Leggendo il nuovo libro di Roberto Calasso, le porte socchiuse, aperte e spalancate sono talmente tante che un’eventuale glossa sarebbe infinita. Dei moltissimi pensatori nominati ed evocati, il più profetico, il pensatore totale che tutto coglie perché tutto inventa, è sibillinamente innominato nel testo, ma sta sulla copertina del volume: è Giambattista Tiepolo

«La sensazione più precisa e più acuta, per chi vive in questo momento, è di non sapere dove ogni giorno sta mettendo i piedi».
 
«Negli anni tra il 1933 e il 1945, il mondo ha compiuto un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito».
 
«Auden intitolò L’età dell’ansia un poemetto a più voci ambientato in un bar a New York verso la fine della guerra».
 
«Fin dai tempi di Nečaev, sappiamo che il terrore può seguire anche altre vie».
 
«Nel dicembre del 2004 lo tsunami si abbatté su una punta di Sumatra, nella Aceh, devastando tutto e lasciando in piedi soltanto una moschea».
 
«Basta aprire Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus».
 
«C’è una voce solitaria del Novecento che ha riconosciuto, con limpidezza e inflessibilità, il processo…».
 
«Avrebbe raggiunto la certezza: era davvero “l’ala della notte imminente”».
 
«La secolarità non vuole convincere».
 
«Il suo profeta fu Bentham, candido e feroce».
 
«E tutte le risposte, di volta in volta, vennero considerate da qualcuno inadeguate».
 
«La prego di trattare la mia anima con attenzione».
 
«Un dolore senza uno spasimo, vuoto, buio e desolato».
 
«Ricordo un varietà televisivo a cui partecipava una ignota ragazza della profonda provincia italiana».
 
«Può anche accadere di mescolarsi a una carovana vedica».
 
«L’opera della sua vita, necessariamente incompiuta, fu Il Monte Analogo».
 
«Mind starts bleeding into the world».

È un libro di ragionamenti e predizioni L’innominabile attuale di Roberto Calasso, vecchi amici come Leibniz ci osservano dall’Aldilà con terrore e desiderio scongiurando che le proprie idee s’avverino e non s’avverino. È anche un libro di assassini: tra una partita di backgammon e l’altra, il Vecchio della Montagna con sguardo carezzevole continua a sorvegliare i propri adepti, consigliando d’immolarsi per il Paradiso.

Opera mirabile, L’innominabile attuale susciterà paura. Suscita.

«No tengo miedo» («No tinc por», in catalano) – gridavano i civili sulla Rambla a poche ore dall’attentato terroristico di Barcellona. Anziché dire «Abbiamo coraggio», urlavano una negazione: «Non abbiamo paura». È necessario smettere di avere paura della paura, la rimozione della paura non aiuta. La paura è sorella del coraggio, e sorveglia, previene, protegge.

Spesso i ragazzini giocando si chiedono l’un l’altro: «In che epoca ti piacerebbe vivere?». «Nell’Ottocento con Jane Austen». «Io con i dinosauri». «Con Giulio Cesare!». C’è sempre un ragazzino saggio che dice: «Oggi, nel migliore dei mondi possibili, con l’ottima medicina e i diritti civili». E l’amichetto che vuole battere il ragazzino saggio: «Io vivrei nel futuro, si starà ancora meglio con la medicina degli alieni». Ecco, occorre iniziare a pensare che il ragazzino saggio non sia così saggio, il Migliore dei Mondi Possibili non esiste né mai esisterà perché laddove sarà migliore, non lo sarà. L’innominabile attuale apre più porte su questo enigma, e riattizza il focolaio della paura benefica, quella che si fa sentire per salvare.

Prima di affrontare uno degli innumerevoli sentieri aperti da Roberto Calasso lungo le pagine del libro, dirò quello che ho pensato a lettura conclusa. Mi è venuta in mente una frase che mi disse un ragazzo negli anni di liceo, il ragazzo più bello della scuola: sapeva parlare il mandarino e il norvegese, suonava l’arpa, l’oboe e il violoncello, recitava Ulysses. A memoria. Mentre passeggiavamo per un romantico chiostro, disse: «La storia siamo noi». Il brillio nei miei occhi si spense, per la prima volta lo guardai come se fosse un merluzzo; per giunta citava Francesco De Gregori, mica William B. Yeats. In preda a un’ira imprevedibile, gli intimai: «Sbagli. La storia è di chi la fa. La storia è di Pablo Picasso, Winston Churchill, Maria Antonietta, noi siamo studenti». «Sei deprimente – mi rispose – Veramente deprimente. Noi diventeremo tutto». Trovavo mostruoso il senso d’appartenenza a qualcosa di più grande di sé provato dal bellissimo.

L’altro pensiero sopraggiunto mentre ancora tenevo tra le mani la mia copia dell’innominabile insuperabile attuale: la popolarità di Barabba è infinita e la folla irredimibile; per questo l’unica civiltà possibile è la solitudine.

