Dossier / Elezioni tedesche

La Merkel potrebbe andare ai Caraibi

20.09.2017

A pochi giorni dalle elezioni in Germania si sa solo una cosa: la cancelliera le vincerà. E poi? L’esito meno improbabile è la coalizione Jamaika: Cdu+Fdp+Verdi

IL pubblica “Noch 4 Jahre?” (“Ancora quattro anni?”), la newsletter sulle elezioni tedesche curata da Edoardo Toniolatti. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 
Ci siamo.
Fra meno di una settimana, più di 61 milioni di tedeschi andranno a votare per dare forma al nuovo Bundestag e al nuovo governo.
Come ci arrivano i partiti? E cosa succederà dopo?
 

Union

Oggettivamente, per Angela Merkel è stata una campagna elettorale quasi trionfale.

Pur partendo da una situazione tutt’altro che facile, la cancelliera è riuscita in questi mesi ad arrivare alla quadratura del cerchio: ha neutralizzato gran parte delle tensioni con la Csu e con l’ala più radicale del suo partito (tensioni che rimangono, beninteso, ma inevitabilmente ridimensionate davanti a una prospettiva di rotonda vittoria), è uscita fuori dall’angolo in cui Alternative für Deutschland (AfD) aveva cercato di rinchiuderla agitando lo spettro della crisi dei migranti del 2015 (anche se qualche fischio da simpatizzanti del partito di destra le arriva sempre, durante i comizi, soprattutto nei Länder dell’Est), e ha infilato una inaspettata tripletta nelle elezioni locali dei mesi scorsi, che dovevano certificare la forza elettorale di Martin Schulz e ne hanno invece fatto scoppiare la bolla.

Anche là dove tradizionalmente emergono le sue debolezze, come ad esempio nei confronti tv e negli incontri con la gente, Merkel ha tenuto botta, anzi è riuscita perfino a incassare qualche punto a suo favore: ha sostanzialmente vinto il duello con Schulz, risultando non soltanto più credibile e preparata ma addirittura più simpatica, e non è andata male neanche nei due “uno contro tutti” organizzati la settimana scorsa, dove ha risposto alle domande del pubblico. L’unico momento di défaillance c’è stato giovedì sera, quando ospite della trasmissione Klartext della rete ZDF è stata messa in difficoltà dalla storia di Petra Vogel. Vogel (attiva nella Linke, pare) lavora come donna delle pulizie per un’impresa, e tra qualche mese si ritroverà a dover vivere con una pensione di 650 euro: perché, ha dunque chiesto alla cancelliera, non c’è in Germania un sistema che garantisca una pensione in grado di superare la soglia minima dei 1.000 euro? Merkel ha provato a suggerire di devolvere parte del reddito mensile per un’assicurazione pensionistica integrativa privata, ma la risposta di Vogel – “da uno stipendio di 1050 euro?” – e l’applauso successivo del pubblico hanno reso una replica essenzialmente impraticabile.

Ma tutto sommato è andata bene, soprattutto lunedì 11 settembre durante la Wahlarena della rete televisiva ARD – certo meglio di quattro anni fa quando fu praticamente un fiasco: Merkel fu infatti presa completamente alla sprovvista dalla storia di un uomo del pubblico che rivelò di lavorare da dieci anni con contratti a tempo determinato, e di non essere l’unico nel suo settore. Un racconto a cui la cancelliera non seppe trovare una risposta, così come non riuscì a spiegare in maniera convincente a un altro signore del pubblico perché lui, omosessuale da anni in una relazione stabile, non dovrebbe essere in grado di accudire ed educare un bambino al pari di un genitore eterosessuale. Stavolta Merkel è riuscita a rispondere in maniera abbastanza efficace più o meno a tutte le domande, anche a quelle più scivolose: ad esempio quando le è stato chiesto cosa intende fare contro “l’invasione dei richiedenti asilo”, ha ribadito il diritto alla protezione garantito ai rifugiati dalla Convenzione di Ginevra. E pur comprendendo le apprensioni che la questione suscita, ha difeso la sua politica di accoglienza, ricordando che in Germania nessuno ha meno soldi, sostegno o opportunità a causa dei rifugiati.

Insomma, per una che risulta sempre un po’ impacciata in questo tipo di situazioni, che inevitabilmente sfuggono al controllo anche di una control-freak come lei, la cancelliera se l’è cavata bene, nonostante il brutto quarto d’ora passato con la storia di Petra Vogel. Diciamo che, al momento, soltanto un evento inspiegabile e imprevedibile può frapporsi fra Angela Merkel e il suo quarto mandato. La cancelliera rimarrà cancelliera, bisogna soltanto vedere che colori avrà il governo da lei presieduto.

