notava un paio di settimane fa un interessante articolo dell’Economist, questa sconfitta potrebbe addirittura essere salutare per i socialdemocratici: un periodo all’opposizione potrebbe aiutarli a ritrovare un’identità chiaramente alternativa al merkelismo, ed evitargli un’altra campagna elettorale – la prossima – nella scomoda posizione di chi si contrappone allo stesso governo di cui ha fatto parte. Quando, durante il suo intervento alla Willy-Brandt-Haus (il quartier generale della Spd a Berlino), Schulz ha annunciato che rimarrà alla guida del partito e dichiarato la fine della collaborazione con Merkel, la folla ha accolto le sue parole con un’ovazione: un segnale che probabilmente la leadership non sottovaluterà nel mettere a punto la strategia per i prossimi mesi. Schulz si ricandiderà alla guida della Spd a dicembre prossimo (la riconferma è praticamente una formalità, nonostante la sconfitta), mentre a guidare i deputati socialdemocratici al Bundestag arriverà Andrea Nahles, fino a ieri ministro del Lavoro.

Dopo 4 anni di governo come partner di minoranza, dunque, la Spd torna all’opposizione: e Schulz sembra già entrato nella parte. Tanto che, durante la tavola rotonda con gli altri leader andata in onda domenica sera sulla rete tv Das Erste (il cosiddetto Berliner Runde, anche noto come Elefantenrunde), non ha risparmiato critiche e attacchi a Merkel, definendola una “aspira-idee” (Ideenstaubsauger) che ruba le idee agli altri e poi si prende il merito di averle realizzate, e mettendo in guardia i probabili partner del suo quarto governo: vedrete, farà lo stesso con voi.

Probabili partner che, a questo punto, sono i liberali della Fdp e i Grünen: Jamaika-Koalition, quindi. Ma non è così semplice.

Se la rotta verso i Caraibi sembra l’unica possibile, lo scenario uscito dal voto di domenica rende comunque il viaggio più lungo, difficile e accidentato del previsto. La Fdp ha infatti ottenuto un buon risultato che l’ha riportata nel Bundestag, come più o meno ci si aspettava, e il 9 per cento conquistato dai Grünen è un po’ una sorpresa, visti i sondaggi ben poco favorevoli che per settimane li davano intorno al 7 per cento: ma l’assenza di un’alternativa (vista la sostanziale impraticabilità della Grosse Koalition) rende il potere contrattuale della Cdu paradossalmente minore. Questo vuol dire che, inevitabilmente, sia i liberali sia i verdi alzeranno al massimo l’asticella durante le negoziazioni – ad esempio, Cem Özdemir ha detto che per sedersi al tavolo delle trattative vuole per sé il ministero dei Trasporti, un ruolo importantissimo nel bel mezzo dello scandalo delle emissioni diesel – rendendo tutto il processo estremamente delicato. Anche dal punto di vista dei contenuti: i due partiti hanno affinità su alcuni temi, come la politica energetica, e possono trovare punti di accordo sulla questione dei rifugiati e sui migranti, ma restano molto distanti soprattutto sull’Europa. I liberali sono infatti molto rigidi sui bilanci dei Paesi membri, sono per l’uscita della Grecia e per una Europa “a due velocità” – tutte cose su cui trovare un accordo con i verdi sarà piuttosto complicato: e la stessa Merkel dovrà trovare un modo di ammorbidirli, per garantire stabilità al suo governo. Missione che, specularmente, la aspetta anche sul fronte ecologista, naturalmente – soprattutto per quanto riguarda l’uscita dal sistema dei carburanti fossili entro il 2030, un punto su cui i Grünen insistono da sempre.

E, come se non bastasse, la cancelliera trova sulla sua strada un’altra piccola grana: un Parlamento Federale che, secondo le proiezioni, sarà enorme (si parla di 690/700 deputati, forse di più). Un numero inferiore solo a Nord Corea e Cina, non proprio due esempi di istituzioni democratiche funzionanti, che renderebbe naturalmente il controllo delle maggioranze un’operazione estenuante.

