Explicit / Non fiction

Rock’n’Rollie

di ENRICO FRANCESCHINI
08.09.2017

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Ecco come è iniziata la carriera dell’allenatore italoamericano di basket Roland Massimino, scomparso pochi giorni fa. Un estratto da “Vinca il peggiore” (66thand2nd), che racconta una partita del 1985 passata alla storia: Georgetown-Villanova, finale della Ncaa, il campionato universitario americano

Rollie. Massimino. Sembra un nome inventato, un nome da personaggio dei cartoni animati o delle fiabe. Il nome di battesimo è Roland. Il diminutivo, Rollie, attaccato a quel cognome, corrisponde perfettamente alla sua immagine: tracagnotto, grassottello, spelacchiato e naturalmente italoamericano. Un simpatico cartoon, non un coach. Eppure a basket ci ha anche giocato, dunque tanto piccolo in fondo non è. Per essere precisi, è alto un metro e settantatré centimetri, guarda caso proprio come me; negli anni Cinquanta, con quella statura potevi giocare a pallacanestro anche in America, se un po’ ci sapevi fare. E lui ci sapeva fare. Naturalmente nel ruolo di playmaker. Di guardia, come si dice oggi. Di regista e portatore di palla, per intendersi.

La storia di Rollie parte da lontano, come quella di molti immigrati o figli di immigrati italiani. Comincia per l’esattezza nel 1914, alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando un bastimento salpa dalla Sicilia. A bordo di uno di quegli enormi transatlantici diretti a New York c’è suo padre, Salvatore Massimino: ha sedici anni, non sa una parola di inglese e non ha la più pallida idea di che cosa lo aspetti dall’altra parte dell’oceano. Abbiamo visto tutti le foto dell’epoca o qualche film, come Il padrino di Francis Ford Coppola: la banda che suona sul molo, i passeggeri che salutano agitando beneauguranti bandierine a stelle e strisce, una madre vestita di nero con in braccio un figlioletto di pochi mesi, un padre dal viso smunto con un fagotto sulle spalle. E poi, un po’ più in là, isolato, un ragazzo: magari partito con gli zii, con amici di famiglia, mandato in America allo sbaraglio, una bocca da sfamare in meno a casa, in Italia, e – se tutto andrà bene – qualche dollaro per la famiglia. Il giovane Massimino fa parte di un’ondata di emigranti che, tra il 1880 e il 1920, porta negli Stati Uniti quattro milioni di italiani: un’epopea. La maggior parte finiscono a Brooklyn, Broccolino come la chiamano i nostri immigrati che non sanno l’inglese, e negli altri quattro «boroughs», ossia borghi, della Big Apple, ma alcuni si stabiliscono anche altrove, nelle grandi città della costa atlantica.

Seguendo le orme di parenti e compaesani, Salvatore prende casa a Newark, solo un paio di sillabe da New York, ma su un altro pianeta: è una città di fabbriche e operai appena al di là dell’Hudson, ma quanta distanza dai grattacieli di Manhattan. Salvatore ha un nome e cognome troppo lunghi per il pragmatismo americano: tutti lo chiamano Sal e dimenticano o storpiano il cognome, masticando quella serie di vocali. «Paisà» lo chiamano invece i compaesani presso i quali si stabilisce. L’American Dream gli appare distante, irraggiungibile, dalla casetta di Newark dove gli hanno dato un divano su cui dormire, sul retro, vicino alla cucina. Ma è solo, serio, determinato. Sa che il suo è necessariamente un viaggio senza ritorno: non ha i soldi per rientrare in Italia. Deve farcela. Con le sue sole forze.

In Sicilia aveva lavorato come apprendista nella bottega di un ciabattino ed è questo il mestiere che, dopo un po’ di lavoretti a giornata, finisce per fare anche in America: risuolare scarpe per un calzolaio italiano, che ai clienti lo presenta così: «Questo è Salvatore, Turi, Sal, un paisano: dategli una mano, è un bravo ragazzo, non vi deluderà». È vero: Sal è un bravo ragazzo. E con le mani ci sa fare, le scarpe risuolate da lui tornano come nuove, gli affari del ciabattino crescono, in breve si sparge la voce e tutti vogliono che a risuolarle sia Sal, il siciliano. Dopo qualche tempo, insieme a un altro apprendista, apre la sua bottega. Intanto nel quartiere incontra una coetanea italiana, anche lei arrivata da poco, Grazia Alberti: si sposano, hanno quattro figli, uno dopo l’altro, ma ne perdono due per malattia, come capitava spesso a quell’epoca. L’ultimo nasce il 13 novembre 1934. Sono tempi duri per la famigliola di italoamericani: negli Usa è cominciata la Grande Depressione, la peggiore e più lunga crisi economica del secolo. Battezzano perciò l’ultimo nato Roland – Rolando, come un paladino dell’Opera dei pupi: perché sia pronto ad affrontare qualunque sfida.