 
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Angela Merkel. Negli ultimi sondaggi: fra il 29,8 per cento e il 37 per cento

 

Spd

Anche Martin Schulz è stato ospite da Klartext e da Wahlarena: e se nella prima occasione ha spinto su alcune delle caratteristiche che lo avevano pompato a inizio anno, come l’affabilità, la simpatia, la vicinanza alla gente comune (e ne ha approfittato per chiedere un secondo duello tv a Merkel, che però ha risposto picche), nella seconda si è mostrato più “istituzionale”, affrontando ad esempio il tema del caro-affitti – molto sentito in alcune città tedesche – e dichiarando di voler continuare la politica di riduzione del debito perseguita dal ministro delle Finanze di Merkel Wolfgang Schäuble, non rinunciando però a investimenti in infrastrutture e sostegno ai redditi più bassi. Il candidato socialdemocratico continua a sprizzare ottimismo, ma nel partito si ragiona sempre di più sulla tattica migliore per affrontare la sconfitta annunciata. Cercare di salvare il salvabile e trovare una via per ripetere la Grosse Koalition? O accettare quattro anni di opposizione per ricostruirsi una identità credibile di forza di governo alternativa?

Un dilemma che coinvolge anche il destino politico di Martin Schulz.

In uno scenario che vedesse la riedizione dell’accordo con l’Union, infatti, per lui ci sarebbe probabilmente il ruolo di vicecancelliere, e magari il ministero degli Esteri, data la sua grande esperienza internazionale: un buon modo per fare esperienza di governo ai livelli che contano (una delle assenze nel suo curriculum politico), in una posizione poi tradizionalmente molto popolare come appunto quella agli Esteri. Ma la maggior parte dei militanti socialdemocratici non vede di buon occhio la continuazione della coabitazione con i conservatori, ed è tutt’altro che scontato un esito favorevole di un referendum come quello con cui, nel 2013, gli iscritti Spd votarono a favore dell’accordo con Merkel.

Se invece ci si spostasse all’opposizione, Schulz potrebbe dover scegliere che ruolo ritagliarsi: rimanere capo del partito (come dice di voler fare, in questi giorni) e avere così in mano la linea politica, o diventare Fraktionsvorsitzender (capogruppo) al Bundestag, guidando quindi l’opposizione dentro al Parlamento Federale? Domande le cui risposte hanno inevitabilmente conseguenze sull’aspetto e sull’organigramma del partito, in cui alcune personalità di primo piano (da Andrea Nahles, ministro del Lavoro, a Olaf Scholz, sindaco di Amburgo e a lungo dato come papabile candidato alla Cancelleria, a Manuela Schwesig, ex ministro della Famiglia ora alla guida del Land del Meclemburgo-Pomerania Anteriore) attendono di vedere cosa farà il candidato per un eventuale passo avanti.
 
02

Martin Schulz. Negli ultimi sondaggi: fra il 20 per cento e il 23 per cento

 

Fdp

Una cosa va certamente riconosciuta: Christian Lindner ce l’ha fatta. Dopo quattro anni di purgatorio fuori del Bundestag, il leader dei liberali – giunto alla guida del partito proprio in seguito alla disfatta del 2013 – è ormai sicuro di esser riuscito a riportare i suoi nel Parlamento Federale. E non solo: la Fdp è data da tutti come il partner di governo preferito dall’Union, anche se naturalmente in questa fase si va coi piedi di piombo. Lindner da un lato picchia duro (ricambiato) contro i Grünen, come da tradizione – visto che i due partiti storicamente si percepiscono come agli antipodi – ma dall’altro conferma di essere aperto a ogni esito, e delinea alcune delle condizioni per le trattative, soprattutto per quanto riguarda i temi della digitalizzazione, dell’Unione europea (che lui vorrebbe più severa nei confronti dei Paesi in deficit e “a due velocità”) e dell’immigrazione.

