Dal ciclostile alla app, l’eredità fricchettona della sharing economy

«Noi, gli hippies di haight, effettuiamo una pulizia delle strade ogni sabato dalle 10 alle 12. Si chiede a ciascuno di voi di raccogliere personilmente [sic] 10 cartacce e buttarle nei contenitori a disposizione.

Vi prego aiutateci a tenere pulito haight ashbury

Grazie!!!

Amore, Amore e Ancora Amore».

Il volantino, scritto a mano cinquant’anni fa, oggi è attaccato con le puntine a una parete del museo de Young di Golden Gate Park, un rettangolo di verde lussureggiante a perdita d’occhio tra il ponte omonimo e l’incrocio tra Haight Street e Ashbury Street. La mostra si chiama The Summer of Love Experience: Art, Fashion, and Rock & Roll. Il pubblico è di signore anziane in magliette che sembrano annodate e messe in lavatrice con il decolorante per renderle psichedeliche: signore per bene che hanno l’aria di ricordare il periodo ma non di averlo vissuto. E famiglie, che la trovano una cosa giocosa, tipo Pirati dei Caraibi o Beatles.

Sulla parete, con il volantino delle pulizie ce ne sono decine di altri: è evidente che buttare 10 cartacce a testa nei mesi in cui divenne l’epicentro della cultura hippie mondiale fu una questione cruciale. Bisognava comunicare e coordinare ogni aspetto della rivoluzione; non c’era Facebook.

Summer of Love è una mostra a due facce: si consuma in una dozzina di spazi pieni di manichini dai vestiti vittoriani, western, nativi, sia quelli fatti a mano sia quelli copiati nel giro di qualche anno dalle case di moda; c’è un po’ di videoarte, poster psichedelici per concerti o happening, e così si giustifica il sottotitolo. Ma il vero contributo alla mia idea di cosa fu quel movimento lo danno tutti i ciclostilati, i volantini scritti a mano, i dattiloscritti: la grammatica della rivoluzione dei costumi.

“Comunicato stampa” di una delegazione di «oltre 100 artisti, negozianti, artigiani e professionisti della comunità locale» (fine gennaio ’67):

«Siamo qui oggi a consigliare al capo della polizia, Mr. Cahill, approcci possibili per un miglioramento delle relazioni tra la nuova comunità giovanile e quella anziana. (…) La comunità di Haight-Ashbury è soltanto una delle manifestazioni attive di una rivoluzione mondiale della gioventù che è stata infusa della rivelazione dell’unità spirituale di tutti gli uomini e donne di tutte le razze qui e ovunque su tutti i pianeti di tutti i sistemi solari di tutte le galassie dell’universo».

«Come comunità di Haight-Ashbury», prosegue la delegazione, «abbiamo avviato la rinascita del quartiere,
e vorremmo portare all’attenzione del pubblico» la possibilità di riunioni nella sala municipale, l’apertura di nuovi canali di dialogo entro la comunità, l’offerta di vitto alloggio e vestiti gratis. Insieme al dato da pionieri un po’ amish un po’ socialisti, c’è però l’americanissima «apertura di 26 nuovi commerci negli ultimi nove mesi», poi la riforestazione dell’area, «l’abbellimento delle case e l’organizzazione della pulizia», parti integranti della consapevolezza estetica di tutti i segmenti della comunità; la nascita di un giornale (l’Oracle), un teatro, un ufficio legale per lavoratori, centri religiosi di meditazione, preghiera e scoperta spirituale.

 

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Per alcuni, l’estate dell’amore fu l’utopia suprema, che ancora ispira le nostre esistenze post-piccolo borghesi a vario titolo, da chi vive in comune a chi vive senza obblighi sociali. Per gli scettici, infatti, fu il compimento dello spirito capitalista del tutto e subito, del godere sopra ogni cosa: rimando alla fantastica puntata di Mad Men in cui Roger Sterling va a riprendere sua figlia in una comune agricola poco agricola e molto sessuale e la trova finalmente simile a sé, padre edonista e donnaiolo, rimanendone sconvolto; ma c’è anche, su tutte le canzoni dell’epoca, in uscita a maggio di quell’anno, She’s Leaving Home dei Beatles, che raccontava la stessa faccenda di una ragazza scappata di casa nonostante i sacrifici dei genitori, ora afflitti. Il coro beatlesiano spiega «fun is the one thing that money can’t buy» per motivare la fuga. Via dalle vite tristi, dalle auto utilitarie, dai lavori fissi.

