Explicit / Non fiction

Il lato horror del Made in Italy

IL 95 20.09.2017

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Siamo cavie ed esportatori di prodotti politici tossici: prima il fascismo e ora il grillismo

Il popolo di Creta produce più storia di quanta possa consumarne sul mercato locale, scrisse cent’anni fa l’umorista inglese Saki – e come spesso accade, l’arguzia fu poi messa in conto a Winston Churchill, padre putativo di tutte le citazioni dai natali oscuri. Lo stesso si dovrebbe dire dell’Italia e degli italiani: produciamo tanta storia che siamo costretti a esportarla, a inondare i mercati esteri delle nostre specialità. A rigore, siamo una multinazionale delle invenzioni politiche abominevoli. In questo campo, e solo in questo, prendono consistenza quelle vacue retoriche pubblicitarie sul Made in Italy che coniuga “tradizione e innovazione”. Le nostre opere di alto artigianato, infatti, hanno uno schema di produzione standard: prendiamo le nostre arretratezze e i nostri vizi atavici (la tradizione), li assembliamo in modo creativo e ne tiriamo fuori prodotti di avanguardia che il resto del mondo, dopo averli guardati con sufficienza e poi con sottile inquietudine, si risolve infine a importare. La magistratura più retriva e superstiziosa d’Europa, ferma grosso modo al Seicento, ha generato quello strano affare noto come Mani Pulite, che al di là delle Alpi alcuni salutarono come primizia dell’avvento del “secolo del potere giudiziario” – e a quanto pare avevano ragione. Da un altro coacervo di storture secolari è emerso il fenomeno Berlusconi, che fondò un partito dal nulla e vinse una guerra-lampo elettorale: dopo anni di sarcasmi e derisioni ne vediamo i frutti un po’ in Macron, un po’ in Trump. E ovviamente abbiamo rifilato all’Europa e al mondo il nostro best seller, il fascismo.

Molti indizi fanno supporre che con il grillismo stiamo per ripetere l’impresa, e in grande stile. La Casaleggio Associati srl ha combinato tutto il peggio della storia e della mentalità italiane: il vittimismo aggressivo, l’irresponsabilità puerile come unica bussola etica, l’opportunismo più cinico unito al trasformismo più selvaggio, l’idiozia cospiratoria, l’ignoranza orgogliosa che si sposa al disprezzo per la scienza, la passione per i linciaggi, la vocazione squadrista, il dannunzianesimo cialtrone, la menzogna compulsiva; e da questi materiali di scarto ha saputo produrre una Cosa avanguardistica che, c’è da scommetterci, siamo destinati a esportare. Eppure, malgrado le tempeste che si annunciano, regna nel Paese un’aria mesta di rassegnazione. Una classe dirigente – politica, imprenditoriale e giornalistica – priva di qualunque senso della propria funzione storica (e in certi casi anche della decenza) capitola giorno dopo giorno alla pressione dei teppisti politici. A destra, fascisti che non sentono neppure più il bisogno del doppiopetto sono ben felici di scorrazzare, in felpa, tra le macerie civili provocate dal terremoto grillino. E a sinistra si può osservare una varietà di pose deprimenti: i piccoli leninisti che sperano di portare i Cinque Stelle sulla retta via, gli allucinati che applaudono alle “moltitudini” in lotta contro l’Impero, quelli che per intemerato stalinismo restano imbambolati, in una paralisi stuporosa, davanti ai grandi numeri, alle masse e al loro ruolo storico.

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Ecco, se c’è uno che non è mai stato tentato da queste pose è il sociologo ed ex firma del manifesto Alessandro Dal Lago. Nel 2013 aveva pubblicato, con Cronopio, il pamphlet Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica. Oggi, con il più corposo Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra (Raffaello Cortina), prosegue la battaglia con un supplemento di coscienza storica. Scrive Dal Lago:

«Il mondo è entrato in una situazione di anarchia senza precedenti se non saranno trovati anticorpi politici efficaci, dalla crisi attuale della globalizzazione non si uscirà che a destra, verso un qualche tipo di fascismo dell’era digitale».

Ma il titolo del libro, che pure è pieno di idee persuasive, non fa ben sperare per il futuro prossimo. Dal Lago, come noi tutti del resto, è costretto a declinare “al digitale” categorie familiari – fascismo, peronismo, maoismo – per una ragione che è doloroso ammettere: come in un horror fantascientifico, sta prendendo forma una Cosa spaventosa per la quale non abbiamo ancora un nome. Quel che è certo, è che la creatività del Made in Italy ci ha portati a confezionarne il prototipo, battendo la concorrenza; quel che è altrettanto certo, è che la esporteremo. Ma prima di puntare ai mercati esteri, come con il fascismo, ci toccherà far da cavie anche di questo nuovo prodotto tossico. Ce lo chiede l’Europa.

 

Alessandro Dal Lago

Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra

Raffaello Cortina 2017
170 pagine, 14,00 euro
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