Pensato questo, mi sono bevuta una tazza di tè, sola.

Giambattista Tiepolo, “L’Olimpo e i continenti, Asia” (1753) – Residenz, Würzburg

Illustrerò ora uno degli innumerevoli sentieri che attraversano L’innominabile attuale.

Molti protagonisti: pornografia in rete, terrorismo islamico, turisti, realtà virtuale, apostoli dell’Informazione, accademici lobotomizzati, scienziati con la puzza sotto il naso e “analogisti” che si lamentano di tutte le suddette categorie. Alcuni di costoro appartengono a una sovra-categoria, chiamata Homo saecularis.

Homo saecularis è ciascun membro della società incapace di cogliere il divino. Homo saecularis può essere cristiano, ebreo, musulmano, vegetariano, bibliofilo, cultore delle scienze e delle arti, cultore del krapfen, nulla di questo ha importanza: il divino è altro rispetto alla religione e al culto. Il divino è altro.

Scrive Roberto Calasso:

«Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato con cura, con insistenza. Lo ha anche espunto dal lessico di ciò che è. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto spontaneo, momentaneo, non trasponibile in uno stato».

Homo saecularis vive in una società che ha posto se stessa sul trono un tempo occupato da Dio. Una società insomma che adora e ha fede e agisce per la Società. Homo saecularis non ha capacità di guardare oltre la società (intuendo, scorgendo Dio o qualcosa di altrettanto Altro), ma solo al suo interno. Direi che Homo saecularis è uno stormo di cornacchie vissute in un gabbione cui viene dato modo di vedere il campo di mais fuori dalla loro gabbia; le cornacchie non riconoscono il campo di grano e dunque non se ne innamorano; non solo, guardando tutti quei semi, nemmeno hanno fame! Non c’è fame di Dio né di divino, ma godimento (fratricida) nel gabbione.

Di Homo saecularis Calasso racconta l’infelicità. Homo non può essere felice perché avverte l’inconsistenza – termine cardine de L’innominabile attuale – dell’ambiente in cui vive e di sé. Mi prendo un’altra libertà dalle metafore di Roberto Calasso, auliche; immaginate di essere una debuttante invitata a un unico ballo in tutta la stagione danzante e di dover risplendere in quell’unico ballo perché così vi ha chiesto la vostra ricca zia. Che emozione! Ebbene no, un supplizio, la zia ricca ha anche annunciato che al ballo non parteciperà alcun Principe Andrej, bensì solo nonnetti, per giunta già brutti in gioventù; però, cara debuttante, sforzati d’essere magnifica, lo stesso; e, lo stesso, trascorri il tuo tempo mostrando di cercare il vestito più prezioso. Ecco: l’inconsistenza, un gran ballo senza aspettativa alcuna, una debuttante che non ha motivo di trepidare. Non incontra Dio, la debuttante, non incontra il Principe, non incontra l’aldilà dalla società, non incontra il Demonio.

E non si confonda la trepidazione con l’erotizzazione, le due cose stanno agli opposti; l’erotizzazione è da cornacchie nel gabbiotto, politici e opinionisti Facebook.

In realtà Homo saecularis sta per estinguersi ed essere rimpiazzato da Big Data, che non è un homo, bensì un essere; la sua società si chiama dataismo. Il valore supremo di Big Data è il flusso d’informazione. La pagina più angosciante de L’innominabile attuale è quella in cui Calasso commenta e isola alcune frasi scritte da Yuval Noah Harari, autore di Homo Deus.

Harari prevede: all’uomo non spetterà più il compito di trovare un significato alle cose, ma soltanto quello di registrarle e condividerle sottoforma di dati. Saranno gli algoritmi a trovare un perché e uno scopo alla Cosa. In un puntuale confronto tra dadaismo e dataismo, Calasso precisa:

«Dada fu il momento della sconnessione universale […] Dataismo è il momento della connessione coatta».

Immaginate di essere uno studentello di seconda ginnasio. Il Professore vi chiede di scrivere un tema su I dolori del giovane Werther; ma voi non sapete né capite un tubo di Johann Wolfgang Goethe e infarcite il tema di citazioni di Bill Gates e Steve Jobs. Il Professore vi guarderà con occhio da folle per dirvi che le citazioni sono improprie. Bene, un giorno, nell’era dataista, con quello stesso tema potrete prendere 10+ : gli algoritmi imporranno alle cose connessioni che non sussistono nella concezione umanistica del mondo. Quel dieci farà gongolare un cretino e ucciderà tutto, costituirà il trionfo dell’informazione e proclamerà l’estinzione del pensiero. Il significante diventerà un dato e la connessione regnerà indisturbata.

Cosa dirà Jacques Lacan – mi chiedo – del nulla che vedrà? Penserà che tutti quanti siamo diventati psicotici a vivere in un mondo così, in balia del significante diviso dal significato? Troverà il modo per guarirci, o riderà diventandolo a sua volta? Chi o cosa incarnerà l’ultimo ancoraggio al reale, l’ultima speranza?