Ma Haight fu prima di tutto un’immensa questione pratica. Già a marzo, Lew Welch della personalissima “Church of One”, (forse proprio il poeta beat ed ex pubblicitario che aveva coniato – si dice – lo slogan “Raid li ammazza stecchiti”), preannuncia la fine di Haight con un suo comunicato:

«Quando 200mila persone da posti come lima ohio e cleveland e visalia e amsterdam e londra e mosca e lodz di colpo scenderanno sull’haight-ashbury, la scena verrà rasa al suolo. Alcuni resteranno per combattere, altri preferiranno partire. (…) Il mio consiglio a chi è come me è: disperdetevi. (…) Riunitevi in TRIBU’ di 15 o meno. “Famiglie” in cui tutto è in comune, formate da 5 adulti (divisi a piacere quanto ai sessi) e il numero naturale di figli che saranno, è l’ideale per l’azione dispersiva nomadica tribale. (…) Haight-Ashbury non è dov’è – è nella vostra testa e nelle vostre mani. Portatelo ovunque».

L’incrocio esiste ancora, c’è un negozio di sneaker e qualche boutique mescolata a vecchi negozi per fattoni; ci sono vecchi hippies dagli occhi dolci, alcuni senzatetto, le famiglie di turisti con i figli adolescenti. Io in realtà sono venuto a San Francisco con un altro scopo: vedere come sono e vivono i tech bros, che da Silicon Valley cominciano ad aprire uffici in centro. Un albergo a SoMa: Mission Street al mattino è vuota di borghesi, mentre decine di senzatetto di ogni età, intrecciati nei traffici e parlottii di una comunità, escono da tende agli angoli di impalcature, attraversano ai semafori, dispongono sull’asfalto scatole di plastica e di latta. Su quel viale, uno dei punti principali dove le aziende tech stanno aprendo gli uffici, ci sono soltanto i senzatetto: il comune li ha spinti qui un anno fa da qualche altra zona in cui non erano più graditi (ce lo racconta Michele Masneri, da un anno in trasferta per scrivere di costumi ed economia della Baia). Raggiungiamo finalmente l’elegantissimo Blue Bottle Coffee e troviamo, in trenta metri quadri chiari e squadrati, altrettante persone con le loro colazioni da quindici dollari. I tech bros sono meno nerd di prima: la loro rilevanza sociale universale li sta spingendo a capire quali sneaker comprare, ci sono doverose Air Force 1 e Vans e Gucci; pantaloni, camicie e giacchette scure.

È uno strano contrasto e fa ripensare ai sogni del ’67. Fu edonismo sfrenato o sogno di comunità veramente integrate? Quell’esperienza frisse tante teste ma continua a ispirare con la sua estetica futuristica e insieme retrograda: vestiamoci come i buzzurri pionieri americani della gogna e della Bibbia al posto del codice civile – cambieremo il mondo.

Oggi San Francisco (non credo di aver mai scritto una cosa più retorica di questa) mi sconvolge per la sua mancanza di tessuto: nella foschia, i più fragranti toast all’avocado qui, le tende sul marciapiede oltre l’angolo del palazzo, di fronte al S.F. Chronicle. Odio riassumere mondi con un’immagine ricattatoria, ma a complicare il quadro della legacy della Summer of love in città e nel mondo segnalo che i tech bros si stanno arricchendo con la “sharing economy”, l’economia della condivisione, la stessa dei volantini dell’Haight. I tech bros ci compaiono in tasca con app rotonde, felici, integrate, accessibili, quasi socievoli: da quest’estate io mentre le uso immagino loro in fila al coffee shop la mattina presto, vestiti di grigio-nero, con fuori la foschia e le tende accampate. Un po’ tipo risveglio da Matrix, lo ammetto, ma tant’è.

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