Il neonato porta fortuna. Nonostante la recessione, la gente ha sempre bisogno di un bravo ciabattino, anzi anche di più: meglio far durare a lungo le scarpe vecchie che comprarne di nuove. Dalla Little Italy di Newark, misera e affollata, i Massimino si trasferiscono a Hillside, casa un po’ più grande anche se il sobborgo non è migliore, ai confini con il quartiere ebraico di Weequahic: lo stesso in cui, pochi mesi prima, è nato un certo Philip Roth. Molti anni dopo, l’autore di Lamento di Portnoy e di tanti altri indimenticabili romanzi lo avrebbe descritto come una periferia di «fabbriche, terminali per i cargo del porto e viadotti industriali». Ma fa lo stesso, è sempre meglio della fame che gli immigrati italiani si sono lasciati alle spalle.

Sal Massimino insegna il mestiere al figlio maggiore che gli è rimasto, Carmine. Ma per il minore i genitori sognano un futuro migliore: dovrà studiare, avere una professione, non passare la vita a sporcarsi le mani. La mamma lo manda a lezione di pianoforte, lo sorveglia quando fa i compiti, vigila affinché non si lasci sviare dalle cattive compagnie e dai perditempo, che nel quartiere decisamente non mancano. Italiani ed ebrei, nell’America di quei tempi, facevano spesso comunella, come lo stesso Roth racconta nei suoi romanzi: Rollie e Philip giocano insieme a baseball, nei prati dietro la scuola, tra Hillside e Weequahic. Ben presto, diventa chiaro che è proprio quello il campo in cui il pupo Rolando brilla di più: lo sport. Qualunque sport. A dispetto della stazza fisica non imponente, gioca a baseball, a football, a basket, distinguendosi in particolare in quest’ultimo grazie a una rapidità e a un’intelligenza non comuni.

Passano così gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. L’ultimo anno delle superiori, alla Hillside High School, Rollie viene nominato miglior atleta della scuola e riceve diverse offerte di borse di studio per proseguire la sua istruzione all’università. L’ambizione iniziale è di essere il primo della famiglia a laurearsi, come sogna la mamma. Consigliato dall’allenatore, sceglie l’università del Vermont, perché è la più vicina a casa. Gioca nella squadra di basket del college: senza farsi troppo notare, ma gioca. Studia con profitto e consegue una laurea in Educazione fisica – e cos’altro avrebbe potuto studiare uno così? È un classico bravo ragazzo italoamericano, come era suo padre appena sbarcato negli Usa; e va a messa tutte le mattine alle sei, da buon cattolico, come gli ha ordinato sua madre.

Quando finalmente torna in New Jersey con la laurea in Educazione fisica, ottiene il primo impiego come viceallenatore della Cranford High, una scuola locale. Funziona così: la mattina insegna ginnastica a tutte le classi, il pomeriggio aiuta ad allenare la squadretta di basket della scuola. È il 1956, Rollie ha ventidue anni. Gli sembra di aver già fatto tanta strada: non è un calzolaio, ha una laurea in tasca e un lavoro in cui non deve sporcarsi le mani e che ha a che fare con lo sport, la sua passione. Una ventata di ottimismo attraversa l’America, uscita dal conflitto mondiale come la nuova superpotenza planetaria. Due anni più tardi, Rollie si sposa: con Mary Jane Reid, origini irlandesi, cattolica come lui, con l’approvazione delle rispettive famiglie. Talvolta, negli Stati Uniti, italiani e irlandesi si ritrovano su sponde opposte: i primi ai margini della legalità, se non proprio invischiati con la mafia, i secondi in divisa da poliziotto. È lo stereotipo etnico dell’epoca, ma non si adatta al giovane Massimino e alla moglie. L’italiano e l’irlandese si somigliano: stessa cultura cattolica, stesse origini modeste, entrambi immigrati di seconda generazione, simile determinazione a elevarsi, ad affermarsi, a rendere orgogliosi i genitori.

Mentre continua ad allenare, Rollie consegue un master in Educazione fisica alla Rutgers University e intanto compra casa grazie a un prestito del padre. L’head coach della Cranford si chiama Bill Martin ed è uno che ha occhio nello scegliere i suoi assistenti: in precedenza uno di loro era Hubie Brown, destinato a una lunga carriera come head coach tra i professionisti della National Basketball Association. In Massimino, Martin riconosce le stesse qualità di Brown. E nel 1962 è lui a spronarlo a candidarsi a un posto da primo allenatore nella scuola in cui ha studiato e giocato, la Hillside High, la sua alma mater. Rollie si candida all’incarico e lo ottiene.

Gli sembra un sogno, allena la squadra della sua ex scuola. L’eroe locale se n’è andato, è tornato e ha vinto: come in un film. Ma non è un film, è una storia vera, è la sua grande occasione.