La psicosi carica di senso scene e significanti che di senso andrebbero svuotati; quando saranno gli algoritmi a connettere capre e cavoli dando un senso a quel che senso non ha, l’uomo tracimerà in una psicosi devastante o avrà la forza per raggiungere il frigo e consolarsi con un budino?

Bottega di Giambattista Tiepolo, “Personificazione della Fortezza con un obelisco” (1760) – MET Museum

Leggendo L’innominabile attuale le porte socchiuse, aperte e spalancate sono talmente tante che un’eventuale glossa sarebbe infinita. Di tutti i pensatori nominati ed evocati nel libro, il più profetico, il pensatore totale che tutto coglie perché tutto inventa, è il Tiepolo che sta in copertina, sibillinamente innominato nel testo. L’affresco scelto da Calasso è parte dell’allegoria dell’Asia nella Residenza di Würzburg: un obelisco in rovina, una stele incisa con glifi ispirati a un antico alfabeto armeno, un bassorilievo con tre figure (di cui una scudata) scolpite entro l’ovale di un uroboro, il serpente del bastone d’Asclepio sta cercando di saltare verso il cielo mentre una misteriosa principessa è circondata da tre vecchioni. È utile precisare che tutto questo inizia a Verona, dove Giambattista Tiepolo costruisce il proprio vocabolario. Convocato dall’illuminista veneto Scipione Maffei, padre della critica lapidaria, per illustrare la collezione archeologica Bevilacqua, Tiepolo trascorse molto tempo disegnando busti, bassorilievi, frammenti, steli, armi, scudi, anfore. Fu lavorando per Maffei che Tiepolo costruì la propria mitologia; ogni muro sgretolato, ogni erma o strano glifo dipinto è una variazione dal suo stesso repertorio. L’iconologia tiepolesca è in larga parte indecifrabile perché neppure Tiepolo ha mai saputo decifrarla, essendo frutto dell’invenzione o dell’inserzione casuale; l’inconscio di Tiepolo ha creato alfabeti. Frivolo quanto il pittore di una caverna faccia a faccia col lupo, Tiepolo aveva disprezzo del mondo e non si faceva alcuno scrupolo a scombinare gli alfabeti, le culture e la Storia; il Maestro andava pazzo nello scarabocchiare apocalissi del potere nei palazzi dei principi. Testimone di quel che ancora si deve compiere, Tiepolo è cittadino di Proxima Centauri, è l’anti Homo saecularis; non solo, in quanto massimo inventore umano di significati è l’acerrimo nemico delle connessioni coatte imposte dall’ente Big Data.

Giambattista Tiepolo, “Personificazione della Gloria con Eternità” (1746-47) – Palazzo Labia, Venezia

«Andiamo verso la violenza. È vicinissima».

«La guerra scoppia, fra cinque anni».

«Wigram ha pensato: che strano giorno per far venire i muratori».

«Céline è a Badgastein, in albergo, con due sue amanti».

«Il consumo di gas da parte della popolazione ebraica comportava perdite per la società del gas…».

«Lisbona è diventata il collo di bottiglia dell’Europa».

«Malaparte era il solo ufficiale italiano in tutta la Moldavia»…

Nella seconda parte del libro, magistralmente Calasso raccoglie un’antologia dell’inquietudine degli anni dal 1933 al 1945. Giustapponendo lunghi passi dai diari e dalle lettere dei grandi scrittori del tempo, nonché appunti di guerra, Calasso disegna il cammino dal presentimento alla certezza del male. In una cinquantina di pagine, le voci intrecciate di Louis-Ferdinand Céline, Virginia Woolf, Samuel Beckett, Joseph Roth, Klaus Mann e tanti altri, mostrano come un leggero turbamento possa diventare campo di stermino, e uno spavento improvviso la distruzione di una civiltà. Basta poco, un nonnulla, una testa vuota.

Chissà se L’innominabile attuale, che tanto ha turbato una certa ragazza costantemente in allerta, saprà turbare anche il minimizzatore, la peggior specie di Homo saecularis; Calasso non lo nomina, ma immagino che il minimizzatore sia il nemico cui è rivolto questo libro. Chi minimizza è colpevole, oltre che pavido; la minimizzazione è l’altra faccia della rimozione della paura.

«Arletty, Martine Carol, Coco Chanel, Corinne Luchaire, Mireille Balin, Florence Gould, Marie-Laure de Noailles, Michèle Alfa, Madeleine de Mumm».

«Abito per sempre un edificio che sta per crollare, un edificio intaccato da una malattia segreta».

Ridere sempre, minimizzare mai; per quanto riguarda il Bene, trovò una soluzione Arthur Schnitzler, nei cui aforismi mi sono rifugiata:

«Ama chi è più lontano da te, visto che non puoi soffrire il tuo prossimo, e forse ci sarà finalmente pace nel mondo».

Roberto Calasso

L’innominabile attuale

Adelphi 2017
189 pagine, 20 euro

 

In libreria dal 28 settembre
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