Lettera da New York

È passato suppergiù un anno da quando è iniziata l’età moderna delle rivolte populiste, la Brexit e tutto il resto, in un Paese dopo l’altro, e se questa età del populismo fosse stata destinata ad assumere una forma facilmente riconoscibile ormai lo sapremmo. Ma non è emersa nessuna forma riconoscibile. È vero che, in alcuni posti, lo sprofondamento in estremismi radicali è stato apparentemente evitato, almeno per il momento. Gli elettori olandesi hanno manifestato buonsenso e in Polonia un movimento di cittadini ha avuto successo nel porre freno ai populisti di destra che sono al potere. Marine Le Pen non è la presidente della Francia. In Germania lo spostamento verso destra ha perso slancio. L’Italia non si è dissolta. La Grecia sta pagando i suoi debiti. E non è scoppiata un’altra Guerra civile spagnola.

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Ma è anche vero che molti avevano previsto che Donald Trump, una volta in carica, avrebbe assunto comportamenti moderati e più civili. La stessa Casa Bianca gli avrebbe instillato un senso di compostezza repubblicana. I fantasmi dei presidenti americani del passato gli avrebbero sussurrato nell’orecchio. Avrebbe addirittura aperto un canale di dialogo con i suoi nemici del Partito Democratico e, sulla base delle sue promesse alla working class, avrebbe proposto dei progetti di infrastrutture che, con ogni probabilità, sarebbero stati appoggiati anche dai Democratici. Per quanto riguarda la politica estera e il ruolo internazionale degli Stati Uniti avrebbe capito che gli insuccessi di Barack Obama in molte parti del mondo gli offrivano un’opportunità e avrebbe sviluppato proprie politiche di ampio respiro, anti idealistiche nei toni ma realiste nell’analisi, e molti gli sarebbero stati grati per questo.

Ma non è successo niente di tutto ciò. Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, perché farlo era coerente con una spiegazione della riduzione dei posti di lavoro nel settore manifatturiero degna di un sempliciotto. Ai suoi ferventi sostenitori piace urlare «Costruisci il muro» — cioè un muro di confine tra Messico e Stati Uniti — e, anche se la costruzione di un muro costerà una fortuna e non servirà a nulla, si sta battendo per farlo. Durante la sua campagna elettorale ha eccitato un’atmosfera da folle inferocite e questa eccitazione ha avuto come risultato un effettivo episodio di violenza nella città universitaria di Charlottesville, in Virginia, con neonazisti e attivisti di estrema destra che sfilavano armati e qualcuno che ha lanciato un’auto come un ariete in mezzo alla gente e ha ucciso una contro-manifestante. E, ben lungi dal condannare l’ultradestra, Trump l’ha furtivamente applaudita. Nessuno al mondo crede che quest’uomo possa comportarsi in modo saggio con il pazzo della Corea del Nord. E ciò nonostante rimane in carica.

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Ma dove porta tutto questo? È una situazione oscura e turbolenta. E mi fa tornare alla mente il più grande poemetto di Paul Valéry, La jeune Parque (La giovane Parca), pubblicato esattamente cento anni fa. Nei versi di Valéry compare una donna mitologica su una barca che galleggia in acque sconosciute: piange per una ferita, è ignara del perché il serpente l’abbia morsa e quasi gode della propria ferita, sprofondando ancora di più nelle tenebre dell’oltretomba.
 

Traduzione di Guido De Franceschi
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