 

Rollie Massimino nel 2016 con Jay Wright, uno dei suoi successori come coach dei Villanova Wildcats

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In teoria, il campionato di basket delle scuole è ancora più amatoriale di quello universitario. In pratica, è la porta d’ingresso per le star dei college e della Nba: una miriade di tornei seguiti da talent scout e allenatori in cerca di futuri campioni, al punto che qualcuno passa direttamente dalla scuola ai pro, senza il quadriennio dell’università. È lì che Rollie rivela per la prima volta la propria abilità. Conduce i suoi ragazzi a due finali del New Jersey, perse in entrambe i casi contro la Central High School di Newark, considerata la squadra migliore dello stato, composta da giocatori più alti e più forti; ma la finale del 1963 è un thriller in cui ci vogliono due tempi supplementari per piegare i Comets, le Comete, nomignolo del suo team. Il giovanotto in panchina ci sa fare.

Cominciano a delinearsi due aspetti della sua personalità di allenatore. Uno è la psicologia: Rollie sa come motivare al massimo ogni giocatore e come ottenere il meglio dal gruppo, come fare di dieci individui, anche non dotati di qualità eccelse, una squadra sorprendentemente equilibrata, combattiva. L’altra è la preparazione meticolosa di ogni incontro, studiando le caratteristiche degli avversari ed elaborando schemi offensivi e soprattutto difensivi per batterli. Rollie partecipa a corsi e seminari per migliorare, studia gli allenatori più anziani ed esperti, non si accontenta mai. Benché alleni soltanto la squadra di una piccola scuola del New Jersey, la sua reputazione di «mago della difesa» comincia a diffondersi ben oltre i confini del campionato locale. Tanto che, dopo appena due anni, gli giunge un’offerta da un altro stato e da una scuola più grande: lo assume la Lexington High School del Massachusetts, con un considerevole aumento di stipendio. Ce n’è bisogno, perché nel frattempo la famiglia cresce: sono nati quattro figli. Massimino resta in Massachusetts sei anni, dimostrando che i responsabili della scuola hanno visto giusto: vince due volte le finali dello stato e finisce una stagione quasi imbattuto, 20 vittorie e una sola sconfitta.

Dopo dieci anni da allenatore di squadre di high school, Rollie fa un bilancio: ha accumulato un record complessivo di 160 vittorie e 61 sconfitte. Si sente maturo per il salto di categoria. E l’offerta non si fa attendere: nel 1969 approda ai college, come primo allenatore della State University of New York a Stony Brook. Fa bene anche lì: alla prima stagione vince il campionato regionale, con 18 vittorie e 6 sconfitte. Al termine della seconda, conclusa con 15 vittorie e 10 sconfitte, Chuck Daly – che da head coach di Boston College aveva visionato spesso le partite di Lexington High, rimanendo impressionato dalla difesa a zona di Massimino – lo convince a fare quello che potrebbe sembrare un passo indietro, da primo allenatore ad allenatore in seconda, per di più con una riduzione di stipendio. Ma da una piccola università finisce a Philadelphia, alla University of Pennsylvania, una delle migliori squadre dello stato e della East Coast, dalla cui panchina almeno un paio di allenatori hanno già preso il volo per la Nba. Sono due anni di successi, con due titoli del campionato Ivy League e due qualificazioni agli ottavi della Ncaa. La sua università è ormai la terza più forte a livello nazionale.

Rollie, tuttavia, è impaziente di guidare di nuovo una squadra da solo: ha quasi quarant’anni e si sente esperto a sufficienza. Nell’estate del 1973 gli arriva un’offerta da lontano, un’offerta che potrebbe riportarlo nel paese di origine dei suoi genitori: l’Italia. Giunge da Bologna, e più precisamente dalla Virtus, che si è salvata agli spareggi dalla retrocessione in serie B e vuole rinnovare i fasti del passato. L’avvocato Porelli, il presidente, ha pensato che ci vuole un allenatore americano per rilanciare il basket sotto le Due torri. E infatti, quando Massimino gli risponde di no, di americano ne prende un altro, Dan Peterson, all’epoca coach della nazionale cilena e destinato a riportare lo scudetto sulle maglie della Virtus. Forse ci sarebbe riuscito anche Rollie, a rilanciare le V nere, ma la sorte per lui ha in serbo qualcos’altro.

Enrico Franceschini

Vinca il peggiore. La più bella partita di basket della mia vita

66thand2nd, 2017
125 pagine, 16,00 euro

 

Ecco il tour di presentazione del libro:
L’11 settembre alla Feltrinelli Duomo di Milano, con Dan Peterson e Davide Chinellato (ore 18.30)
Il 12 settembre alla libreria Il Delfino di Pavia, con Gianni Sacco (ore 18)
Il 13 settembre alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna, con Emilio Marrese, Mario Martini
e Mauro Di Vincenzo (ore 18)
Il 14 settembre alla Feltrinelli di via Orlando a Roma, con Valerio Bianchini e Gabriele Santoro (ore 18)
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