Gli scambi di colpi con i Verdi sono in realtà abbastanza comprensibili, da entrambe le parti: dimostrarsi troppo accondiscendenti con i nemici storici, infatti, potrebbe risultare indigesto per una parte non trascurabile del proprio elettorato. Al tempo stesso, però, è possibile trovare alcuni punti su cui costruire un dialogo: e secondo la Süddeutsche Zeitung il più importante di questi punti riguarderebbe proprio i rifugiati. I richiedenti asilo e i rifugiati che scappano da una guerra hanno diritto, secondo la Fdp, a essere accolti e protetti come prevedono la legge e le convenzioni internazionali, ma fino alla cessazione della situazione che ne mette a rischio la vita e i diritti fondamentali nel loro Paese di origine: a quel punto, verrebbero messe a punto delle procedure di rimpatrio. Un’eccezione, però, sarebbero quei rifugiati che si sono integrati con successo nella società tedesca – che dunque hanno un lavoro stabile, parlano bene la lingua, hanno figli che vanno con profitto a scuola. Una prospettiva di questo tipo potrebbe suonare attraente anche alle orecchie dei Grünen, e rappresentare un ponte fra i due partiti: e, come dice la Süddeutsche Zeitung, se si trova un ponte fra Verdi e liberali, si trova una rotta per la “Jamaika” – la coalizione in cui i due partiti sarebbero partner di minoranza di un governo guidato dall’Union.
 
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Christian Lindner. Negli ultimi sondaggi: fra il 9 per cento e l’11 per cento

 

AfD

Non si può dire sia stata una bella settimana per Alice Weidel, la candidata alla cancelleria di AfD. Prima è riemersa una sua vecchia mail del 2013 dai toni e dai contenuti spiccatamente razzisti e antidemocratici (lei però continua a sostenere che si tratti di un fake), poi lo Zeit ha riportato che avrebbe assunto in nero una richiedente asilo di origine siriana per farla lavorare come colf nella sua casa in Svizzera.

In più, il suo partner nel ticket per la Cancelleria, Alexander Gauland, continua a rilasciare dichiarazioni quantomeno problematiche: dopo le parole molto criticate su Aydan Özoğuz – deputata dell’Spd di origine turca e commissaria socialdemocratica per la Migrazione (di cui abbiamo parlato la settimana scorsa) – il candidato AfD ha detto stavolta che è tempo di finirla con lo spauracchio del passato nazista agitato davanti al popolo tedesco, un popolo che al pari degli altri ha il diritto di essere orgoglioso dei propri soldati e delle loro eroiche gesta durante i due conflitti mondiali. Parole che ricordano molto da vicino quella «inversione a 180 gradi nella politica della memoria» auspicata da Björn Höcke, a dicembre scorso.

Eppure, il partito sembra non risentire di queste potenziali battute d’arresto e continua a essere in lizza per il terzo posto – anzi, secondo alcuni sondaggi sarebbe addirittura favorito.
 
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Alice Weidel e Alexander Gauland. Negli ultimi sondaggi: fra il 9 per cento e il 12 per cento

 

Grünen

La situazione è sempre molto delicata dalle parti dei Verdi, che continuano a essere ultimi in quasi tutti i sondaggi. In questi mesi molti osservatori hanno evidenziato quale sia il problema più rilevante del partito ecologista: i loro temi tradizionali – la difesa dell’ambiente e la questione energetica – non sono quelli più pressanti all’ordine del giorno e sono “superati”, ad esempio, dalla sicurezza, dall’immigrazione, dal terrorismo, argomenti su cui peraltro i Grünen non hanno una posizione ben definita e chiaramente identificabile.

Da certi punti di vista si ripresenta un dilemma classico per i Grünen, stretti fra l’aderenza ai principi ideologici e programmatici che ne costituiscono da sempre l’ossatura e il realismo e il pragmatismo necessari per arrivare al governo – e proprio lungo questa seconda linea si gioca tutto Cem Özdemir, candidato alla Cancelleria ed esponente dell’ala più “realista” (e di destra) del partito. Se va bene, in molti vedono per lui un ruolo chiave nelle negoziazioni per la Jamaika-Koalition (che comunque, specularmente a quanto detto per la Fdp, anche da queste parti è in questi giorni definita altamente improbabile: ma appunto, probabilmente si tratta di pretattica) e le porte del ministero degli Esteri; se va male, invece, l’ala sinistra sarebbe pronta a chiedere la sua testa.
 
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Katrin Göring-Eckardt e Cem Özdemir. Negli ultimi sondaggi: fra il 7 per cento e l’8 per cento
 

Linke

Ormai certo di finire all’opposizione, il partito di sinistra spera di confermarsi come terza forza: a quel punto, però, dovrà decidere che strada prendere. Se continuare con l’intransigenza e le parole d’ordine di forte presa e sicuro effetto, e quindi con un’impostazione più “radicale”, oppure spostarsi su posizioni più riformiste, cercando così di promuovere un’immagine di potenziale partner di governo affidabile – non a questo giro, certo, ma nelle prossime elezioni locali e, perché no?, anche fra quattro anni.

