Fidanzatine d'America crescono: l'attrice si gode il successo della maturità e dopo film impegnati (“Wild”) e serie premiate (“Big Little Lies”) si concede una nuova commedia

Che cosa fa una fidanzatina d’America quando diventa grande? Julia Roberts, piazzato l’Oscar sulla libreria (Erin Brockovich, 2000), ha deciso di ridurre i film e fare la mamma. Meg Ryan, tentata la svolta sexy d’autore con Jane Campion (In the Cut, 2003), è finita nella lista delle peggio rifatte al mondo. Reese Witherspoon sta confermando ora, a quarantun anni, la strategia sotterranea e lungimirante che stava operando da almeno un decennio. L’Oscar l’ha vinto pure lei: il film era Walk the Line (2005), nel ruolo di June Carter si smazzava l’alcolismo del marito Johnny Cash/Joaquin Phoenix.

Erano passati solo pochi anni dalla Rivincita delle bionde (2001) – culto assoluto in patria, del tutto incompreso da noi – ma la statuetta non le bastò per essere accolta nel parco delle attrici serie. Non subito. Lei ha continuato a muovere le pedine di nascosto, tra commedie innocue (e dimenticate: Se solo fosse vero, Tutti insieme inevitabilmente e Come lo sai vi dicono forse qualcosa?), parti minori in ottimi titoli d’autore (Mud di Jeff Nichols, Vizio di forma di Paul Thomas Anderson), in generale poca roba davvero rilevante o quantomeno rilevata.

E arriviamo al 2017. Reese Witherspoon è la protagonista e la produttrice di Big Little Lies, la miniserie dell’anno Made in Hbo tratta dal romanzo di Liane Moriarty. Per mettere insieme i finanziamenti e interpretarla ha voluto accanto a sé Nicole Kidman. Poi ci ha messo dentro pure Laura Dern, che recitava la parte di sua madre in Wild (2015, seconda candidatura all’Oscar per Reese). Da quel film ha rubato anche il regista, Jean-Marc Vallée. Ne è venuto fuori un carro armato: il ritratto lucido e spietato della borghesia bianca che protegge se stessa è uno dei massimi esempi di come si dovrebbe produrre tutto al giorno d’oggi. Ovvero: usando la tv come nuovo (ormai sempre meno) luogo del Grande Romanzo Popolare, facendo squadra con le migliori menti (donne) in circolazione, ristabilendo il binomio che una volta era appannaggio del cinema d’autore hollywoodiano: intrattenimento e qualità. I precedenti successi da produttrice di Reese non erano certo passati inosservati (uno su tutti: Gone Girl – L’amore bugiardo di David Fincher, 370 milioni di dollari di incasso al botteghino internazionale), ma solo quest’anno è giunta l’ufficializzazione del suo status. E lei oggi può permettersi di affermare cose del tipo: «E pensare che manco troppi anni fa mi avevano detto: sei finita». Pizzino a chi ha orecchie per intendere.

Variazione sulla stessa domanda: che cosa fa una fidanzatina d’America quando diventa grande, e poi vince l’Oscar, e poi viene finalmente ammessa nel club dei potenti di Hollywood? Torna a fare la fidanzatina d’America, solo un po’ più adulta. Questo mese esce Home Again (titolo italiano deficiente: 40 sono i nuovi 20). A produrlo c’è la regina della rom-com americana: Nancy Meyers (Tutto può succedere, È complicato). A dirigerlo c’è la figlia esordiente di quest’ultima: Hallie Meyers-Shyer. Come mossa femminista vale più di mille flash-mob a sostegno di Hillary Clinton. La trama, telegrafica: quarantenne delusa dagli uomini si butta sui ragazzi più giovani, con conseguenze immaginabili. All’anteprima losangelina del film, Reese ha portato come +1 la figlia sua e dell’ex Ryan Phillippe: Ava Elizabeth, diciott’anni appena compiuti. È la copia conforme della madre. Quando le fidanzatine d’America diventano grandi, capiscono un’altra cosa: che serve un ricambio generazionale.

Chiudi