Explicit / Fiction

Quando a Seul c’era la dittatura

IL 95 20.09.2017

Il primo a destra nella fotografia è l’ex presidente sudcoreano Chun Doo-hwan durante il processo del 1996 in cui fu riconosciuto colpevole, tra l’altro, anche della violentissima repressione delle proteste nella città di Gwangju. La condanna a morte fu poi commutata in ergastolo e infine Chun fu amnistiato

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Non ne sappiamo niente? Allora leggiamo subito Han Kang, donna esile con una prosa invincibile

«Qualcuno mi regala una radio portatile. È una macchina del tempo, mi dicono, spiegandomi che bisogna inserire un determinato anno, mese, giorno. Io digito 18 maggio 1980. Dopotutto, se voglio scrivere un libro su questo, quale modo migliore che viverlo davvero in prima persona?».

Nell’ultimo dei capitoli che compongono Atti umani (Adelphi, tradotto da Milena Zemira Ciccimarra dalla versione in inglese di Deborah Smith) è Han Kang stessa, ovvero un personaggio chiamato “la scrittrice”, a svelare il sogno che spiega perché ha scelto di raccontare quella data, che la perseguita fin da bambina. È la data occultata e rimossa che ha segnato la storia del suo Paese, la Corea del Sud, il giorno del massacro nella città di Gwangju, quando le strade furono invase da attivisti e studenti che reclamavano un cambiamento decisivo. Erano mesi febbrili dopo l’assassinio del dittatore Park Chung-hee, il cui regime, instauratosi con un colpo di stato nel 1961, si era caratterizzato per la messa al bando dei diritti civili e la negazione di qualsiasi forma di dissenso; la gente chiedeva e sognava cambiamenti politici radicali, ma il governo rispose con la repressione. Un numero indefinito di manifestanti, fra cui soprattutto ragazzi che frequentavano l’università, fu massacrato, arrestato, torturato. Su quel giorno e sui giorni che seguirono scese il terrore, l’intera vicenda diventò impronunciabile, quella data sparì dalla storia: Kang, all’epoca bambina, racconta il tabù nei sussurri e nei silenzi degli adulti, ripercorre il modo in cui la rimozione si è appropriata prima dei suoi incubi e poi della sua scrittura, perché se c’è una zona fertile per la nascita di un romanzo è quella circoscritta dal divieto e dal non detto, una zona che si pretende proibita e invece può essere perforata da parole che abbiano il passo invulnerabile dell’ossessione. Han Kang ha undici anni quando il padre porta a casa un libro di foto, la parola Gwangju non evoca più una città della Corea ma è prima di tutto un sinonimo di morte e terrore, un nome che nessuno dovrebbe pronunciare. Solo agli adulti è permesso sfogliare il libro, ma la bambina lo tira giù di nascosto dallo scaffale: fra le immagini una la colpisce più delle altre, una giovane donna con il viso massacrato da una baionetta. Quando Kang, ormai adulta, decide di leggere tutti i documenti che riuscirà a trovare sui dettagli di quella storia, l’immagine di quella fotografia si mescola alle visioni dei suoi sogni: in uno è lei stessa quella donna, in un altro sa di poter fermare il massacro ma non sa come, infine appare una radio che può farle rivivere quel giorno. Quando nessun rimedio è possibile, la letteratura può almeno riavvolgere il nastro, non per aggiustare ma per riesumare infinite volte ciò che il resto del mondo ha voluto seppellire; la scrittura di Han Kang, come nel precedente La vegetariana, va in un’unica direzione per mezzo di prospettive diverse, però qui alle voci dei vivi si mescolano quelle dei morti, nel suo Spoon River entrano anche gli stessi poeti e narratori a cui è affidato il compito di rompere il silenzio. Così fra le sue pagine si susseguono: il ragazzo che in una palestra deve etichettare le bare coi corpi già identificati separandole dalle altre; uno spirito che giace sotto i morti accatastati; una redattrice alle prese con la censura; un prigioniero torturato; un’operaia attivista; una madre; infine la scrittrice, anche lei segnata dalla consapevolezza di ciò su cui è obbligatorio o conveniente tacere.

Così Han Kang, questa donna esile dalla scrittura invincibile, tradotta in Occidente grazie alla scoperta di una studentessa americana piena di passione, diventata nella nostra percezione l’anima della letteratura coreana contemporanea già con un solo libro, è tornata sulla pervasività della violenza e sulla percezione terrificante di quanto la sopraffazione sia legata alla natura umana. La prosa di Kang non ha paura di nulla, dunque non può che venire da uno sguardo che ha paura di tutto, materico nel fondere realtà e allucinazioni. Né lei né il lettore avranno pace finché l’ultimo dettaglio non sarà stato esumato e ogni pagina avrà ribadito, ora con un anatema ora con una preghiera, che la violenza è ovunque, inscindibile dal potere, e non prevede redenzione se non scrivendo furiosamente dal proprio angolo, con l’obiettivo di sottrarre il dolore all’oblio e restituirlo all’unico luogo in cui può e deve stare: sotto gli occhi di tutti.

Han Kang

Atti umani

Adelphi 2017
208 pagine, 19,00 euro

 

L’autrice il 1° ottobre sarà a Capri per ritirare il Premio Malaparte. Il 3 ottobre incontrerà i lettori a Napoli (ore 18.30, Libreria Feltrinelli di via Santa Caterina a Chiaia), il 4 a Roma (ore 18.30, Libreria Feltrinelli di Largo di Torre Argentina) e il 5 a Milano (ore 18.30, Libreria Feltrinelli di Piazza Duomo)
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