Un dilemma ben rappresentato dalle due figure di punta: Sahra Wagenknecht, capogruppo al Bundestag e candidata alla Cancelleria, e Katja Kipping, leader del partito. I rapporti fra le due (che non si sopportano, né umanamente né politicamente) sono stati tesissimi per mesi, fino a quando Wagenknecht – oratrice eccezionale in grado di infiammare la base dei militanti con discorsi molto efficaci, talvolta un po’ in bilico sul baratro del populismo – ha spuntato la candidatura, ottenendo così una prima vittoria. Nelle ultime settimane di campagna, però, negli eventi di partito e soprattutto in tv c’è andata Kipping – una presenza più rassicurante e soprattutto meno controversa di “Sahra la rossa”, che su alcuni temi (ad esempio i migranti) ha avuto uscite un po’ troppo simili alle cose dette da AfD: una strategia provocatoria per sottrarre alla destra parte del voto di protesta, certamente, che però ha messo in seria difficoltà il resto del partito, in imbarazzo nel commentare certe dichiarazioni della sua candidata di punta.
 
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Sahra Wagenknecht e Katja Kipping. Negli ultimi sondaggi: fra il 9 per cento e l’11 per cento

 

Ce la farà Angela Merkel a vincere anche questa volta, e a rimanere cancelliera?

Eh, sì.
 

Quali coalizioni sono possibili/probabili dopo il voto?

Il discorso sulle coalizioni deve tenere in conto essenzialmente due fattori.

Il primo, naturalmente, è quello numerico: sarà di importanza cruciale capire chi arriverà terzo, e con che percentuale rispetto agli altri “piccoli”. Ma a meno di risultati davvero clamorosi, le negoziazioni andranno a rilento e prenderanno molte settimane: non dobbiamo dimenticare, infatti – e questo è il secondo fattore – che dopo soltanto un paio di settimane si andrà nuovamente a votare in Bassa Sassonia, dove il governatore socialdemocratico Stephen Weil ha dovuto convocare nuove elezioni dopo che  il cambio di casacca di una deputata (Elke Twesten, passata dai Grünen alla Cdu) ha dissolto la maggioranza. La Bassa Sassonia è un Land molto importante, in questo momento: qui si trova Wolfsburg, la sede della Volkswagen, e ha quindi tutti gli occhi puntati addosso in conseguenza dello scandalo delle emissioni diesel. Nessun partito vorrà compromettere le proprie possibilità esponendosi troppo, quindi ci aspettano almeno tre settimane di attesa prima di sapere che colori avrà il quarto mandato di Angela Merkel.

Sono però 3 le opzioni possibili: ognuna dipende naturalmente dai voti che ciascun protagonista otterrà, ma non soltanto, visto che entreranno in gioco una serie di considerazioni di natura più strategica e politica.
 
Grosse Koalition (Cdu-Spd)

Non si può dire che abbia funzionato male, in questi anni, ma il costo politico è stato molto elevato: sia per la Spd, sia per il sistema complessivo.

I socialdemocratici, infatti, hanno ottenuto parecchio (pur con un risultato deludente nel 2013 Sigmar Gabriel è riuscito a prendersi ministeri cruciali, come l’Economia, gli Esteri, il Lavoro, la Giustizia, la Famiglia) e realizzato obiettivi su cui puntavano da molto, ma hanno pagato un prezzo molto salato: molti militanti e simpatizzanti, ormai incapaci di trovare nel partito un profilo alternativo al merkelismo, si sono allontanati e la Spd ha finito con l’essere identificata come una perenne stampella della cancelliera. Ma quattro anni di Grosse Koalition hanno anche in qualche modo contribuito alla crescita vertiginosa di movimenti che hanno sfruttato l’accordo di governo per denunciare un “sistema dei partiti” autoreferenziale, in cui “sono tutti uguali”, in cui non esistono vere alternative: un brodo di coltura ottimale per AfD (che non a caso di presenta come unica vera “alternativa”).

Ben pochi quindi si entusiasmano all’idea di una continuazione della coalizione per un altro mandato, soprattutto dalle parti della Spd, ma se il partito dovesse andare meglio del previsto (e magari l’Union un pochino peggio) si potrebbe pensare di giocarsela di nuovo come nel 2013, nonostante i rischi.

Anche in questa eventualità, però, bisogna vedere chi arriva terzo. Se si trattasse di AfD, vorrebbe dire consegnare al partito populista la guida dell’opposizione e soprattutto dell’Haushaltsausschluss, la Commissione per il Bilancio del Bundestag e uno degli organi di controllo più importanti dell’intero Parlamento Federale, la cui presidenza viene tradizionalmente offerta al primo partito dell’opposizione (al momento, ad esempio, alla Linke). Con l’ingresso nell’Assemblea AfD otterrà già inevitabilmente la partecipazione in comitati e commissioni, dargli anche questo – con tutti i vantaggi che, anche in termini propagandistici, ne conseguono – sarebbe veramente un problema per tutti gli altri partiti.
 