Comunque, se ne riparlerà dopo il 15 ottobre, data del voto in Bassa Sassonia: prima di quella data, nessuno vorrà davvero mettersi a discutere, per non compromettere le proprie chances elettorali. Forse solo la Spd, ormai chiamatasi fuori dai giochi, potrà giocare all’attacco.

Ma è la cesura di cui parlavamo in apertura a essere il vero titolo del giorno: l’ingresso di AfD nel Bundestag come terza forza. Un risultato di cui alcuni sondaggi avvertivano già negli ultimi giorni, ma che sembrava decisamente improbabile nei mesi scorsi, quando il partito era crollato rispetto ai numeri a doppia cifra del 2016 e pareva incapace di ritornare oltre il 10%. Un risultato, inoltre, che ha una connotazione geografica ben precisa: l’Est.
 
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I risultati più aggiornati nei Länder dell’Est: AfD secondo partito

 

Qui i risultati aggiornati di Dresda, dove AfD è a un soffio dalla Cdu

 
Numeri che pongono ancora pesantemente sul tavolo la questione dell’integrazione (mancata) Est-Ovest, che dovrà essere inclusa fra le priorità del nuovo governo per non lasciare ulteriori praterie di conquista ai populisti.

Alexander Gauland, celebrando l’exploit, ha invitato i sostenitori a evitare celebrazioni e slogan “problematici”, che potrebbero tornare indietro come boomerang – un certo cambiamento di tono, se consideriamo le sue ultime uscite. Intanto, però, c’è grande allegria nel locale di Berlino che il partito ha affittato per festeggiare, nonostante i cortei di protesta organizzati in alcune città.
 
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Manifestanti a Francoforte: «Tutta Francoforte odia AfD!!!»

 
Una vittoria amara per Angela Merkel, dunque, che si trova a dover affrontare l’inizio del suo quarto mandato in condizioni ben più difficili rispetto a quanto preventivato. Ora rimarrà tutto più o meno congelato in attesa del voto del 15 ottobre in Bassa Sassonia, ma una cosa è certa: la rotta è quella per la Jamaika, ma ci vorrà tempo, pazienza e tanta diplomazia.
 

Bonus Tracks

Su The Conversation, una piccola guida (in inglese) ad AfD, se avete solo due minuti e volete capire qualcosa di più del partito di cui adesso stanno parlando tutti.

Ora che AfD è entrata nel Bundestag, riuscirà a reggere l’impatto con le stanze del potere? Secondo Manfred Güllner, direttore dell’istituto demoscopico Forsa, no. «Come tutti i gruppi settari di destra – ha detto Güllner in un’intervista al Neuen Osnabrücker Zeitung – AfD cadrà a pezzi». L’andamento del partito continuerà più o meno a essere quello di sempre, un’oscillazione fra normalizzazione e ritorni di fiamma alla destra estrema e al populismo xenofobo, che però causerà inevitabilmente problemi di immagine una volta arrivati sul palcoscenico principale e condurrà quindi abbastanza in fretta, secondo il ricercatore, a un pesante ridimensionamento elettorale.

Sempre a proposito di AfD, da dove vengono tutti questi voti in più? Il gruppo di ricerca FGW ha elaborato una grafica, rilanciata dallo Zeit, che mostra i flussi verso AfD rispetto alle elezioni del 2013: oltre che da altri piccoli partiti e dagli astenuti, AfD ha pescato soprattutto dalla Cdu.
 
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Da dove provengono gli elettori AfD?

 
Infine, una piccola nota di servizio: anche se si è votato, questa newsletter andrà avanti fino alla formazione del nuovo governo. E visto che, fra voto in Bassa Sassonia e prevedibili difficoltà nelle trattative, secondo molti osservatori non se ne parla prima di Natale, direi che abbiamo davanti ancora un bel po’ di tempo.

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