Nero-giallo (Cdu-Fdp)

Secondo molti si tratterebbe dell’opzione preferita dall’Union: un solo partito alleato, con cui ci sono comunque parecchie affinità, e rapporti di forza ben definiti. Certo, nel secondo mandato della cancelliera, quello dal 2009 al 2013, in ci era appunto questo lo schema del governo, i problemi ci furono, ma la situazione era molto diversa: i liberali avevano ottenuto un exploit elettorale oggi difficilmente ripetibile, però avevano finito col perdersi in scontri interni che compromisero l’unità del partito – e furono pagati molto cari con l’esclusione dal Bundestag dopo il voto del settembre 2013. Oggi il 15 per cento del 2009 è un miraggio sostanzialmente impossibile da replicare, ma Christian Lindner ha saputo mantenere il controllo del partito in maniera piuttosto efficace, dunque i rischi di quattro anni fa dovrebbero essere scongiurati. Un bell’articolo di Politico, poi, traccia il profilo di alcuni papabili candidati per eventuali ruoli di governo, un’operazione utile soprattutto perché, per motivi anche comprensibili, Lindner ha concentrato su di sé tutta l’immagine del partito e le seconde linee sono spesso poco conosciute.

Il problema, però, sono i numeri. Per uno scenario di questo tipo, l’Union dovrebbe superare il 40 per cento e i liberali andare ben oltre il 10 per cento, altrimenti la maggioranza sarebbe davvero troppo risicata per formare un governo stabile: al momento, però, i sondaggi anche più rosei danno la combinazione nero-gialla al massimo al 48 per cento. Dunque, rotta verso i Caraibi?
 
Jamaika-Koalition (Cdu-Fdp-Verdi)

La Jamaika potrebbe essere l’esito più probabile. I numeri ci sono, ma il resto?

Nelle scorse settimane ci sono state manovre di posizionamento che sembravano orientate a questo tipo di accordo (con, ad esempio, la rinuncia da parte di Horst Seehofer, leader della Csu, all’introduzione di un tetto massimo sul numero di migranti da accogliere, una misura inaccettabile per liberali e verdi), ma ora nessuno sembra interessato. Christian Lindner accusa i Grünen di essersi tirati fuori loro, con la loro intransigenza e la loro intolleranza verso chi la pensa diversamente; i Verdi, dal canto loro, definiscono la Fdp il peggiore dei mali per il loro orientamento anti-ecologico ed esclusivamente pro-business. Potrebbe però davvero trattarsi più che altro di pretattica: così a ridosso del voto, mostrarsi inclini a dialogare con i nemici storici rischierebbe di allontanare pezzi di elettorato, dunque meglio non impegnarsi troppo, per adesso, e riprendere il discorso dopo. Certo, di divergenze fra i due partiti ce ne sono, ma anche affinità e possibili punti di contatto, come dicevamo più su parlando dei liberali: bisogna vedere, però, se a Merkel va bene impegnarsi in un’alleanza di governo con due partner potenzialmente molto litigiosi. Intanto, però, un software ha analizzato i programmi di tutti i partiti in lizza, ed il verdetto è stato chiaro: Jamaika is the way.
 

Bonus Tracks

Se seguite questa newsletter probabilmente sapete già più o meno quello che c’è da sapere, ma se volete un ripassino in cinque minuti il Post ha pubblicato un articolo che fa velocemente il punto della situazione.
 
Sempre per fare il punto prima del voto, gli amici de Lo Spiegone mi hanno intervistato, e ho cercato di riassumere i punti più importanti.
 
Se vi va, poi, il 7 ottobre sarò a Bologna, alla hookiifest, dove insieme con Francesco Costa e Francesco Maselli parleremo un po’ di newsletter e giornalismo.
 
Qui potete recuperare i numeri precedenti
 

Un ringraziamento a hookii.it, che rilancia le nuove uscite di questa newsletter.

Infine, se vi va, mi potete trovare su Il Segnale, insieme a Daniele Bellasio, Francesco Maselli e Gabriele Carrer, per capire qualcosa di più di politica italiana, francese e inglese.

E se proprio non ne avete ancora abbastanza, ho anche un blog, Sutasinanta, dove ogni tanto scrivo di altre cose.

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